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Pochi i “reintegrati”, ma l’articolo 18 è così importante

L’“attacco” di Renzi all’articolo 18 risale a circa due set­ti­mane fa, quando il pre­si­dente del con­si­glio ha improv­vi­sa­mente riti­rato fuori – dopo mesi di rela­tiva calma sull’argomento – il tema dei licen­zia­menti. Aveva for­nito dei numeri, piut­to­sto det­ta­gliati: «Il dibat­tito estivo sull’articolo 18 è un ever­green. I casi che ven­gono risolti sulla base dell’articolo 18 sono circa 40 mila e per l’80% fini­scono con un accordo». Aggiun­gendo infine: «Dei restanti 8 mila casi, solo 3 mila circa vedono il lavo­ra­tore per­dere. Quindi noi stiamo discu­tendo di un tema che riguarda 3 mila per­sone l’anno in un paese che ha 60 milioni di abi­tanti. Il pro­blema quindi non è l’articolo 18, non lo è per me e non lo sarà».

Magari, ver­rebbe da dire. L’articolo 18 ha invece infiam­mato la poli­tica, come sap­piamo. Ma dove ha preso il pre­mier quei dati? Cer­cando una veri­fica, abbiamo sco­perto che in effetti non esi­ste un’anagrafe, una sta­ti­stica che possa iso­lare le cause di lavoro per arti­colo 18. Per almeno due ragioni, come ci hanno spie­gato l’Agi – Avvo­cati giu­sla­vo­ri­sti ita­liani – e la Cgil.

L’avvocato Fabio Rusconi, pre­si­dente dell’Agi (asso­cia­zione che riu­ni­sce sia gli avvo­cati che difen­dono le imprese che quelli dei lavo­ra­tori, quindi pie­na­mente “bipar­ti­san”), ci ha spie­gato che «almeno fino a poco prima dell’estate non esi­steva un codice iden­ti­fi­ca­tivo per le cause di que­sto tipo, e quindi, a meno che non si sia prov­ve­duto negli ultimi due mesi, è impos­si­bile avere una sta­ti­stica». Serena Sor­ren­tino, segre­ta­ria con­fe­de­rale della Cgil, ci ha con­fer­mato che anche per il sin­da­cato è stato impos­si­bile acce­dere a una sta­ti­stica simile, «pro­prio per la man­canza di que­sto codice». E inol­tre, seconda ragione, «per­ché molti archivi sono car­ta­cei, non infor­ma­tiz­zati, quindi non si può fare una rac­colta centrale».

Ma per­ché non esi­ste un codice per que­sto tipo di cause, quando invece per esem­pio le sepa­ra­zioni e i divorzi ce l’hanno (e infatti le sta­ti­sti­che sono inse­rite sul sito del mini­stero della Giu­sti­zia)? La rispo­sta è pre­sto data: la legge For­nero, che nel 2012 ha non solo rifor­mato sostan­zial­mente l’articolo 18, ma anche pro­ces­sual­mente (isti­tuendo un nuovo rito), si è “dimen­ti­cata” di asse­gnare un codice ammi­ni­stra­tivo ad hoc per i pro­cessi di que­sto genere. E così non si può scor­po­rare nulla.

Rusconi, dell’Agi, dice comun­que che i dati for­niti dal pre­si­dente del con­si­glio sono «vero­si­mili». «E dimo­strano – aggiunge – che l’importanza del tema è più qua­li­ta­tiva, che quan­ti­ta­tiva». Va ricor­dato infatti che i lavo­ra­tori dipen­denti, in Ita­lia, sono 22,5 milioni. E la pla­tea a cui si applica, almeno teo­ri­ca­mente, l’articolo 18, è molto più ristretta: sono i dipen­denti a tempo inde­ter­mi­nato delle imprese sopra i 15 addetti, siamo cioè sugli 8–9 milioni di persone.

L’Agi, insieme all’Anm (Asso­cia­zione nazio­nale magi­strati), ha tra l’altro chie­sto al governo di abro­gare il rito pro­ces­suale della riforma For­nero, per­ché ha creato una serie di cavilli e plu­ra­lità di inter­pre­ta­zioni che allun­gano i pro­cessi, ren­den­doli quasi impos­si­bili. Tanto che la gran parte dei lavo­ra­tori – non solo per que­ste com­pli­ca­zioni, ma soprat­tutto per­ché con il nuovo arti­colo 18 si ottiene molto meno facil­mente il rein­te­gro – opta per la conciliazione.

Sor­ren­tino, della Cgil, riba­di­sce che «sarebbe utile avere un’anagrafe nazio­nale delle cause», e che il sin­da­cato ha potuto rico­struire «solo delle ten­denze, moni­to­rando i tri­bu­nali delle città prin­ci­pali». «L’unico dato certo che abbiamo, nazio­nale – spiega – ce lo ha for­nito l’Ordine degli avvo­cati, ma riguarda solo l’esito finale delle cause. Nel 2013 si sareb­bero chiuse con l’articolo 18 appli­cato per il rein­te­gro del lavo­ra­tore un numero di cause pari allo 0,032% del totale dei lavo­ra­tori dipen­denti, ovvero di 22,5 milioni». Cioè, poco più di 7 mila casi. E va detto che nelle situa­zioni moni­to­rate dal sin­da­cato (che quindi non fanno sta­ti­stica), i due terzi dei lavo­ra­tori optano per un inden­nizzo, rinun­ciando al reintegro.

Numeri, alla grossa, parec­chio vicini a quelli for­niti da Renzi: «Ma appunto – con­clude Sor­ren­tino – Se i dati sono così bassi, per­ché si afferma che que­sta tutela frena gli investimenti?».

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