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Articolo 18, the day after. Storie di ordinari licenziamenti

«Mi sembra ancora così assurdo. Il medico ha certificato che io non potevo fare il turno di notte, io ho pensato: non è un problema, io non ho mai svolto lavoro notturno. Sono andato a dirlo al padrone che mi ha detto: “Allora ti licenzio”. Ho chiesto il perché, ho detto che non ce n'era motivo. La risposta è stata che nel mio contratto debbo garantire disponibilità ad ogni variazione di orario e se non posso farlo perdo il posto per “ragioni economiche”. Forse c’entra il fatto che sono iscritto Fiom. Farò ricorso contro il licenziamento ma è molto probabile che ottenga solo un indennizzo, un anno o poco più di stipendio. Io ho una moglie e un figlio, ho 45 anni, un mutuo e difficilmente ritrovo lavoro, come ci arrivo alla pensione con un anno?».
Una storia lunga, quella di Vittorio. Lavorava a Cerro Tanaro, in provincia di Asti, dal 1991 in una azienda che produce trasformatori elettrici. Iscritto Fiom, entra nella Rsu nel 2003, l’anno dopo, insieme ai suoi compagni di lavoro, chiede che vengano esaminate le polveri che si disperdono in fabbrica. Viene fuori che c’è una forte presenza di silicio e di cromo esavalente e chiedono l’installazione di aspiratori. L’azienda rifiuta. Siamo già nel 2010. Si presenta la Asl. Il rapporto di fiducia fra Vittorio e l’azienda si rompe, saltano anche le relazioni sindacali e si elegge una nuova Rsu in cui la Fiom, per la prima volta, va in minoranza. Da quel giorno, ogni volta che si decideva di mandare qualcuno in cassa integrazione, Vittorio era il primo della lista. Poi la fine. Con lui perdono il posto altri due lavoratori che si erano rifiutati di firmare la lettera con cui si sfiduciava la precedente Rsu. La vicenda ha avuto la possibilità di finire in una trasmissione televisiva, ma non fa spettacolo.
La storia di Vittorio è uno dei primi effetti della controriforma Fornero – quella che i promotori dei referendum vogliono abrogare. I licenziamenti arrivano a macchia di leopardo. Il numero è incerto perché si tenta sempre di trovare una soluzione che porti le aziende a ritirare i provvedimenti. Ma il dato di fatto è che dal giorno della votazione, da parte di quasi tutto il parlamento, di quello sciagurato colpo di spugna sui diritti dei lavoratori, le storie si susseguono. Ci vorranno forse mesi prima che emergano in tutta la loro varietà. La decisione presa dal governo di applicare il nuovo articolo 18 anche a chi è nel pubblico impiego, si rivelerà ancora più incisiva, ma già oggi i fatti parlano e come. Storie a volte paradossali come quelle accadute a due ragazzi assunti dal colosso delle telecomunicazioni Huawei. Uno dei due casi riguarda una ragazza romana, licenziata prima ancora che la riforma entrasse in vigore. Ha raccontato di essere stata contattata dall’azienda il 29 agosto, le hanno detto che la sua figura era superflua perché coperta da altre persone. A seguire una gelida lettera di licenziamento in cui si parlava genericamente di crisi del settore e di impossibilità ad una ricollocazione. Una lettera poi smentita dagli stessi vertici della Huawei i quali, utilizzando la riforma Fornero, dichiarano che in realtà è in atto con la lavoratrice una procedura di conciliazione. Peccato che il sindacalista della Cisl che segue la vicenda abbia in mano i documenti che comprovano l’avvenuta comunicazione di licenziamento che quindi è stato impugnato. Il giudice ora dovrà – come da riforma – decidere se procedere al reintegro o definire un indennità di risarcimento. Ma l’assurdo è nel fatto che la stessa lavoratrice era stata assunta due anni prima, quando già aveva un altro impiego e senza aver inviato C.V. Le avevano proposto un contratto più vantaggioso rispetto a quello dell’azienda per cui lavorava (circa 6000 euro lordi annui in più), poi 4 mesi prima insieme a lei era stata assunta un'altra lavoratrice con lo stesso ruolo. Il licenziamento è motivato da “motivi economici”. Peccato che, a detta della ragazza licenziata e del sindacato, negli stessi giorni del licenziamento l’amministratore delegato della Huawei comunicava per mail l’assunzione di 112 persone provenienti da Fastweb. La vicenda ha però sollevato indignazione tanto che l’azienda ha improvvisamente fatto un passo indietro e “miracolosamente” trovato una nuova collocazione alla ragazza.
La demolizione dell’articolo 18 rende i lavoratori sempre più una merce. In molti casi serve a eliminare i “conflittuali”, quelli che alzano troppo la testa. Le regioni in cui queste scuri cadono con maggiore frequenza, ci dicono in Fiom, sono Piemonte e Veneto. Territori “marchionnizzati”. Il sogno del Nord Est tramonta. Ma anche le un tempo tranquille province marchigiane non sfuggono alla morsa. Per ora, alcuni licenziamenti nel maceratese e ad Ancona sono sospesi, anche con l’ausilio di ammortizzatori sociali, ma la spada di Damocle sembra pendere in maniera sempre più minacciosa. La storia di alcuni lavoratori fa tremare i polsi perché si ripete con i ritmi del serial killer, aziende in crisi, che non sono state capaci di investire in ricerca e innovazione e che sembrano avere un unico scopo, liberarsi dei pesi fastidiosi.
È accaduto anche a Moncalieri, in una piccola azienda di design con 150 addetti. Tre licenziamenti per ragioni economiche, “casualmente” tutti e tre iscritti alla Fiom, licenziati il 3 settembre. Faranno ricorso, si batteranno, ma sanno anche che solo una schiacciante vittoria referendaria potrebbe rimettere in piedi il loro destino. Un segnale forte anche agli altri sindacati, il combinato d’uso fra la modifica della riforma Fornero e l’articolo 8 del duo Berlusconi /Sacconi rende infatti le aziende padrone dei propri dipendenti e i sindacati ridotti ad un misero ruolo di comparse, se non di controparte rispetto ai lavoratori. Giuliano, di Roma ha superato i 57 anni, 38 di lavoro con relativi contributi. Grazie all’applicazione dell’articolo 8 (distruzione del contratto nazionale) aveva definito con l’azienda un accordo: gli venivano riconosciuti i 20 mesi di contributi che gli mancavano per andare in pensione, avrebbe percepito lo stipendio ma sarebbe stato licenziato. Con la riforma Fornero è diventato un “esodato”. Per lui come per centinaia di migliaia di lavoratori che il governo non è stato capace neanche di quantificare, l’età pensionabile si allontana di alcuni anni. C’erano progetti di legge per trovare una soluzione ma sembra che manchi copertura finanziaria, a lui servirebbero 40 mila euro per pagarsi i contributi mancanti ma non li possiede. Una parte di Paese che resta ancora invisibile o quasi e che sta tentando di organizzarsi e che chiede risposte alla politica. E non ci sono solo i provvedimenti già eseguiti. E' il clima nelle aziende che si va modificando.
Lo racconta Ousmane senegalese, operaio in una azienda nel bolognese: «Tempo fa ho alzato un po’ la voce perché eravamo inondati dal ferro proveniente dalle macchine di lavorazione. Non c’erano protezioni. Il “padrone” mi ha ricordato che la mia vita dipende dal contratto (se perdo il lavoro perdo anche il diritto a stare in Italia) io ho ribattuto che non mi può licenziare. Il giorno dopo che è entrata in vigore la riforma è venuto da me con fare benevolo e mi ha detto: “tu lavori bene e più degli altri, ma se non la pianti di rompere le scatole entro domani stai a casa”». Giuseppe (Beppe) lavorava nella provincia vicentina e si sentiva al sicuro, lui e l’azienda, una conceria, erano cresciuti insieme. Ma poi Beppe è invecchiato e hanno cominciato a dirgli che non era più adatto al lavoro che svolgeva, che servivano i giovani. Beppe, grazie alla riforma delle pensioni, deve aspettare altri 4 anni. Prima ha rischiato di finire fra gli “esodati”, poi gli è giunta a casa la solita lettera di licenziamento, ragioni economiche si diceva, crisi del settore. Beppe non si è mai impegnato in politica o nel sindacato, non ci ha mai creduto e ora si ritrova da solo. Dice che firmerà i referendum e che non vuole accettare alcuna conciliazione o risarcimento, si sente tradito, tradito da una persona per cui ha dato gran parte della sua vita. Vuole rientrare a lavorare o poter andare in pensione. «Che si decidano a Roma – borbotta – voglio almeno voglio di che morte debbo morire».

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