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Precari, apolidi in tutta Europa
La precarietà ha compiuto vent'anni in Europa. Da limbo riservato ai giovani in attesa di una collocazione stabile è diventata la regola per tutti i rapporti di lavoro nel pubblico e nel privato. La trasformazione non è data solo dall'enorme numero di contratti precari, che resta singolarmente difficile da determinare, ma anche dalla sistematica erosione delle tutele sociali. Oggi in Europa i «McJobs» non danno diritto ad alcuna protezione previdenziale, mentre crolla la sicurezza sul posto di lavoro e gli stipendi sono sempre più bassi e discontinui.

Questa è la tesi della ricerca Accessor (acronimo di Atypical Contracts and Crossborder European Social Security Obligation and Rights), promossa dall'Inca-Cgil insieme ai sindacati inglesi, belgi, tedeschi e spagnoli. Svolta in otto paesi europei, dimostra come la precarietà abbia rotto il rapporto tra il lavoro inteso come bene mercantile, e il lavoro come espressione della persona e delle sue potenzialità. Il lavoro è oggi pura merce, mentre la persona che lavora si «vende» a tempo attraverso contratti part-time, interinali, parasubordinati, a chiamata, falsi lavori autonomi, contratti a termine, «mini-job» o «contratti a zero ore». In vent'anni ogni paese europeo ha elaborato la propria legislazione per controllare e sfruttare la vendita di questa «merce» particolare. Ciò ha provocato una situazione simile a quella «del gatto che si morde la coda». Chi dall'Est, o dal Sud Europa è spinto a lasciare il proprio paese per emigrare in quelli dominanti in Europa (come la Germania) è costretto a scegliere un contratto «atipico» che spesso è l'unica possibilità di trovare un'occupazione. A questi contratti mancano le più elementari tutele previdenziali o assicurative, dalla malattia al sostegno al reddito in caso di disoccupazione. Una situazione ben conosciuta in Italia.

Osserviamo questa realtà nei paesi principali. Ad esempio in Francia dove il precariato è sestuplicato dagli anni Ottanta o in Inghilterra dove i contratti «atipici» sarebbero solo nove. In Italia variarano da 19 a 46, a seconda del metodo di calcolo. In vent'anni la «precarietà» è stata riconosciuta come condizione giuridica, ma al «precario» in carne ed ossa che lavora ad intermittenza e sfugge alle statistiche non è stato riconosciuto uno status altrettanto definito. Di certo si sa che l'occupazione precaria è cresciuta dal 2007 a oggi, durante la crisi. Secondo Eurostat sono 9 milioni ad avere un contratto di durata inferiore a 6 mesio, l'80% ha meno di 40 anni. Dalla European Labour Force Survey del 2012 si apprende che i lavoratori part-time sotto-occupati, cioè coloro che vorrebbero lavorare a tempo pieno, hanno raggiunto il 21,4% della forza-lavoro attiva nel continente. In Spagna questa popolazione arriva al 54%.

Dopo avere raggiunto l'età adulta, la precarietà si è dunque estesa come un blob in tutto il continente. Per chi lascia il paese di nascita alla legittima ricerca di un livello di protezione sociale più dignitoso, ci sono poche speranze di trovarlo in un altro paese europeo. Chi si sposta, sia esso un «cervello in fuga» sia più probabilmente una persona qualunque alla ricerca di un'altra vita, riesce a strappare un contratto «atipico» e si scontra con le incongruenze dell'applicazione dei regolamenti sulla protezione sociale e sulla libera circolazione che rendono impraticabile la mobilità intra-europea. Questa è la vita di milioni di giovani e meno giovani apolidi ai quali i governi e le istituzioni continentali non riconoscono i diritti, anche perché ignorano completamente i bisogni e le caratteristiche della loro mobilità.

La situazione non cambia per i lavoratori stanziali. Prendiamo i «mini-job» in Germania, a lungo celebrati come un esempio di «modernità» e di «riforma» del mercato del lavoro. La ricerca Accessor descrive un mondo di 7,5 milioni di precari (un posto di lavoro su 5) a 400 euro o poco più al mese. Sono assicurati solo contro gli infortuni sul lavoro, mentre i datori di lavoro non versano i contributi. Il 63% sono donne. 2,5 milioni di persone possono contare su un'altra fonte di reddito, ma per 5 milioni questa è l'unica entrata. Stessa storia in Inghilterra dove c'è un milione di «contratti a zero ore» (Il Manifesto 13 agosto), in maggioranza donne, lavorano senza orari specifici, su richiesta dei datori di lavoro (anche a Buckingham Palace). Il compenso non supera i 5 mila euro all'anno (circa 550 euro al mese). In entrambi i casi, queste retribuzioni sono esonerate dai contributi previdenziali e di conseguenza milioni di persone sono escluse da ogni prestazione di tipo assicurativo. Nel Regno Unito, l'8% della forza lavoro (2 milioni di persone) lavora meno di dieci ore a settimana. Il lavoro è dunque sempre meno tutelato, più intermittente e a basso contenuto di competenze. Altro aspetto della precarietà, è l'attività di 3 milioni di persone per una o più agenzie interinali. In Europa erano 33 mila nel 2012, 27 mila in più rispetto al 2005. Il 57% di loro ha meno di 30 anni.
Questa è la storia ventennale di una tripla discriminazione: redditi bassi, scarse tutele rispetto ai dipendenti e perdita dei diritti fondamentali quando si emigra «all'estero».

Hai lavorato anche in Italia? Spiacenti, niente sussidio

Uno degli esempi di precariato senza diritti in Europa, analizzato dalla ricerca Accessor, è quello di una donna trentaduenne italiana. A gennaio 2012 si stabilisce in Belgio. È alla ricerca di un'occupazione. Più volte l'ha trovata, come su una giostra ha cambiato diversi datori di lavoro, adattandosi a varie attività, con contratti interinali. Dopo un anno e mezzo, a luglio 2013, presenta una domanda di disoccupazione. Ne avrebbe diritto, perchè ha scelto il Belgio come residenza e in questo paese ha svolto il suo ultimo lavoro. Per avere diritto ad un sussidio in questo paese sono necessari 312 giorni lavorativi negli ultimi 21 mesi. Lei crede di averne diritto, anche perché lo può dimostrare sommando i periodi assicurativi in Belgio (310 giorni) con quelli effettuati in Italia tra ottobre e dicembre 2011 con contratto di collaborazione a progetto (3 mesi). Poi la triste scoperta, l'Ufficio nazionale per l'impiego belga (Onem) respinge la sua domanda poiché i contratti di collaborazione a progetto italiani sono assimilati al lavoro autonomo. Anche in Belgio non si possono sommare periodi da «parasubordinata» a periodi da «autonoma» per ottenere la disoccupazione.

I paradossi della gestione separata dell'Inps in Belgio

A sinistra, abbiamo riportato un esempio di «emigrazione» dall'Italia al Belgio. Nel rapporto Accessor si racconta anche il percorso opposto, dal Belgio all'Italia. Riguarda una ricercatrice belga trentunenne. Nel 2012 ha lavorato 6 mesi per un ente pubblico di ricerca italiano con un contratto a progetto. Ha guadagnato una cifra in fondo rispettabile, per i canoni italiani, 18 mila euro, versando i contributi previdenziali di legge nella gestione separata dell'Inps, quella dove versano i contributi anche le partite Iva. Nel 2013 questa ricercatrice ottiene un contratto a tempo determinato in un'università di Bruxelles. Torna in patria ma, dopo 8 mesi il suo progetto di ricerca viene interrotto. E si ritrova disoccupata. Nel frattempo ha accumulato 312 giorni negli ultimi 18 mesi di contributi. E sulla carta avrebbe diritto alla disoccupazione in Belgio. I contributi versati nella gestione separata italiana vengono riconosciuto solo come lavoro autonomo e in Belgio non si può cumulare con quello da parasubordinato. Per paradosso in Italia questa ricercatrice avrebbe avuto diritto all'indennità di disoccupazione «una tantum». Disoccupata, e senza reddito, dunque.

40 anni tra ristoranti e pizze, senza pensione nel Belpaese

Nel rapporto svedese contenuto nella ricerca Accessor viene riportata la storia di un cameriere di 65 anni che ha vissuto tra l'Italia e la Svezia per 40 anni. In Italia ha iniziato a 25 anni con contratti di formazione e tirocinio che non gli hanno portato alcuna contribuzione. Dieci anni dopo decide di trasferirsi in Svezia. Si è dato da fare, ha studiato, frequentato corsi per l'inserimento al lavoro, senza reddito. Per 20 anni quest'uomo ha lavorato in ristoranti e pizzerie, come capita spesso agli italiani all'estero. Infine ha conquistato la cittadinanza svedese. Ma non si è fermato. Durante gli 8 anni della sua residenza in questo paese è tornato in Italia tre mesi ogni estate dove ha lavorato come stagionale ad ore (per 24 mesi in totale). In Italia, non ha raggiunto le 52 settimane di contributi necessarie per avere una pensione. In Svezia ha ottenuto un reddito annuo superiore al 42,30% del reddito di base e ha quindi diritto ad una pensione molto bassa che non può essere integrata con la «garantipension», la «pensione garantita», concessa a chi risiede in Svezia da 40 anni. Se fosse vissuto in Svezia, lavorando precariamente, avrebbe ottenuto una pensione più alta. 
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