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"Basta parole. La disoccupazione è la vera arma di distruzione di massa". Parla una precaria di Roma
Una generazione bruciata: in 3 anni e' crollato di un milione il numero degli under 35 che lavorano, di cui 750 mila unita' proprio nella fascia tra i 25 ed i 34 anni. Le tabelle dell'Istat sulla disoccupazione uscite ieri traducono in numeri certi il dramma della crisi che ha minato i sogni e il futuro dei giovani di oggi proprio negli anni nei quali si costruisce, si trova un lavoro dopo la laurea, magari si mette su famiglia. "Bisogna smettere di dire che e' la vigilia della ripresa se non si traduce nel fatto che riprende l'occupazione", afferma la leader della Cgil Susanna Camusso, che torna a chiedere una politica economica che cominci "dagli investimenti" e che dia "reddito ai lavoratori". Controlacrisi ha intervistato Laura (il nome è di fantasia), precaria da una vita che ha poco più di 34 anni. Vive a Roma e da quando ha terminato gli studi ha ottenuto un solo breve periodo di lavoro a tempo determinato.

Ci sono ormai due o tre generazioni cancellate dalla storia economica di questo paese. Ti senti di appartenenere a quelle generazioni e perché?
Appartengo a una generazione decisamente sfortunata, anzi, decisamente penalizzata nel mondo del lavoro, e quindi anche su tutto il resto. Faccio parte di quei 935.000 giovani tra i 25-34 anni che non hanno lavoro. quel che peggiora la situazione è pensare al futuro. Quando si lavora lo si fa quasi sempre in nero. Il dramma vero è che la mancanza di lavoro causa numerose altre mancanze: potersi permettere una casa, che sia in affitto, che sia un mutuo. Permettersi a 30-35 anni di costruire una famiglia? Per molte di noi è quasi impossibile. Forse un atto di incoscienza o di grande coraggio, ma non ci sono le risorse economiche per crescere e andare avanti. La mancanza di lavoro porta alla paralisi della nostra vita.

Come tiri avanti con una crisi che ormai dura da cinque anni...
Te la cavi solo con "l'arte dell'arrangiarsi", che non è che mi dia stabilità né economica, né tanto meno psicologica. Si passa da un lavoro all'altro senza fermarsi per una giornata intera. La mattina lavoro in un call center, per quattro ore, con un contratto che si rinnova di 6 mesi in 6 mesi, e un guadagno con cui a mala pena riesco a pagare l'affitto di una stanza. Il pomeriggio mi arrangio a fare qualche babysitteraggio. La sera se mi chiamano dal ristorante sotto casa riesco a fare un paio di giornate come cameriera. non arrivo mai a vivere. Sopravvivo, passando da un lavoro all'altro e non riuscendo mai ad arrivare a fine mese. Niente soldi da parte, zero. Ho dovuto persino fermare l'automobile e il motorino, perché non ho soldi per pagare le assicurazioni. Non tiro avanti, mi arrangio. E quando possono, quasi mai, ho un aiuto economico dai miei genitori.

Dov'è la ripresa di cui si sente parlare?
Quelli che parlano di ripresa dovrebbero scendere un po' in strada tra la gente. Le case non si riescono a prendere in affitto. I miei amici che lavoravano a Roma stanno tutti rientrando nelle loro regioni perché non hanno più lavoro e non possono permettersi di restare qui. A trent'anni sono moltisismi i giovani che rientrano a casa dei genitori. Ed è allucinante. Un processo di involuzione tremendo.

Nel tuo giro di amici e conoscenti ce ne sono molti che sono andati all’estero per lavorare?
No, nel mio no. sono molti quelli che hanno seguito la professione dei genitori, da attività commerciali a varie categorie di professionisti (avvocati, medici). E mi raccontano che i clienti oggi non hanno i soldi per pagare, pagano a rate, quando hanno qualcosa quando riescono. Così il sistema economico è fermo. Nessuno guadagna, nessuno riesca a far circolare soldi.

Il massimo che è durato il tuo lavoro quanto è stato?
Un anno e mezzo in un'azienda di Finmeccaniza, nel 2011, mi pare,poi sono stata ferma tre mesi per malattia. Nel frattempo mi era scaduto il contratto e non mi è stato rinnovato.

Quando qualche politico o sindacalista parla di disoccupazione cosa provi? Cosa vorresti dirgli?
Credo moltissimo nelle lotte dei cittadini, a partire dal singolo, e soprattutto alle lotte e alla solidarietà che si attivano nelle piccole comunità (amici, conoscenti, gruppi sociali legati da un territorio o da una idea di appartenenza). Ccco, gli vorrei dire che i politici dovrebbero essere come queste persone che lottano nel piccolo. senza badare ai loro interessi personali economici. Ma interessarsi dei cittadini come fossero i propri vicini di casa, i propri familiari, amici, conoscenti. gli vorrei anche dire che per fare politica è necessaria una preparazione culturale, una conoscenza del mondo, ma anche e soprattutto avere la capacità di stare nella gente, sentirsi tra la gente come se fosse la propria famiglia. Preoccuparsi e avere cura dei cittadini. vorrei anche dire che chi sceglie di fare politica non sceglie di fare il commerciante, quindi dovrebbero salire in politica solo persone con valori molto alti, altissimi. nobili. Gli interessi economici devono essere sempre l'interesse legato al paese e ai cittadini. Ma non lo so se è possibile oggi questa idea di politica. Tutto purtroppo ruota intorno agli interessi economici. I cittadini da un politico, come da un sndacalista si aspettano di averli dalla propria parte. punto e basta. Non ci sono alternative in questo. Non per me. Parlano tanto di armi di distruzione di massa. E questa storia della disoccupazione cosa è? Ma si stanno rendendo conto di cosa sta accadendo nel paese reale? Stiamo tornando nel medioevo. Vai avanti solo con i favori e le conoscenze famigliari.

Gli esperti parlano di una crescita economica in futuro ma senza lavoro. Cosa pensi di fare?
Non lo so. Di certo non voglio sopravvivere. Né tanto meno vivere per arrivare a metà mese come se fosse fine mese. Non è la ricchezza a interessarmi, ma la stabilità, quella che dovrebbe appartenere a ogni cittadino. Ho pensato di lasciare l'italia, più volte, ma la mia situazione familiare non mi permette, almeno ad oggi, questo passaggio. E in linea generale credo che gli italiani dovrebbero essere messi in condizoni di collaborare con l'estero per migliorare, crescere e apportare collaborazioni utili, ma soprattutto dovrebbero essere messi in condizoni di restare nel proprio paese. Non sentirsi costretti ad abbandonarlo.

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