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Il governo del non-lavoro
Dalla piazza di Terni la segretaria della Cgil striglia il governo: «Nessuna cambiale in bianco». Priorità resta l’occupazione: «Non si crea con nuova precarietà, ma con una patrimoniale sui ricchi»

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«Non firmiamo cambiali in bianco per nessuno, nemmeno per questo governo». Susanna Camusso è netta, e manda un messaggio al presidente del consiglio Enrico Letta, ancora impegnato nella giornata di ieri nei lavori del G8. La segretaria generale della Cgil parla dal palco di Terni, davanti agli operai delle acciaierie Ast (ex Thyssen) e di altre fabbriche in crisi del territorio: quelli manganellati dalla polizia qualche settimana fa. Servono risultati, e prima ancora azioni decise ed efficaci da parte dell’esecutivo, che ancora – accusa Camusso – non si sono viste. In prospettiva, sabato prossimo, c’è la manifestazione di Cgil, Cisl e Uil a Roma: i tre sindacati chiederanno politiche contro la crisi e un fisco più equo per lavoratori e pensionati.
Rivolgendosi sempre al governo Letta, la leader della Cgil dice che «o cambia il passo e si difende davvero la produzione del Paese, o dovremo continuare in una mobilitazione che cresce». Come dire: il 22 potrebbe essere soltanto l’antipasto, servito in forma unitaria (in tante altre occasioni la Cgil si è mossa da sola, e anche se non è proprio stagione, soprattutto dopo l’accordo sulla rappresentanza, potrebbe comunque tornare a farlo).
Secondo Susanna Camusso l’esecutivo Pd-Pdl ha fatto «troppo poco» per la ripresa. «Non si combatte la disoccupazione con le leggi che aumentano la precarietà. Questo diremo il 22 giugno prossimo a Roma», ha anticipato. Ancora, la segretaria Cgil dice «no a una piccola parte di società che ha grandi ricchezze». «Se non si usa la via fiscale sui grandi patrimoni – ha chiesto sotto il sole rovente, davanti alla platea umbra – dove si trovano le risorse per il lavoro e per i pensionati? Al governo chiediamo anche di essere severo rispetto all’evasione fiscale e ai privilegi di pochi». E poi, riferendosi a Letta, ha aggiunto: «Siamo d’accordo con lui che il tema fondamentale è l’occupazione dei giovani. Ma come pensa di ottenerla se si chiudono tutte le fabbriche del Paese?».
«A noi piacerebbe sentire il rumore del pugno che il governo sbatte su tavolo della Commissione Ue – ha concluso Camusso – Basta diplomazie quando stanno saltando gli assetti industriali del Paese. Basta parlare sottovoce, si parli invece con la forza e l’orgoglio di un paese che è il secondo industrializzato europeo e che non è disposto a cedere il passo». Toni e contenuti diversi rispetto a Silvio Berlusconi, ovvio, ma è interessante che all’indomani dell’uscita del Cavaliere sull’Iva e la Ue («Non dovrà essere aumentata: il governo deve sforare il deficit del 3%») anche la Cgil chieda a Letta di farsi sentire di più, di farsi valere in Europa.
E certo in Italia non sono solo i lavoratori della Ast a temere per il loro posto: anzi, moltissimi già lo hanno perso, dopo che si sono esauriti gli ammortizzatori sociali e la loro impresa non ce l’ha fatta o ha deciso di tagliare. Non a caso Camusso ieri da Terni si è spostata davanti a un’altra piazza simbolo dell’Italia che perde pezzi, a Fabriano. Ad attenderla c’erano i dipendenti della Indesit e di altre aziende (soprattutto medie e piccole, la forza – almeno in passato – del «modello Marche») che chiedono ugualmente al governo, come agli imprenditori, uno sforzo per non arrivare alla chiusura.
Tornando per un attimo all’Ast, c’è da ricordare che tutto il settore siderurgico è a rischio in Italia: dai cantieri di Piombino all’Ilva di Taranto, migliaia di persone vedono il proprio destino appeso a un filo e sollecitano l’esecutivo a preparare un piano di sviluppo che abbia una qualche aria di politica industriale (termine che sembra dimenticato ormai da un pezzo).
E come dimenticare i lavoratori dell’Alcoa? Gli operai sardi dell’alluminio hanno annunciato per luglio una manifestazione a Roma, perché la politica, forse troppo presa dai giochi di palazzo, si ricordi di loro e delle loro famiglie.
Scorrendo le cronache sindacali si incontrano tantissime crisi aziendali, quasi tutte con lo stesso copione: tagli, esuberi, ridimensionamento, spesso delocalizzazione, anche quando l’impresa fa utili. Nei giorni scorsi, ad esempio, Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno proclamato 24 ore di sciopero nel gruppo di spedizioni Tnt: le prime 8 ore verranno utilizzate il 28 giugno. Il gruppo olandese ha annunciato tagli choc: ben 854 licenziamenti nelle sedi italiane.

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