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IL COMMENTO. Lotta di classe in Sardegna

Claudio De Vincenti, il sottosegretario allo sviluppo economico, l'uomo a cui Monti ha delegato il “caso Carbosulcis” ha già emesso la sua sentenza: il progetto di riconversione della miniera sarda verso lo stoccaggio di anidride carbonica del sottosuolo non si può realizzare. Precisamente, lo vieta il rapporto deficitario fra costi e ricavi. In una parola, la distruzione di altri posti di lavoro e dell'intera filiera estrattiva del Sulcis è una candela troppo esile per reggere il gioco. E il futuro di quella gente? «Gli operai potranno essere impiegati in nuove attività», ha detto sicuro il sottosegretario. E giù il solito profluvio di improvvisazioni pubblicitarie: «Investimenti infrastrutturali, cioè porti, strade, metanizzazione, servizio idrico, nuove filiere produttive come l'agroalimentare, il turismo, le energie rinnovabili». Dal cilindro dell'uomo di Monti è uscito letteralmente di tutto. Dunque, di cosa si preoccupano mai quei 120 minatori che sono scesi 400 metri sottoterra, dove la temperatura segna 40 gradi sopra lo zero? Forse sono persuasi che la loro storia possa avere un epilogo non meno amaro di quello dei 160 operai della Vinyls, quelli che dettero vita alla più clamorosa forma di protesta contro la chiusura della loro fabbrica, asserragliandosi nell'Asinara e creando quell'isola dei cassaintegrati che rappresentò il solo modo di bucare l'indifferenza dei media e dei pubblici poteri in quella che un tempo fu la Repubblica fondata sul lavoro. Di quei lavoratori, abbandonati a se stessi come da decenni lo è la loro terra, non c'è più traccia. Così come da un anno combattono soli i lavoratori dell'Alcoa di Portovesme, accolti sistematicamente a suon di manganellate dai governi Berlusconi e Monti e che ora, al pari dei loro compagni della Carbosulcis, sono pronti a gesti disperati se non verrà revocata la decisione della multinazionale americana di spegnere, a partire dal prossimo 3 settembre, le celle elettrolitiche per la produzione dell'alluminio. Ebbene, cosa potranno attendersi da questo governo di millantatori? Ciò che è stato generosamente offerto agli operai della Euralluminia che forniva ad Alcoa la materia prima? O ciò che è stato garantito ai dipendenti di Ottana, in Barbagia, o a quelli della Cartiera di Arbatax? In Sardegna il tasso di disoccupaz ione ha superato il 16%, che sale al 39% nella classe di età fra i 15 e i 24 anni. E nulla di nulla è stato fatto o anche solo pensato per difendere, trasformare, riconvertire pezzi irrinunciabili di economia sarda oggi scomparsi o a rischio di definitivo default. Il fatto è che la Sardegna oggi incarna - paradigmaticamente - quello che sta accadendo all'Italia intera che dopo aver perso, in seguito all'ingresso nell'euro, la carta della svalutazione competitiva e nel gorgo del processo di globalizzazione, ha visto prepotentemente emergere la cronica inadeguatezza di un modello industriale fondato sulla sottocapitalizzazione d'impresa, su investimenti contenuti, sul basso costo del lavoro, sullo sfruttamento intensivo del lavoro, su una dimensione di impresa asfittica, con il 95% delle aziende che contano meno di dieci dipendenti. E con un potere politico che ha teorizzato e praticato, con autolesionistica ossessività, la fuga dello stato dall'economia, il ripudio del concetto stesso di programmazione economica, nel nome di una supposta capacità di autoregolazione del mercato.
La grande impresa, sia pubblica che privata, la sola dotata dei mezzi finanziari per sostenere ricerca, innovazione e per creare un ambiente tecnologico foriero di ricadute nel territorio, tali da generare filiere integrate, è stata distrutta. Sono rimasti, in Italia, pochi player di dimensioni europee (Eni, Enel, Telecom, Finmeccanica), mentre sono stati abbandonati asset strategici nell'industria elettronica, informatica, della trasformazione agroalimentare. Così oggi assistiamo anche al tramonto e, in alcuni casi, al rovinoso naufragio del mito fasullo dei distretti, del “piccolo è bello”, di cui era stato nutrito il culto dello stellone italico, della nostrana intraprendenza, a cui sarebbero bastate fantasia e creatività per garantirsi imperitura vitalità. Fa un po' tenerezza, in queste settimane d'agosto, leggere sul giornale della Confindustria la riedizione dell'antico viaggio nei distretti, nell'intento nostalgico, sia pure non privo di qualche accento critico, di rinverdirne i fasti trascorsi. Ora che viviamo immersi nella pseudo-cultura dei profitti facili, della finanza di rapina e dell'evasione fiscale eretta a sistema, servirebbe una conversione culturale ad U, una riconsiderazione radicale del ruolo dello stato e dei poteri pubblici nell'economia, invertendo il segno di una rotta che porta dritto ad una rapida, dolorosa decadenza dell'Italia. Il dramma è che di tutto ciò non vi è alcuna percezione. Il governo dei tecnocrati di scuola friedmaniana, mentre finge di combattere la speculazione che invece alimenta, spinge sino in fondo le privatizzazioni e trascina all'estinzione i servizi pubblici sociali, lungo un processo di mercificazione di tutto ciò che nel mercato può assumere valore solvibile, pagante. La totale inerzia del governo è del resto figlia di una ideologia che delega all'impresa e al mercato l'intera politica industriale. Per questo Monti non farà, né in Sardegna né altrove, quello che sarebbe primieramente necessario: salvare i posti di lavoro, rilevare, col denaro pubblico, le aziende di importanza nazionale altrimenti destinate alla chiusura, inaugurare una politica economica di fortissimo contenuto sociale, capace di interpretare davvero l'interesse nazionale e di tornare al progetto politico che innerva la Costituzione. Non lo farà, come non lo ha fatto quando la Fiat ha cessato Termini Imerese, quando ha condannato alla chiusura l'Irisbus di Valle Ufita, in Campania, un'azienda sana e potenzialmente strategica per il rilancio di un progetto di mobilità urbana decongestionata e rispettosa dell'ambiente; o quando Marchionne ha deciso - perché solo chi è cieco o in malafede può ancora pensare che non sia così - di abbandonare l'Italia; o quando non ha trovato la forza di imporre al re di Taranto, a padron Riva, responsabile di un'ecatombe umana ed ecologica senza precedenti, un piano oneroso di investimenti per risanare sul serio il processo produttivo, inertizzare le emissioni di veleni letali, bonificare le aree inquinate, risarcire i lavoratori e la popolazione degli immensi danni provocati da quella bomba a cielo aperto che è l'Ilva. E' possibile, forse probabile, che Monti non succeda a se stesso. Ma è certo, se le cose non muteranno radicalmente, che la sua politica gli sopravviverà. La cultura profonda di cui egli è espressione non incontra discontinuità sostanziali, non solo nella destra, come è naturale, ma neanche nel Pd, paralizzato, come l'asino di Buridano, nelle proprie irrisolvibili contraddizioni. La lotta dei lavoratori sardi non è soltanto un atto legittimo di autodifesa. Per l'ennesima volta viene da loro l'indicazione di una strada diversa, di un ordine di priorità diverso che nessuno nei palazzi del potere sembra voler ascoltare. La cacofonica solidarietà a buon mercato che per un istante circonda i minatori della Carbosulcis è pari alla miserabile impotenza con cui chi detiene la responsabilità delle scelte assiste alla progressiva distruzione dell'identità di intere comunità. Alle forze sociali e politiche che lavorano per una svolta, alla sinistra di classe si dà un'altra occasione per combattere una lungimirante battaglia di giustizia e di libertà.

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