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"Miopia e difesa dei privilegi, le origini della disdetta del contratto delle banche"
Intervista ad Agostino Megale, segretario della Fisac-Cgil

La disdetta del contratto da parte delle banche ha sorpreso un po’. Un settore, quello del credito, votato alla concertazione, improvvisamente decide di seguire lo scontro puro e duro. Cosa succede? Le banche italiane hanno deciso di risolvere così il nodo dell’adeguamento del sistema dal punto di vista dei costi e della modernità di funzionamento?

Il settore bancario in Italia è in difficoltà. E’ vero che il sistema era meno esposto rispetto alla speculazione internazionale e ai derivati, non perché ci fosse una mente cauta e straordinariamente intelligente ma per i ritardi accumulati, ma è altrettanto vero che quando precipita la crisi il contraccolpo si trasmette immediatamente sul credito. Pur essendo più solido e meno esposto sul fronte patrimoniale, il settore vede il taglio del 50% del valore delle azioni, la ricapitalizzazione e una certa stretta delle ispezioni. Il 2012 va peggio del 2011 e le semestrali del 2013 sono anche peggio del 2012. La redditività, intanto, finisce sotto il 2%. La verità è che nel 2013 si concentrano gli elementi di ritardo su innovazione nel digitale e nei servizi assieme ad una crisi che colpendo i fondamentali dell’economia e nell’economia ad un certo punto entra direttamente nelle banche.

Intanto, Basilea 3 è alle porte…
Il settore al raggiungimento di Basilea 3 dovrà procedere anche evidenziando problemi occupazionali non nuovi. D’altro canto si sono gestiti 40mila esuberi tra 2008 e 2012 con esodi per gli anziani che hanno permesso poi l’ingresso di 5.000 giovani. E’ indubbio che un processo cominciato prima si accentua con la crisi. Così come è indubbio che a fare altri danni ci ha pensato il blocco del pensionamento introdotto dalla legge Fornero. Nel 97-98 si produsse, per fronteggiare il decennio successivo, un protocollo con il governo Prodi con l’obiettivo di rilanciare il settore e difendere l’occupazione. Arrivò il sostegno al reddito e prevalse la concertazione. Oggi quello che mi pare si evidenzi con la scelta della disdetta è da un lato una miopia e una scarsa lungimiranza di una classe dirigente che a fronte della crisi decide che l’anello più debole della catena è rappresentato dal lavoro. E quindi prendono di mira il contratto sia sul lato dei costi che su quello dei diritti attraverso una disdetta che sa di altri tempi e ricorda gli anni ’80.

Perché tanta durezza?
Più che porsi il problema di far ripartire il sistema si preoccupano di far precipitare la rottura delle relazioni. E’ un errore. Proprio in questa situazione il paese avrebbe bisogno di vedere unità e coesione. Una classe di banchieri che guadagna superstipendi e rompe il contratto per un costo contrattuale irrisorio non può pensare che il sindacato porga l’altra guancia. Al tavolo delle trattative abbiamo chiesto di affrontare il tema di compensi di 2-3 milioni. Beh, sono impalliditi. Per noi il contratto, e questo lo voglio sottolineare, è la carta costituzionale.

Non vorrei fare accostamenti troppo arditi ma sembra una situazione del tutto simile a Fiat.
Le tenedenze imitative che guardano a Fiat non sono solo una retorica. Bisogna però sapere che lo scontro non va sottovalutato perché in gioco c’è la carta costituzionale del lavoro dei bancari. Per poter sconfiggere questa impostazione dobbiamo essere protagonisti di una operazione che chiamo rivolgersi al paese. Una sorta di carta dei diritti dei cittadini in cui si chiede alle banche di riaprire gli investimenti, e di ridurre quei 42 miliardi di mancato prestito alle famiglie, di disporre interessi ridotti per investimenti produttivi soprattutto per i giovani. Insomma, non c’è la difesa di una corporazione ma una proposta per la difesa di un sistema-Paese che sta collassando per la mancanza dei flussi di credito. E’ molto importante poi che tutto il sindacato abbia risposto in modo netto con una prima dichiarazione di sciopero per il 31 ottobre. Deve essere chiaro che questa vicenda in cui i banchieri mettono nel mirino il contratto non la si vince solo con la giusta necessaria mobilitazione del sindacato ma è necessario che i banchieri capiscano che i lavoratori sono totalmente con il sindacato. Sono 13-14 anni che la categoria non sciopera. Ci ritorna per difendere e mantenere un contratto nazionale di lavoro che quando venne sottoscritto nel 2012 lo definimmo un contratto in tempo di crisi.

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