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"Il piano Fiat non poteva reggere. E' inutile che si inventino scuse"

“Ve l’avevamo detto che andava a finire così, Ve l’avevamo detto”. Pasquale Lojacono è stato, fino a quando la Fiom era presente a Mirafiori, rappresentante sindacale. Uno di quelli che con i lavoratori ci parlava sul serio. Ancora oggi quando gli domandi cosa pensa della vicenda Fiat la prima risposta è connotata “al plurale”. E poi aggiunge: “Non c’è stato il tempo materiale e l’occasione di parlare con i compagni” (le tute blu della squadra in produzione, ndr). Pasquale è giovane, ma ha avuto “il tempo e l’occasione” di ricevere il testimone da quei sindacalisti del “novecento” che dentro la Fiat avevano maturato, e poi a loro volta riversato a chi è venuto dopo di loro, il curriculum universitario in “lotta di classe”. Una vittoria morale? “E che ci faccio della vittoria morale”, risponde. “La situazione è drammatica”. “Il problema non è l’arrivo al suolo – aggiunge Ugo, un sindacalista con un lungo passato come rappresentante sindacale alla Fiat – ma l’atterraggio”.

Che le cose andassero in questo modo l’avevate detto, è vero. E non solo perché avevate il dente avvelenato dall’esclusione della Fiom dalla Fiat con un provvedimento che non ha precedenti. Avevate letto i numeri di Fabbrica Italia. E l’avevate interpretati nel senso giusto.

Era evidente che non poteva reggere. E i lavoratori l’avevano capito già all’epoca del referendum. Al montaggio sono convinto che il 70% abbia votato no. Anche quelli che hanno votato sì poi alla fine avevano la morte nel cuore perché avevano capito anche loro. Ultimamente facevamo 900 vetture al giorno con 4.900 lavoratori, Prima di Fabbrica Italia con 2.500 lavoratori in più in più ne facevamo appena sopra i mille. Quindi, ciò vuol dire che in ogni caso quel piano avrebbe comportato tanti esuberi. E comunque l’obiettivo di un milione e quattrocentomila vetture senza un rinnovamento vero della gamma sarebbe rimasta una cifra buttata lì anche senza la scusa della crisi di mercato.

L’agibilità sindacale in Fiat è a zero. Quale sarà la risposta?

A Mirafiori in questi due anni si è lavorato molto poco. Su sette mesi giusto un paio di settimane. La poca presenza in fabbrica ci ha messo fuori dall'azione sindacale. Se consideriamo poi l’azzeramento della rappresentanza arriviamo all’isolamento totale. Costruire un nostro pensiero su questo è stato un po’ complicato. E’ chiaro che una reazione va prodotta. Anche se personalmente non credo ad una esplosione imminente delle contraddizioni.

Cioè, che vuoi dire?

Marchionne ci farebbe un regalo se dicesse che non fa più gli investimenti che ha dichiarato. Almeno per un anno proveranno a spostare in avanti la drammatizzazione perché altrimenti sarebbero costretti a darci ragione. Se l’ammettessero poi sarebbe per noi una occasione per costruire un rapporto con le istituzioni e con la cittadinanza.

Il mondo politico è in grande difficoltà.

Non credo che la politica non sapesse cosa stava accadendo in realtà. Solo chi ha gli occhi bendati non è in grado di capire. Hanno girato la testa dall’altra parte. Come quando parlano di defiscalizzazione della produttività non si rendono conto che il trenta per cento dei lavoratori non lavora a causa della cassa integrazione.

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