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Milano, la vita sui tetti delle madri nella crisi
Lavoro. Il racconto dell'occupazione del policlino. Sedici notti di fila, tra manifestazioni, flash mob, assemblee e una richiesta: riconoscere le professionalità e i diritti maturati in anni di precarietà

Una volta rag­giunto a piedi il quinto piano del Padi­glione Alfieri, biso­gna bus­sare, farsi rico­no­scere e aspet­tare che venga tolta la scala che blocca l’accesso al tetto. Die­tro la porta c’è sem­pre qual­cuno per­chè c’è anche la cen­tra­lina dell’ascensore.

«Biso­gna essere tem­pe­stivi nell’agevolare l’intervento dei tec­nici, in caso di gua­sto» spie­gano le occu­panti. Davanti all’ingresso, un car­tello con le parole con cui, lo scorso 25 mag­gio, il sub­co­man­dante Mar­cos ha annun­ciato il suo ritiro: «Per lot­tare è neces­sa­rio pos­se­dere solo un po’ di ver­go­gna, tanta dignità e molta orga­niz­za­zione». E di orga­niz­za­zione le Madri nella Crisi, sul tetto del poli­cli­nico di Milano per la 16esima notte di fila, sem­brano pro­prio averne.

Per loro, decise a non scen­dere fino a che non ver­ranno ricol­lo­cate, la vita da pre­si­dio all’aperto è ormai quasi una rou­tine. Sia che fac­cia caldo o che piova. Hanno ripro­po­sto i ruoli di un tempo, quando lavo­ra­vano come ope­ra­trici socio sani­ta­rie al Poli­cli­nico: la «capo­sala» tiene le fila dei turni che si decli­nano tra la mat­tina, il pome­rig­gio e la notte. A dor­mire restano almeno in 4, più un uomo.

Ci si alterna per­chè lo spa­zio nella tenda è poco e per­chè sono in tante ad avere a casa dei figli. Spesso manca un com­pa­gno. Si avvi­cen­dano nel fare la spesa e nel tenere in ordine quella che è diven­tata la loro seconda casa. Hanno un for­nello elet­trico, un pic­colo frigo e anche una gri­glia, per qual­che svago serale. L’altra sera rac­con­tano di aver man­giato tutte insieme i taglio­lini al tar­tufo. «Ce l’hanno rega­lato», precisano.

Sul tetto c’è sem­pre qual­cuno. Costante è la pre­senza al ban­chetto di rac­colta firme alle­stito all’ingresso dell’ospedale. Ne hanno rag­giunte due­mila e pre­sto le con­se­gne­ranno all’Assessore Comu­nale alle poli­ti­che sociali di Milano, Pier Fran­ce­sco Majo­rino che lo scorso 10 luglio, insieme all’assessore al lavoro, Cri­stina Tajani, ha incon­trato i dele­gati Usb. Ne è uscito l’impegno a sol­le­ci­tare quello Regio­nale alla Sanità, Mario Man­to­vani che finora è rima­sto zitto. Con un nulla di fatto invece si è con­cluso il tavolo con Ful­vio Matone, il diret­tore gene­rale dell’Arifil.

Il con­fronto con Palazzo Marino resta aperto fanno sapere le rap­pre­sen­tanze sin­da­cali. Aspet­tano a giorni delle altre rispo­ste. Con le van­canze incom­benti, tutto rischia di slit­tare a settembre.

Lunedì si è svolta un’assemblea cit­ta­dina dove le ex lavo­ra­trici del Poli­cli­nico hanno invi­tato le varie anime della pre­ca­rietà mila­nese a far rete. Pre­senti il coor­di­na­mento 3 otto­bre, quello dei pre­cari della scuola che hanno pas­sato la notte accam­pati davanti al Pirel­lone e un rap­pre­sen­tante degli ope­ra­tori sociali. Un flash mob ha inau­gu­rato la discus­sione: lungo la rampa d’ingresso dell’ospedale, dispo­ste in tre file, la fionda alla mano, le madri nella crisi hanno teso l’elastico verso l’edificio in cui hanno pre­stato ser­vi­zio per diversi anni.

Hanno imper­so­ni­fi­cato l’immagine di una donna con una fionda che evoca il sim­bolo delle muje­res libre, un col­let­tivo fem­mi­ni­sta di pre­ca­rie bolo­gnesi che prende il nome dal movi­mento anar­chico di donne attivo in Spa­gna durante la rivo­lu­zione degli anni ’30. La loro lotta è ispi­rata alla sta­gione dei tetti e agli ope­rai della Innse che nel 2009 erano saliti sulla gru per difen­dere il loro posto di lavoro.

Una donna ha sus­sur­rato alla col­lega: «Loro ce l’hanno fatta. Hanno vinto». E ha sorriso.

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