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"Sulla rappresentanza non possono esserci ricatti né sanzioni". Intervista a Carlo Guglielmi

Nel corso del seminario di Forum Diritti Lavoro dell’altro giorno sul monopolio della rappresentanza sono venuti fuori molti spunti interessanti. Tra gli altri, quello sull’erga omnes, da cui qualcuno fa derivare la positività dell’accordo del 10 gennaio.
Intanto chiariamo cosa significa erga omens: significa che il contratto è vincolante verso tutti i lavoratori. In questi termini, è un problema sostanzialmente falso nel senso che di fatto già da sempre la Giurisprudenza lo ha risolto. Lo illustro con un esempio molto concreto. Se i lavoratori italiani si fossero potuti salvare dalle migliaia  di accordi in pejus firmati in questi anni togliendosi dai sindacati firmatari oggi Usb e i Cobas avrebbero 20 milioni di iscritti. Questo non è accaduto perché secondo il nostro diritto vivente quando il datore applica un contratto collettivo questo si estende a qualsiasi lavoratore abbia alle sue dipendenze a prescindere dalla sua eventuale affiliazione sindacale. L’erga omnes - tranne scaramucce di frontiera - è stabile nella normalità fisiologica. Gli unici problemi insorgono in casi rari e patologici (quando ad esempio – come è avvenuto per i lavoratori iscritti alla Fiom – viene stipulato un nuovo contratto separato mentre il precedente è ancora valido). Ma questa è un’eccezione assoluta. E comunque anche in tali casi quanto meno per l’aspetto retributivo i giudici hanno affermato l’erga omens dicendo che anche ai lavoratori a cui si applicava il vecchio contratto si dovevano riconoscere gli aumenti previsti dal nuovo perché il nostro ordinamento vieta trattamenti retributivi differenziati in ragione dell’affiliazione  sindacale. Insomma sotto questo aspetto il 10 gennaio non prevede nessuna significativa novità.

Bene, tolto di mezzo l’erga omnes, cosa rimane?
L’accordo del 10 gennaio ha un cattivo contenuto, e cioè la possibilità degli accordi aziendali di modificare in peggio gli accordi, ma che già era un dato acquisito dalla giurisprudenza. E un buon contenuto, ovverosia la previsione che finalmente i sindacati contino effettivamente i propri iscritti e poi sottopongano al parere dei lavoratori il contenuto dei contratti nazionali di lavoro prima di renderli vigenti, che però è completamente sterilizzato e privato di ogni senso democratico dalle ulteriori previsioni che aprono e chiudono l’accordo. La parte inaccettabile è quindi in testa e in coda. In testa in quanto, visto che dopo la sentenza della Consulta sul ricorso della Fiom contro la Fiat la scelta del sindacato con cui trattare non la può far più direttamente il datore di lavoro, la si è demandata direttamente ai sindacati firmatari dell’accordo. Sono loro che hanno adesso il compito di evitare opinioni discordanti sia al proprio esterno che al proprio interno. E in coda prevedendosi un fatto davvero inaudito e cioè il divieto sanzionato di porre in essere una qualsiasi azione di contrasto a partire dallo sciopero, volendosi così evitare che qualcuno possa tramite il conflitto collettivo disturbare questo processo. In cambio di questo ruolo che loro si assumono il datore di lavoro consente a Cgil Cisl e Uil di contarsi e affida al 51% di loro l’ultima parola sia sulle piattaforme dei contratti nazionali che sulla rappresentanza a livello aziendale, prevedendo in loro favore importantissimi prerogative anche nel caso nelle specifiche aziende non abbiano alcun seguito tra i lavoratori.

Veniamo a un punto qualificante di questa prima fase di risposta da parte di più soggetti, dai partiti della sinistra antagonista, ai sindacati di base, ai movimenti, e a tutto il mondo dei giuristi e degli avvocati del lavoro che sembra molto deciso ad andare avanti.
Questo lavoro sulla democrazia è un lavoro di lunga durata e non nasce ieri. A partire dal 2010 aveva assunto degli importanti momenti unitari. I fatti del 31 maggio 2013 avevano bloccato questo percorso, perché la Fiom aveva maturato una posizione vicina alla sottoscrizione dell’accordo. E’ chiaro che oggi con la manipolazione diretta della sentenza della Consulta, con le sanzioni e con l’arbitrato obbligatorio pensato proprio per commissariarla la Fiom ha capito benissimo la trappola e in qualche modo il quadro si è ricomposto. Ma dentro un clima di non immediata lettura. E’ chiaro che siamo in una fase di debolezza, ma non leggibile unilateralmente perché al contempo su alcuni punti l’elaborazione giuridica e la permeabilità dell’opinione pubblica è andata avanti. Nel 2013 abbiamo avuto due fondamentali sentenze della Corte Costituzionale sulla democrazia politica e su quella sindacale che sono due traguardi sui quali si possono costruire ulteriori percorsi. E’ un po’ il segno dei periodi di crisi, tra nuovo che potrebbe nascere contemporaneamente allo sgretolamento dei diritti conquistati dalle precedenti generazioni. In questo quadro ci troviamo quindi di fronte a un fatto nuovo: un testo unico che si presenta con una compatezza inedita, e un fronte opposto basato sulla democrazia e la costituzione fortedi due sentenze importanti. Per fare un paragone, il sistema di relazioni sociali proposto il 10 gennaio è un cantiere. Non può diventare operativo domani. Ci sono allora strumenti importanti per iniziare un lavoro di contrasto contro questo cantiere ma, come avviene in Val di Susa, non per evitare del tutto l’opera ma per realizzarla in conformità alla Carta Costituzionale.

Perché? cosa salveresti del 10 gennaio?
Come dicevo passare da una rappresentatività presunta a una rappresentatività reale, contandosi tramite organismi terzi, non è un passaggio secondario. Così come non possiamo negare che lo sia la previsione del 31 maggio per cui i contratti devono essere sottoposti alla validazione certificata dei lavoratori. Dobbiamo far saltare tutto il resto, ovvero il monopolio della contrattazione nazionale, la sterilizzazione del volere dei lavoratori a livello aziendale e le sanzioni in caso di conflitto collettivo. Ed infatti non è certo accettabile che la democrazia sia sottostare al ricatto tra prendere o lasciare e una volta che si è stati costretti a prendere essere poi passibili di sanzioni se si dissente. Così è un cantiere di normalizzazione sociale. Se andasse a regime come è adesso riuscirebbe nel compito davvero difficile di peggiorare la situazione precedente e cancellare quel poco di democrazia che anni di lotte – pagate a duro prezzo – erano riuscite a difendere e rilanciare.

Possibilità di cambiamento?
Credo che la situazione sia meno granitica in Cgil di quanto immaginiamo. Quel dato del 98% per la prima mozione e 2% per la seconda tra i quadri dirigenti che dovrebbe raccontare l’andamento del congresso non è certo la realtà della situazione interna. Non è assurdo immaginare che su alcuni dei punti di criticità più straordinari del 10 gennaio la stessa Cgil si spacchi e vada verso una rinegoziazione. Per il resto spetterà a tutte le forze che si battono per ampliare gli spazi di democrazia fare il resto. Il Forum Diritti Lavoro insieme ad Usb sta per depositare un ricorso alla magistratura per chiedere di dichiarare la nullità per contrasto con i principi costituzionali di tutti qui punti che ho evidenziato, e anche le forze di opposizione nella Cgil riunite nella seconda mozione “il Sindacato è un’altra cosa” si sono già attivate inanzi agli organi interni di garanzia. Ma la differenza reale la farà la capacità dei lavoratori di comprendere l’attacco e difendere i diritti conquistati in un secolo di lotte.

E il peso che potrebbe avere la legge?
C’è da sfatare secondo me un tabù, dietro la paura della legislazione. Come si sa l’art. 39 della Costituzione impone che – al fine di fare una legge sulla contrattazione collettiva – occorre la previa registrazione dei sindacati. Ma tolti i primissimi anni della Repubblica, in cui la registrazione era una paura reale nel clima di caccia alle streghe in cui si viveva e che giustificava quindi l’ostilità ad una legge, il motivo della successiva mancata attuazione di tale articolo è semplicemente che i tre sindacati confederali dovevano pesare allo stesso modo e quindi non si poteva contarli in base al loro effettivo numero di iscritti. Era un preciso accordo preso con i partiti politici di riferimento. Per quanto mi riguarda la registrazione pone il solo requisito di avere una struttura democratica e rendere pubblici i bilanci. E questo non è certo un motivo per non desiderarla, ma al contrario una ragione in più per attuare l’art. 39. E ciò per di più sbloccherebbe tutto portandoci ad una legge che deve esprimere un principio semplice: sono i lavoratori che devono scegliere i propri rappresentanti e questi devono poter decidere in base al loro effettivo consenso, misurato in modo democratico e proporzionale e senza alcuno scambio con il diritto costituzionale di sciopero. Noi adesso andremo avanti a un giudice in forza dell’argomento che nessuno è costretto a firmare un accordo che non condivide per accedere alla rappresentanza. Ma l’unico modo per evitare definitivamente questo ricatto è che le norme le detti il parlamento.

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