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Processo Eternit, la morte di De Cartier mette a rischio gli indennizzi alle vittime

La morte del barone belga Louis De Cartier de Marchienne, uno dei principali imputati al processo Eternit in corso a Torino, rischia di bloccare una parte degli indennizzi verso le migliaia di parti civili, circa 80 milioni, che erano stati accordati dal tribunale. ''Andremo avanti lo stesso non per accanimento ma per dovere'' annuncia Bruno Pesce, coordinatore dell'Afeva, l'associazione delle vittime, da Casale Monferrato (Alessandria), la citta' in cui il minerale killer ha colpito piu' duro con quasi duemila vittime. Ma bisognera' ricominciare da capo con una lunga causa civile. La sentenza del processo penale è prevista per il 3 giugno. Nel febbraio del 2012, in primo grado il barone era stato condannato a 16 anni per disastro ambientale doloso. De Cartier aveva affrontato il processo di Torino con profondo distacco, senza partecipare alle udienze e senza far sentire la sua voce.

L'attenzione dei media e del pubblico, in Italia e nel resto del pianeta, si era cosi' concentrata sull'altro imputato, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, uno degli uomini piu' ricchi in circolazione. Ma per i pm Raffaele Guariniello, Sara Panelli e Gianfranco Colace, che ne avevano rintracciato il nome setacciando i complicati intrecci societari della galassia Eternit negli anni Sessanta e Settanta, erano entrambi responsabili. Durante la seconda guerra mondiale De Cartier fu catturato dai tedeschi e rinchiuso in un lager; scappo' e si uni' all'Armata Rossa, poi rientro' in patria. A Turhnout si occupava ancora della Brepols, azienda editoriale di libri religiosi e di carte da gioco. Qualche giorno fa era stato colpito da una leggera ischemia: non era niente di grave e i suoi legali non avevano chiesto di bloccare il processo.

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