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Occupazione bonifica
Accordo con la regione: i lavoratori Rockwool disoccupano la miniera. Alcoa in alto mare

Gli operai della Rockowool hanno lasciato la galleria di Villamarina, nella miniera abbandonata di Monteponi, a Carbonia, all'interno della quale si erano murati dal 21 dicembre scorso.
I blocchi di cemento che chiudevano l'ingresso del cunicolo sono stati demoliti nelle prime ore della mattinata di lunedì, l'ultimo giorno del 2012. Gli operai, in mobilità da quando il gruppo danese che produce materiali per l'edilizia ha deciso di chiudere il proprio stabilimento in Sardegna, hanno deciso di sospendere la protesta dopo un incontro che s'è tenuto il 30 dicembre a Cagliari tra le rappresentanze sindacali e l'assessore all'industria della Regione Sardegna, amministrata da una giunta di centro destra. Dalla giunta è arrivata la proposta di ricollocare i lavoratori in una società partecipata dalla stessa Regione Sardegna di recente costituita per occuparsi della bonifica dell'area mineraria del Sulcis. Un vasto territorio nella Sardegna sud occidentale, dove l'attività estrattiva, specialmente di carbone e di zinco, è stata per molto tempo il motore dell'economia, oggi è ridotto ad un grande cimitero di attività industriali dismesse, molte delle quali hanno inquinato pesantemente il territorio. Da qui la necessità di un'opera di bonifica che dovrà protrarsi per decenni e nella quale possono essere impiegati almeno una parte degli operai che nel Sulcis hanno perso il proprio posto di lavoro. I sindacati hanno preso atto della proposta della Regione Sardegna e l'hanno sottoposta alla discussione in un'assemblea degli operai Rockwool, al termine della quale s'è deciso di sospendere l'occupazione della miniera di Monteponi ma anche di mantenere lo stato di agitazione. I progetti di bonifica, infatti, per il momento sono soltanto sulla carta. Nessuno di essi è decollato. Ci si trova in una fase preliminare in cui è difficile capire quando l'attività di recupero dei siti inquinati partirà, quante unità occuperà e sino a quando esattamente potrà durare. A tutte queste domande gli operai della Rockwool chiedono risposte chiare e convincenti, prima di considerare definitivamente chiusa la vertenza.
Altro punto caldo nella mappa del disastro industriale del Sulcis è rappresentato dalla vertenza Alcoa. La multinazionale americana dell'alluminio ha deciso di chiudere lo stabilimento in Sardegna. Il graduale spegnimento degli impianti è in corso. Nonostante la lotta tenace dei quasi cinquecento operai impiegati nella fabbrica di Portovesme, non c'è stato verso di convincere i manager Usa a ritirare la propria decisione. Né è stato possibile trovare un acquirente che salvasse gli impianti dalla chiusura. Tutti i tentativi si sono rivelati vani. Il nodo che non è stato possibile sciogliere è stato quello del costo dell'energia, considerato da tutti gli ipotetici compratori troppo alto perché il loro impegno potesse essere remunerativo. Quale sia, in realtà, la logica che presiede sia alla chiusura della fabbrica di Portovesme da parte di Alcoa sia al mancato salvataggio da parte di altri gruppi industriali, lo mostra la notizia arrivata pochi giorni fa dalla Cina: il 20 dicembre Alcoa ha inaugurato il primo impianto cinese di produzione di ruote per veicoli commerciali. Lo stabilimento, situato a Suzhou, realizzerà ruote in alluminio per camion pesanti, rimorchi e autobus. In Cina non solo i costi dell'energia, ma anche quelli di tutti gli altri fattori produttivi, a cominciare dalla forza lavoro, solo molto più bassi di quelli che bisogna mettere in conto nel Sulcis e in genere in Italia e sul continente europeo. Ecco perché Alcoa sta smobilitando son solo in Sardegna ma anche in Spagna.
Unico elemento positivo, nella vertenza Alcoa, la firma, il 27 dicembre scorso al ministero per lo sviluppo economico, di un accordo che riconosce agli operai che perdono il lavoro la cassa integrazione per due anni. Più esattamente, l'accordo prevede la cassa integrazione per i 496 dipendenti diretti. I sindacati speravano di poter inserire anche gli oltre 500 delle imprese esterne. Sembra però che la posizione dei lavoratori dell'indotto possa essere discussa entro questa settimana tra Regione Sardegna, ministero per lo sviluppo economico, imprese e sindacati.
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