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Le nuove frontiere del lavoro

Non solo in Italia: in molti paesi europei, e a livello mondiale, il contesto in cui viviamo è segnato dal problema di “creare posti di lavoro”. Nel dibattito politico si porta l’attenzione sui giovani in particolare, ma la questione dovrebbe essere articolata anche considerando i trend demografici (invecchiamento attivo, è stato detto) e le diverse componenti del mondo dei “giovani” (non si sente parlare di “pari opportunità”; non si fa mai riferimento ai “giovani” immigrati, molti nati qui: guardando ai numeri di quelli che sono oggi nelle scuole, nei prossimi anni questa sarà una considerevole quota dei “giovani” nel nostro mercato del lavoro). Ho pensato di cogliere l’occasione di un testo pubblicato pochi giorni fa, il 22 maggio, su Repubblica, per portare l’ attenzione su un aspetto del quale nel dibattito italiano non si parla. Il titolo, “La legge della robotica”, non necessariamente fa pensare al tema dei “posti di lavoro”. Ma si tratta di un contributo che vedo utile per mettere al centro il tema del lavoro appunto, prendendo però le distanze dalle letture prevalenti, che considero imprecise, anche rischiose.

Si tratta di un’intervista al giornalista e saggista statunitense, Chris Anderson, ex direttore di Wired e autore di diverse pubblicazioni che, spaziando dalle questioni dell'immaterialità all'avvento dell'era della gratuità, fino alla svolta recente sul ritorno dell'industria, hanno costruito e rafforzato la sua fama di “guru” di internet. Al centro delle sue analisi e della sua attività un progetto che intende anticipare radicali cambiamenti nell’agricoltura mondiale. Dalle affermazioni fatte nell’intervista mi sembra stimolante riprendere alcuni passaggi. Anderson dice che “già oggi viviamo in una società robotizzata.. solo che quando un robot funziona davvero non lo chiamiamo più robot… la lavatrice è un robot. .. anche il navigatore, che ci indica la strada in auto.. è un robot“. E altri esempi. Dunque la parola robot non è così estranea al nostro mondo, alla nostra vita quotidiana. A me vengono in mente anche altre situazioni – che sono parte del nostro vivere “normale”- che potremmo aggiungere a questa lista. Negli uffici postali, nelle banche, in agenzie di viaggio, ci sono meno clienti che in passato, e anche il numero degli impiegati si è ridotto: biglietti e operazioni varie si fanno su internet. Le persone che una volta lavoravano in questi, e in molti altri ambiti (non visibili come quelli che ho menzionato) sono diminuite. Per un crescente numero di “lavori”, in moltissimi settori, non ci sarà più bisogno di “addetti” per compiti che in passato era importante svolgere. Internet e i robot ovviamente non li consideriamo come parte dello stesso “mondo”: e però le parole di Chris Anderson sono da riconsiderare. Ancora dall’intervista ad Anderson: nello scenario che si delinea ”il lavoro a tempo indeterminato, nel settore manifatturiero ma non solo..è destinato a sparire”.

Poi passa a parlare del suo progetto che propone uno scenario al quale fino ad ora non si era rivolta attenzione. La parola è droni, che abbiamo cominciato a conoscere con riferimento a operazione belliche nelle quali, invece degli esseri umani, si utilizzano appunto robot. Importante questo nuovo dato, in situazioni di rischio. Ma con il riferimento ai droni Anderson delinea un quadro diverso. La sua idea è di introdurre nell’agricoltura, a livello mondiale, soluzioni tecnologiche mai prima concepite: “un piccolo aereomodellino che, sorvolando il terreno, controlli la produzione, consente di sapere se ci sono malattie delle piante, infiltrazioni d’acqua, se ci sono problemi. Risolvere quei problemi significa migliorare immensamente il raccolto…”. Proviamo a pensare cosa potrebbe significare questo rispetto ai numeri (e certo, anche alle condizioni) di persone che lavorano in varie mansioni nell’agricoltura a livello mondiale. Sempre meno ci sarà bisogno di gente al lavoro. Si utilizzeranno droni come “addetti” a una varietà di mansioni.

Prendo questa intervista, e l’occasione che sia stata pubblicata in un quotidiano importante come Repubblica, perché davvero dovremmo darci uno scossone: guardare ai processi in corso, e al “futuro”, con conoscenze e categorie adeguate. Si continua a parlare, e certo non si puo’ non farlo, di politiche e di “scenari” che hanno segnato una fase importante della storia di molti paesi: ci siamo vissuti per decenni, le condizioni economiche e sociali sono per molti migliorate, pensavamo si potesse andare avanti, anche con miglioramenti, certo, nel futuro. Invece si tratta di portare la nostra attenzione su processi, in parte già in corso anche nei contesti in cui viviamo, per ora inimmaginabili per la maggior parte di noi. Non fare finta - così a me sembra stia succedendo - che sia possibile “creare posti di lavoro, riproponendo un quadro che è quello dei decenni passati.

Parlare in questa chiave non può non aggiungere incertezze, domande senza risposta sicure, senso di insicurezza, alle preoccupazioni attuali. Però è necessario. È pesante il rischio di false soluzioni, di risposte inadeguate. E soprattutto: ci sono analisi e contributi per un possibile “guardare avanti”. Troppo poco si sente parlare di possibili alternative, di nuove soluzioni che sono state sperimentate, di cambiamenti - nelle modalità, nei tempi, nella definizione stessa del “lavoro”-.

Che i media e le istituzioni ci facciano “aprire gli occhi” su processi in atto e su soluzioni forse possibili: sarebbe da augurarselo.

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