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Tra reddito e lavoro, il terzo settore
Una risposta realistica alla contrapposizione tra reddito e lavoro può consistere nell’incentivare le imprese che perseguono comportamenti socialmente responsabili

L’ampio dibattito in corso su reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito – il primo inteso come programma universalistico e incondizionato, che prevede l’accesso da parte di tutti ai frutti delle risorse comuni, il secondo visto come programma selettivo, che implica la concessione di un sussidio in favore di chi si trova al di sotto di una determinata soglia di povertà – ha visto emergere la contrapposizione tra chi, nella lotta alla disuguaglianza e alla disoccupazione, punta a sostenere i redditi e chi punta a sostenere il lavoro.
La proposta di fare ricorso a forme di sostegno al reddito è dovuta alla drammatica situazione in cui ci troviamo. Come ha scritto Claudio Gnesutta, “Per quanto si possa essere convinti che sia il lavoro e non il reddito il fattore decisivo per la realizzazione dell’individuo e per uno sviluppo di qualità della società, ci si deve preoccupare che la mancanza di un’occupazione stabile e dignitosa e il ridimensionamento della quota di reddito complessivo non si traducano in un fattore disgregante del corpo sociale. Una politica economica di sostegno della domanda e politiche fiscali di perequazione potrebbero sostenere la quota del reddito da lavoro, ma, nelle condizioni strutturali che viviamo, esse appaiono ampiamente insufficienti: il reddito di sopravvivenza non può dipendere in assoluto da un’occupazione che i mercati non sono in grado di garantire.” (Claudio Gnesutta, Sbilanciamoci.info 2 maggio 2013, “Garantire il reddito o il lavoro? Una ricomposizione possibile”). Gnesutta ricorda che le previsioni di qui al 2060 dell’Ocse indicano per l’economia italiana un tasso di crescita medio annuo dell’1,5% in termini reali e un tasso di partecipazione al mercato del lavoro al di sotto del 50%. Ci troviamo dunque in una situazione strutturale, in cui l’offerta di lavoro è sistematicamente maggiore della domanda, che definire “crisi” è fuorviante. Una situazione strutturale iniziata nell’ultimo decennio del secolo scorso, acuitasi drammaticamente negli ultimi cinque anni e destinata a protrarsi ancora a lungo.
La seconda posizione, sostenuta in particolare da Giorgio Lunghini (Sbilanciamoci.info 10 giugno 2013, “Reddito sì, ma da lavoro”) e Laura Pennacchi (Sbilanciamoci.info 4 giugno 2013, “Lavoro, e non reddito, di cittadinanza”), sottolinea come l’erogazione di un reddito di base non risolve il problema dei non occupati, in quanto certificherebbe l’emarginazione di chi è fuori dal mondo del lavoro, ne ridurrebbe l’incentivo a trovare un’occupazione e lo esporrebbe a ulteriori forme di deprivazione (1). Secondo Lunghini, verrebbe inoltre favorito il voto di scambio, con tutte le conseguenze di ulteriore degrado della vita politica e civile facilmente immaginabili.
A questo si aggiunga il problema dei costi dei due programmi, in particolare del reddito di cittadinanza. Secondo le stime di Leopoldo Nascia (Sbilanciamoci.info 24 maggio 2013, “Quanto costa un salario di cittadinanza?”) un sistema di salario di cittadinanza per tutti costerebbe fino a 150 miliardi di euro all’anno, cui andrebbe sottratto il risparmio in termini di sussidi di disoccupazione (circa 13 miliardi) e di altre agevolazioni previste dal sistema di welfare, che farebbero scendere l’onere complessivo a 120-130 miliardi. Nello stesso articolo Nascia ricorda che 120 miliardi rappresentano oggi il contributo annuo di dipendenti e pensionati, su un totale di 159 miliardi, alle entrate fiscali dirette. Il reddito minimo garantito ai disoccupati costerebbe invece tra i 36 e i 72 miliardi di euro – a seconda di un’erogazione di 500 euro mensili a disoccupato o di 1000 euro – cui andrebbero sottratti anche qui i 13 miliardi di sussidi di disoccupazione e le altre forme di agevolazione.
È chiaro che ci troveremmo di fronte, nel caso del reddito di cittadinanza, alla necessità di rivedere i nostri parametri di finanza pubblica (anche a prescindere dai vincoli europei) e l’intero sistema di welfare. Né si può pensare di aumentare una tassazione già giunta a livelli insostenibili o di fare affidamento sulla sola lotta all’evasione, che va comunque intensificata. Meno irrealistica la spesa sostenibile per il reddito minimo garantito, il cui impatto sulla finanza pubblica non sarebbe comunque lieve.
La verità è che, in linea di principio, in un sistema che sia al tempo stesso efficiente ed equo occorre ricondurre il diritto al reddito alla partecipazione alla produzione. Naturalmente ci devono essere le dovute eccezioni, come nel caso dei soggetti disabili o non autosufficienti. Lo sostiene anche Ilaria Lucaroni (Sbilanciamoci.info 4 giugno 2013, “Reddito minimo per un Commonfare”), che però declina il principio avendo in mente un progetto radicalmente diverso di società, che bisognerebbe approfondire meglio.
La strada da seguire a mio avviso non può essere che quella di creare attraverso l’attività d’impresa un autentico valore sociale a vantaggio di tutti gli stakeholder aziendali, che comprendono i dipendenti, i fornitori, i clienti/consumatori/utilizzatori, la comunità territoriale di riferimento, non meno dei soci e dei manager. Nel sistema produttivo non sono poche le imprese il cui obiettivo non è il profitto, ma la creazione di un valore sociale, non sempre misurabile, ma che tende a soddisfare quei bisogni della persona di cui parla Lunghini nel suo bel contributo. Tali realtà produttive sono le organizzazioni del terzo settore e quelle imprese for profit che promuovono lungo l’intera catena del valore comportamenti socialmente responsabili. Entrambi questi tipi di organizzazioni permettono di affrontare in una logica diversa sia il problema della non occupazione sia quello della disuguaglianza e della povertà, in quanto se ne fanno naturalmente carico, e pertanto meriterebbero di essere maggiormente incentivate dalle autorità politiche e di governo.
Parallelamente al dibattito sul reddito garantito, nel mondo del terzo settore si sta svolgendo un altro dibattito, su come rilanciare l’impresa sociale. Uno strumento giuridico nato con il d.lgs 155/2006, che con sole 365 imprese “ufficiali” (iscritte cioè all’apposito registro delle camere di commercio) non è ancora decollato, ma che potenzialmente, secondo le stime di Iris Network e Aiccon, può contare su oltre 12.000 realtà che di fatto sono imprese sociali, come molte società cooperative, fondazioni, onlus, associazioni di volontariato, alcune imprese for profit. Tutte organizzazioni private che non hanno come obiettivo principale il profitto, ma la realizzazione di finalità di interesse generale nel campo della produzione o dello scambio di beni e servizi di utilità sociale. Ebbene, sarebbe giusto sostenere maggiormente queste imprese attraverso consistenti sgravi fiscali, semplificazione normativa, possibilità di remunerare in maniera congrua il capitale (2).
Allo stesso modo si dovrebbero premiare quelle imprese for profit che ricorrono alla certificazione etica e si ispirano nei loro comportamenti a principi di responsabilità sociale, che non siano di facciata, ma autentici, basati sulla salvaguardia o meglio l’aumento dei posti di lavoro, il rispetto ambientale, la giusta proporzione tra remunerazione dei manager e remunerazione dei dipendenti.
Basterebbero questi strumenti per fronteggiare la grave situazione strutturale cui ci troviamo di fronte? Probabilmente no nel breve-medio periodo, e per questo una prospettiva di reddito minimo garantito non può essere esclusa per arginare il crescere delle forme di deprivazione. Sarebbe però il segnale dell’inizio di un nuovo percorso in grado di ridare centralità al fattore umano nel processo di creazione e distribuzione del reddito, fornendo una risposta etica ai problemi della non occupazione, della disuguaglianza e della povertà.

(1) Si veda su quest’ultimo aspetto Amartya Sen (1997), “Inequality, Unemployment and Contemporary Europe”, in “International Labour Review”.
(2) Si vedano al riguardo l’articolo di Stefano Arduini “Impresa sociale. Che impresa sarà?”, contenuto in “Vita”, maggio 2013 n.5, e l’allegata intervista a Pellegrino Capaldo “Fisco zero per le imprese sociali” di Francesco Agresti.

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