Lunedì 22 Luglio 2019 - Ultimo aggiornamento 16:49
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi


"Cgil addio. Non hai più alcun legame con i lavoratori". Intervista a Franca Peroni
Non è così frequente che dirigenti della Cgil aderiscano a un sindacato di base. Con Maurizio Scarpa, tra l'altro vice-presidente del Comitato direttivo nazionale, avete preso questa decisione. Quali ragioni ti hanno spinto?
Una scelta maturata anche con la sufficiente serenità. C’è da dire che la mia esperienza sindacale è partita dai luoghi di lavoro. E quando ho capito che questo sindacato è proprio lì che non ha più alcun radicamento né interlocuzione allora ho capito che qualcosa di importante stava cambiando.

Insomma, una rottura profonda.
Ho avuto una scuola quadri come si diceva una volta importante e qualificata. In un comune piccolissimo con un organico di 350 dipendenti che coprivano però molti servizi e avevano una grande articolazione di professionalità, il mio approccio alla lotta sindacale è stato curato dagli operai della nettezza urbana che mi hanno trasmesso i valori per il quali mi ero iscritta da giovanissima al partito comunista. Valori che mi hanno accompagnato in tutto il mio percorso, quando ho assunto la responsabilità della conduzione della categoria in Trentino e poi il 2002 quando sono arrivata al livello nazionale della mia categoria. Vorrei riassumere tutto questo con una battuta, che può sembrare molto semplice anche, che per me è stata il faro di riferimento: quando firmo un contratto sono io responsabile di cosa accade ai lavoratori per le loro condizioni concrete. Quando firmo mi devo sempre chiedere cosa vuol dire il contratto per quei lavoratori. Mantenere un radicamento forte con quelle che sono le condizioni materiali nei luoghi di lavoro ti induce naturalmente a stare sulla retta via, se possiamo usare questo termine. Le strategie vanno quindi tradotte nel quotidiano della gente che tu provi a rappresentare.

Questo può essere considerato, diciamo, uno stile di lavoro. Ci sono sindacati che continuano a fare il loro “mestiere” senza questo punto di riferimento. Il punto però mi sembra che riguardi il passaggio epocale che stiamo attraversando, e in particolare quell'idea di rappresentare tutti i lavoratori e non soltanto gli iscritti che ha sempre sostenuto la Cgil.
Sì, appunto, l’altra cosa che mi interessa sottolineare, ed è stato quello che mi ha fatto riflettere su quanto ancora riuscissi a resistere, è l’assenza totale deli strumenti per difendere i lavoratori in quanto tali. Strumenti che non ti vengono negati dal padrone ma dalla tua stessa organizzazione sindacale. Quando succede questo tu non puoi fare più finta di niente. Non puoi dirti che in fondo rimani una persona onesta. Il tuo lavoro non produce più né tutela né difesa nemmeno del singolo lavoratore. E poi c’è l’altra questione, che oggi rischi di fare il patronato, ovvero la tutela individuale, che non cambia, però, le condizioni di riferimento.

Insomma, si ripropone il tema di una solitudine dei lavoratori nel luogo di lavoro e quindi, a rigore di etimologia, e di storia, la fine del sindacato.
Sì, oggi i lavoratori vivono una profonda solitudine nei luoghi di lavoro, anche in quelli più grandi. E la loro risposta è un ripiegamento che di fatto li divide e li mette uno contro l’altro. Noi dobbiamo mettere in campo un percorso, ed è per questo che io aderisco a Usb, perché credo che bisogna combattere la rassegnazione, prima di tutto. La rassegnazione di quelli che non riescono a reggere lo scontro impari tra i lavoratori e il padrone.

C’è un sindacato da inventare oppure è sufficiente proseguire su una linea in qualche modo consolidata dalla storia?
Per fare tutto questo credo che occorre attrezzarsi e ragionare sulla prospettiva. Innanzitutto, occorre aprire, e anche su questo ho trovato un segnale interessante da Usb nel congresso che hanno tenuto lo scorso anno, alle esperienze e ai percorsi sindacali diversi da quelli tradizionali. Vale per Usb e vale anche per me. Il confronto tra esperienze diverse può essere utile in questa fase perché dobbiamo ricostruire un percorso di resistenza e anche di riappropriazione della consapevolezza delle proprie condizioni, delle condizioni del mondo del lavoro che ha ancora qualcosa da dire ed ha diritto ad avere voce ed ad avere rappresentanza. Questo oggi è negato. Ed è negato grazie a quello che sta avvenendo nel sindacalismo confederale tradizionale, anche rispetto al fatto che i lavoratori e le lavoratrici non possono più decidere rispetto al proprio futuro. E guardate che questa immagine dei sudditi è vera. Se in un luogo di lavoro manca la solidarietà di classe, se manca la consapevolezza che è la solidarietà a riproporre il principio di rappresentanza allora vuol dire che in molti, in troppi, hanno rinunciato ad esigere i propri diritti. Per estensione, il discorso vale anche per la sinistra. Se vogliamo ricostruire una sinistra sociale e politica dobbiamo ripartire dai luoghi di lavoro.

E’ stato singolare, e nello stesso tempo agghiacciante, ma al direttivo della Cgil, di fronte alla devastazione portata dall’accordo sulla Rappresentanza, in molti hanno fatto finta di niente.
Credo che sia possibile che l’organismo faccia finta di non accorgersi. Per capire cosa sta accadendo, però, dobbiamo risalire all’ultimo congresso. Nel 2009 come Funzione pubblica avemmo una intuizione, modesta e straordinaria al contempo, di mettere assieme mondo del lavoro pubblico e mondo del lavoro privato, che erano stati gestiti sempre in contrapposizione. La ricomposizione del mondo del lavoro l’abbiamo fatta dentro un progetto che partiva dalle grandi categorie del pubblico e del privato. Poi questo progetto si è tramutato in una proposta a trecentosessanta gradi di rinnovamento e ricostituzione di un modello di sindacato che avevamo capito stava già scricchiolando e ha trovato una sua coagulazione nel documento della “Cgil che vogliamo”. Lì la Cgil si è spaventata. E’ lì che c’è stata la distruzione e la ricostituzione di un gruppo dirigente costruito sull’unico criterio valoriale, la fedeltà al segretario generale. Quel gruppo dirigente ha accettato implicitamente la perdita di relazioni con il mondo del lavoro e il modello portato avanti dalla Cisl che tutela individualmente ma non mette in discussione i capisaldi. Quando tu a monte decidi che l’unico criterio è la fedeltà al capo poi il modello organizzativo che ne discende è una logica conseguenza.

Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi