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Paolo Ciofi: Discutendo di lavoro e libertà

Punto di partenza dell’ultimo libro di Fassina è la necessità di una svolta radicale rispetto alle scelte economiche dominanti.

Non si esce però da una impostazione “distributiva”. La prospettiva diversa che è alla base della Costituzione.
La questione della proprietà e l’esigenza di un nuovo socialismo. Le analisi e le proposte.

L’ultima fatica letteraria di Stefano Fassina, un’ampia ricognizione su temi cruciali di questa fase storica e sul ruolo della sinistra (Lavoro e libertà. La sinistra nella grande transizione, a cura di Roberto Bertoni e Andrea Costi, postfazione di Martin Schulz, Imprimatur, Reggio Emilia 2014, pp. 107), esce dagli usuali schemi del riformismo senza riforme tipico di questi anni, e riprendendo le argomentazioni di un precedente libro (Il lavoro prima di tutto, Donzelli 2013) ha l’ambizione di porre al centro dell’attenzione la questione del lavoro, dalla quale non si può prescindere se si vogliono prendere di petto le cause vere della crisi.
Nella visione dell’autore viene superata di slancio la tradizionale distinzione, codificata da Norberto Bobbio, secondo cui l’uguaglianza è di sinistra e la libertà è di destra. E infatti se la destra, attaccando frontalmente il lavoro e i suoi diritti, ha lesionato profondamente il principio di libertà, d’altra parte la sinistra, sradicata dalla sua base sociale, non è stata in grado di innalzare la bandiera né dell’uguaglianza né della libertà. Ma, osserva subito Fassina, «non riesco a declinare i principi di uguaglianza e libertà se non parto dal lavoro» (p. 11), come del resto la Costituzione prescrive.

Necessità di una svolta radicale

Nel nostro impianto costituzionale, il lavoro (la persona che lavora, l’insieme della classe lavoratrice) è il fondamento sia dell’uguaglianza che della libertà. Questo punto d’approdo di portata storica non andrebbe mai smarrito, e da qui dovrebbe muovere la sinistra per aprire un nuovo orizzonte di civiltà in Occidente, che oggi pone a fondamento della società la ricchezza e l’egoismo proprietario. Al contrario, nella crisi che non cessa, Fassina considera il lavoro «il vettore fondamentale, anche se non unico, per la dignità della persona» (p. 12). Di conseguenza, l’alternativa non è tra vecchio e nuovo, ma si misura sui contenuti, su un nuovo paradigma economico-sociale.
«La distinzione è tra cambiamento progressivo e cambiamento regressivo. Il cambiamento è progressivo quando lavoro e libertà entrano in sinergia, quando il lavoro acquista soggettività politica e nella partecipazione democratica la persona, a partire dal lavoro, prende in mano il proprio destino»; in definitiva, quando la «riappropriazione del lavoro» diventa «condizione di trasformazione della società», «partecipazione alla riorganizzazione della produzione», «liberazione del lavoro» (pp. 17,16).
Parole forti, che indicano la necessità di una svolta radicale rispetto alle scelte economiche dominanti dettate da un pensiero dogmatico che svalorizza e sottostima il fattore umano, ridotto a variabile subalterna della invariabile naturalità delle “leggi” dell’economia, o a espressione puramente quantitativa in quanto “fattore” della produzione. E che richiedono perciò, insieme alla ricerca di un nuovo pensiero critico, altrettanta radicalità nelle scelte politiche: senza di che l’auspicato cambiamento progressivo rimane appeso in aria, nel cielo delle innumerevoli (e impotenti) buone intenzioni.
A maggior ragione ciò è necessario perché nell’analisi di Fassina quella che attraversiamo non è una semplice «lunga crisi congiunturale» e neanche una “normale” crisi ciclica del capitale, bensì «una fase straordinaria, di transizione multidimensionale, […] nella quale si intrecciano e interagiscono movimenti su diversi piani: lo spostamento dell’asse geoeconomico e geopolitico, l’involuzione dei rapporti tra capitale e lavoro e la “crisi antropologica” che stiamo vivendo» (p. 19).
Detto diversamente, siamo immersi in una crisi sistemica che abbraccia tutti i campi delle attività umane. È la crisi di un’intera civiltà, del capitalismo dei “liberi mercati” americani, uscito vincitore nella guerra fredda contro il “socialismo realizzato” dell’Unione sovietica. Questa è la portata della sfida. Perciò, piuttosto che ripercorre nel dettaglio le analisi e le indicazioni fornite da Fassina, è opportuno segnalare le sue valutazioni su alcuni passaggi significativi che danno il senso della profondità della svolta da compiere.
Per restare all’attualità politica di casa nostra, il giudizio sul decreto Poletti è netto. «Si muove lungo la scia delle raccomandazioni della Commissione europea: la svalutazione del lavoro come via per il recupero di competitività per l’export» (p. 20). Lo stesso indirizzo sembra orientare il disegno di legge delega sul lavoro, il tanto sbandierato Jobs Act. «La regressione del lavoro non è mai abbastanza […]. Si punta a superare il contratto nazionale di lavoro e dare mano libera alle imprese per i licenziamenti». Anche il contratto a tempo indeterminato con tutele crescenti, che dovrebbe caratterizzare il Jobs Act, viene da più parti declinato in modo tale da «eliminare la residua tutela del lavoratore prevista dall’articolo 18».
Inoltre, l’ambito di applicazione del salario minimo dovrebbe riguardare anche coloro che sono coperti da contratti nazionali. «È evidente che si punta a spingere verso il basso le retribuzioni contrattuali minime e, inevitabilmente, tutte le retribuzioni, in coerenza con l’obiettivo della svalutazione del lavoro» (pp. 20,21). Il contrario di ciò che servirebbe per uscire dalla crisi.
Per ciò che concerne gli indirizzi della Comunità europea, confermati nella sostanza dopo le recenti elezioni e la nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione, la tesi di fondo che Fassina argomenta, e su cui ruotano le sue critiche e le sue proposte alternative, è la seguente: la persistente penalizzazione e svalorizzazione del lavoro, in termini di disoccupazione e precarietà e di riduzione dei salari reali, comprimendo il potere d’acquisto e la domanda effettiva, deprime l’economia fino alla deflazione, condanna l’Europa alla stagnazione e tiene accesa la miccia che può far esplodere l’euro e la stessa Comunità.
Di fatto, le raccomandazioni della Commissione europea si collocano sulla stessa linea del Washington Consensus, che in Europa ha parlato per bocca di Blair e che è stato il fattore scatenante della crisi: «Un impianto ideologico sostenuto da interessi forti, quelli che si appropriavano e continuano ad appropriarsi in via esclusiva della ricchezza prodotta fino a “impallare” il motore della crescita per eccessiva concentrazione del prodotto» (p. 27).
Insomma, vecchie idee del passato che producono drammatiche conseguenze per il presente e per il futuro, poiché «austerità cieca e svalutazione del lavoro non solo hanno danneggiato l’economia reale, ma hanno anche determinato un incremento dei debiti pubblici dei paesi dell’Eurozona: in media del 30 per cento dal 2007 al 2013. Senza una radicale inversione di rotta, basata sulla domanda interna europea, sul sostegno agli investimenti e sulla redistribuzione del reddito e dei tempi di lavoro, mi sento di affermare – precisa l’esponente del Pd – che il destino dell’euro è segnato» (pp. 43-44).

Neoumanesimo laburista

Dentro questa radicale inversione di rotta, volta a promuovere una crescita sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, hanno senso ed efficacia, secondo Fassina, specifiche proposte per l’abbattimento del debito come quelle avanzate nel Manifesto di Alexis Tsipras per l’Europa. Ma per evitare che in condizioni di rigidità dei cambi e di scarsa innovazione di prodotti e di processi il vettore della competitività sia la svalorizzazione del lavoro, che pone i lavoratori e le lavoratrici in lotta tra di loro in una disperata rincorsa al ribasso, e per costruire una effettiva dimensione sociale e democratica dell’Europa, non basta intervenire dal lato delle politiche monetarie e di bilancio. Imprescindibile è la fissazione a livello europeo di comuni standard salariali e sociali, insieme a una nuova dimensione contrattuale e di welfare. Altrettanto imprescindibile è il controllo dei mercati e dei capitali.
In proposito è d’obbligo il riferimento a Thomas Piketty, e al suo Il capitalismo nel XXI secolo, ampiamente citato, perché l’economista francese dimostra che in forza della tendenza storica plurisecolare alla concentrazione del capitale si producono crescenti disuguaglianze nella distribuzione del redditi e della ricchezza, e quindi nei rapporti di forza tra capitale e lavoro drammaticamente accentuate nella fase dei “liberi mercati” globalizzati. «Ritengo che, nonostante le possibili accuse di protezionismo, vadano costruiti standard sociali e ambientali per lo scambio di merci e servizi e che vada definita anche una regolazione dei movimenti dei capitali, se vogliamo davvero riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro» (p. 68), commenta Fassina. Al quale non sfugge che per compiere tale rivolgimento è necessario capovolgere i canoni correnti della politica.
Dunque, quale politica? E quale sinistra? E a quali principi e culture ispirarsi, per agire e trasformare la realtà? Il pilastro teorico-culturale che regge tutto l’impianto fassiniano, da lui stesso definito «neoumanesimo laburista», viene rappresentato come sintesi del personalismo cattolico e del pragmatismo socialdemocratico. Un orientamento che dovrebbe «ridefinire il rapporto tra persona e lavoro e superare così, da un lato, la visione della persona astratta dalle relazioni sociali asimmetriche e, dall’altro, l’interpretazione del lavoratore come soggetto indifferenziato, componente di una classe omogenea» (p. 16). In tal senso si tratta di «recuperare i punti d’identità che vi sono nelle tradizioni e nella storia del cattolicesimo sociale, del socialismo e del movimento operaio europeo, a partire dall’idea di tenere insieme la persona e la dimensione sociale nella quale essa si costituisce» (p. 18).

La cultura della Costituzione

Una visione sicuramente più idonea a chiarificare le cause della crisi, e quindi a illuminare i possibili percorsi del suo superamento, al di là delle rozze falsificazioni del pensiero unico neoliberista e anche delle semplicistiche interpretazioni finanziarie della crisi. Siamo sul terreno ben più solido dell’economia e della società reali e non nel cielo delle astrazioni della finanza, ma pur sempre all’interno di un’impostazione che chiamerei distributiva, secondo cui l’origine della crisi consiste in una “squilibrata” distribuzione dei redditi e della ricchezza, e quindi nelle disuguaglianze che ne conseguono. Un’impostazione che però, dopo anni e anni di crisi di cui non si vede la fine, pone a sua volta una domanda molto difficile da rimuovere: qual è la causa che dà origine alla persistente “squilibrata” distribuzione dei redditi e della ricchezza?
Se le crisi si ripetono e quella che stiamo attraversando si prolunga nel tempo con gli esiti distruttivi che Fassina efficacemente descrive, dovrebbe risultare chiaro che la risposta va cercata nella natura stessa del capitale, ovvero nel rapporto di produzione (che giuridicamente coincide con il rapporto proprietario), non nella sfera distributiva. Tanto meno nelle “asimmetrie” etiche e psicologiche del capitale. A dire la verità, le teorie del neuropsichiatra Massimo Fagioli, cui Fassina fa riferimento, non sembrano al riguardo di grande aiuto.
Di ben altra levatura e profondità era il confronto tra le culture e le idealità che si sono misurate nella fase costituente della Repubblica. In particolare tra la cultura d’ispirazione marxista, cui allora facevano riferimento il Pci e il Psi, e quella d’ispirazione cristiana, cui faceva riferimento la Dc. Un solidarismo d’origine diversa – annotava Palmiro Togliatti intervenendo sul progetto di Costituzione – che però «arrivava […] a risultati analoghi cui arrivavamo noi». «Questo è il caso dell’affermazione dei diritti del lavoro, dei cosiddetti diritti sociali; è il caso della nuova concezione del mondo economico, non individualistica né atomistica, ma fondata sul principio della solidarietà e del prevalere delle forze del lavoro; è il caso della nuova concezione e dei limiti del diritto di proprietà». E, per quanto attiene alla dignità e alla libertà della persona, vi è qui – precisava – «un altro punto di confluenza della nostra corrente, comunista e socialista, con la corrente solidaristica cristiana. Non dimenticate infatti che socialismo e comunismo tendono a una piena valutazione della persona umana»(1).

Da questa confluenza, che non annulla l’individuo nella classe e al tempo stesso supera l’egoismo proprietario, nasce un nuova visione dell’uguaglianza e della libertà. E infatti la Costituzione, ponendo a fondamento della Repubblica democratica la persona che lavora e non più il cittadino possidente, apre la strada a un avanzamento di civiltà: non basta l’uguaglianza davanti la legge e la libertà non può essere scissa dal gravame soffocante della proprietà, quando si assume che i lavoratori debbano elevarsi al rango di classe dirigente. Nell’articolo tre sta scritto: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Dove è evidente che, per assicurare la libertà e l’uguaglianza, garantire il pieno sviluppo delle persona umana e consentire ai lavoratori di partecipare in prima persona a tutti gli aspetti della vita del Paese, si ritiene necessario intervenire nel rapporto di produzione capitalistico, vale a dire nel rapporto di proprietà (articoli 41-45). I principi di uguaglianza e libertà non vengono dunque retoricamente enunciati, ma sono legati alla trasformazione progressiva del modo di produrre e di distribuire la ricchezza. Di conseguenza i nuovi diritti della persona, in particolare i diritti sociali, sono correlati ai limiti della proprietà sui mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio, allo scopo di assicurarne la funzione sociale.
Alla supremazia totalitaria della proprietà privata si sostituisce nell’assetto dell’economia e della società il pluralismo delle forme proprietarie, la combinazione di pubblico e privato, di comunitario e individuale, di regolazione e imprenditività: in modo che l’iniziativa economica non si svolga in contrasto con l’utilità sociale e non rechi danno alla libertà, alla sicurezza e alla dignità umana, e il profitto sia impiegato non per l’arricchimento di pochi, ma per il soddisfacimento dei bisogni della società.
A questa impostazione fortemente innovativa dell’impianto costituzionale, in grado oggi di fornire strumenti efficaci per fronteggiare i problemi del presente, vale a dire gli effetti distruttivi del capitalismo in crisi, si perviene perché le culture più evolute d’ispirazione marxista e cristiana furono allora in grado di misurarsi con la natura profonda del capitale, da cui scaturiscono le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. E quindi di dare risposte di portata strategica ai problemi emersi con la Grande Depressione del secolo passato, che in Europa ha generato il nazismo e poi l’esplosione del secondo conflitto mondiale.

Capitale e lavoro oggi

Ma, nonostante le dure lezioni della storia, si continua a ignorare, in particolare dalla dottrina economica mainstream, e a nascondere o a oscurare, ciò che ormai dovrebbe essere riconosciuto con solare evidenza. Vale a dire che il capitale non è una “cosa”, un inerte accumulo di merci sotto forma di mezzi finanziari, di beni strumentali, macchinari e materie prime, o la semplice funzione di un algoritmo nell’immaterialità della finanza, bensì un rapporto sociale storicamente determinato in continua evoluzione, e tuttavia ben definito nella sua essenzialità, che si fonda sulla grande discriminante che divide chi vende la propria forza-lavoro (fisica e intellettuale) per procurarsi i mezzi per vivere e chi la compra per ottenere un profitto. Tuttavia su questa fondamentale “asimmetria” è calato un silenzio tombale.
Annotava già Karl Marx: «Se il capitale non è una cosa, bensì un determinato rapporto di produzione sociale, appartenente a una determinata formazione storica della società», ed «è costituito dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte determinata della società» medesima, «ne deriva da sé la ripartizione dei mezzi di consumo»(2). In termini moderni ciò significa che la distribuzione del reddito e della ricchezza dipende in ultima analisi dalla configurazione della proprietà.
Oggi, nella fase della globalizzazione del capitale finanziarizzato, esplode in modo drammatico proprio la divisione del mondo tra chi compra e chi vende forza-lavoro. E la lotta di classe condotta dall’alto verso il basso ha portato al dominio pressoché assoluto del capitale sul lavoro.
È l’epoca dei proprietari universali, della massima concentrazione e della universalità della proprietà capitalistica, espressione essa stessa di un’insuperabile contraddizione che viene scaricata sull’intera comunità. Il capitale infatti ha bisogno di comprimere i salari per alzare i profitti, ma i bassi salari deprimono il potere d’acquisto e perciò costituiscono un ostacolo alla realizzazione dei profitti. Qui sta la ragione di fondo per cui l’intera economia cade in depressione. Le ricorrenti crisi distruttive – fino alla esplosione delle guerre e all’occupazione dei territori altrui – sono il mezzo per ristabilire un temporaneo equilibrio.

La finanziarizzazione globale è un tentativo di superare la contraddizione di fondo connaturata al capitale. Da una parte, la spinta verso l’economia del casinò, per dirla con Keynes, che privilegia gli impieghi speculativi a danno degli investimenti produttivi; dall’altra, l’elevazione del debito al ruolo di propulsore dei consumi in regime di bassi salari. Fino al crollo dell’intero castello di carta quando in America i mutui subprime diventano carta straccia.
L’indebitamento privato e pubblico come fattore propulsivo dell’economia in sostituzione del lavoro e della sua valorizzazione è indubbiamente una novità. Ma è anche la manifestazione vistosa (peraltro a lungo magnificata dal sistema dei media) del declino di un sistema. Ed è il salatissimo prezzo che noi paghiamo per non aver affrontato, come la Costituzione prevede, la questione proprietaria, vero convitato di pietra di questa crisi.
Eppure viviamo, come lo stesso Fassina sottolinea, in una fase dalle enormi potenzialità ancora in larga misura inesplorate. Oggi la dualità lavoro-capitale è segnata da una continua innovazione della tecnica, come pure da un’invalicabile limite ambientale, da una progressiva femminilizzazione della forza-lavoro che ne ridefinisce forme e contenuti, da significativi avanzamenti della scienza e dei saperi.
In questo campo il punto più elevato si raggiunge nel momento in cui è la scienza stessa a configurarsi come motore dell’innovazione, che impiega la tecnica come strumento di produzione sempre più manovrabile e flessibile, e che richiede la presenza di una classe lavoratrice superiore dalle capacità onnilaterali. La quale però viene costantemente frantumata e dispersa dalla precarietà, dalla disoccupazione, dallo sfruttamento intensivo. La connessione tra lavoro e sapere è immanente all’avanzamento della scienza come forza produttiva diretta. Ma questa connessione viene distrutta dal dominio del capitale, che nella forma massimamente concentrata di una proprietà parassitaria si appropria dei frutti del lavoro sociale.
Con tutta evidenza il rapporto di produzione capitalistico è diventato una camicia di forza che soffoca lo sviluppo delle forze produttive. Potenzialmente siamo in presenza delle condizioni di base necessarie per liberare il lavoro dalla schiavitù dello sfruttamento e per soddisfare i bisogni della comunità umana. Ma per mettere a tema la questione proprietaria, che coincide con il superamento del rapporto di produzione capitalistico, ormai troppo angusto, inefficiente, ingiusto e insostenibile per soddisfare i bisogni e le esigenze dell’umanità, c’è bisogno di una associazione di donne e di uomini liberi, cioè di un partito politico (se vogliamo chiamarlo così), che con la chiarezza e la forza necessarie si ponga questo obiettivo. In assenza di un’alternativa credibile la prospettiva è un arretramento di civiltà e il disfacimento della democrazia.

L’analisi e la proposta

Nell’affresco di Fassina quel che colpisce è la sproporzione tra l’ampiezza dell’analisi della fase e l’angustia dell’indicazione politica. Alla domanda quale sinistra per il futuro, la risposta appare sfocata e deludente. Non solo perché l’esponente del Pd evita di misurarsi con il tema che ormai non si può più eludere: quello di un nuovo socialismo, e quindi di una sinistra nuova. Ma perché la sua risposta, schiacciata sulle contingenze del momento, è troppo condizionata dalla tattica ed entra in contrasto con le stesse analisi poste in premessa. Sembra che Fassina si sia consegnato all’idea che siccome Renzi vince le elezioni, bisogna comunque sostenere Renzi e il suo partito. Vincere le elezioni e praticare una politica che ponga al centro il lavoro e sia in grado di farci uscire dalla crisi non è però la stessa cosa. Sarebbe il caso di tenere sempre presente che Thatcher, Reagan e anche Hitler sono andati al potere per via elettorale, tuttavia ciò non toglie che le loro politiche fossero sbagliate e abbiano provocato disastri.
Ma al di là delle polemiche, è lo stesso Fassina a ricordare che «il capitalismo […] amplia le disuguaglianze e tende a concentrare la ricchezza nelle piccole frazioni più ricche della popolazione. Mentre noi, la sinistra postcomunista, abbiamo recitato imbambolati gli slogan liberisti (meno ai padri, più ai figli) e abbiamo accettato subalterni, come traguardo riformista, lo spostamento del conflitto sociale nel conflitto generazionale, la disuguaglianza tra i padri esplodeva e veniva inevitabilmente trasferita sui figli» (p. 33). In altri termini, mentre nel Pd si predicava la fine della lotta di classe, e perfino la fine delle classi, la lotta di classe la stava vincendo su tutti i fronti il capitale, come ha candidamente confessato uno del ramo, il re degli speculatori Warren Buffett.
Se la più alta forma di lotta di classe consiste esattamente nel negare l’esistenza delle classi e dell’antagonista di classe, spossessandolo della sua identità, della sua memoria e della sua organizzazione, come di fatto è avvenuto nel ventennio trascorso, allora bisogna riconoscere che in questa fase di transizione epocale, rappresentata da Fassina a tinte fosche, una reale alternativa alla classe dominante non può nascere se non si conquista l’autonomia politica e culturale delle lavoratrici e dei lavoratori subordinati, precari, disoccupati e delle nuove figure intellettuali generate dalla rivoluzione informatica: insomma, del lavoro del XXI secolo.
Ritiene davvero Fassina, dopo le parole spese per criticare il decreto Poletti, che il Pd sia la sede della unificazione politica dei lavoratori, e che Renzi sia il paladino dei diritti del lavoro? D’altra parte, se non si costituisce un’autonoma e libera rappresentanza politica dei lavoratori, chi è in grado di mettere sotto controllo i mercati e le banche, come egli stesso chiede?
C’è bisogno di una operazione di portata strategica, che guardi al di là delle scadenze elettorali. È ancora Fassina a ricordarci che «un partito è innanzitutto una visione della storia e della funzione che intende svolgere nel passaggio storico in cui si opera» (p. 89). Ma tale concezione del partito, sia detto con il massimo sforzo di obiettività, risulta del tutto estranea alla cultura e alla pratica politica esibite da Renzi.
E le minoranze interne al Pd? La risposta è una stilettata che non lascia scampo: «Un vuoto in cerca di un contenitore», come il protagonista del film La grande bellezza. «Vuoto di elaborazione e di progettualità in cerca di un assetto organizzativo per supplire alla debolezza del messaggio politico. Quattro cinque minoranze senza bussola». Appunto, «come Jep Gambardella nelle notti di Roma» (p. 90). Ma se questa è la condizione del Pd, come si può pensare che tale partito sia in grado di rovesciare il paradigma dominante, mettendo al centro della politica il lavoro, dando corpo a un diverso indirizzo fondato sulla sostenibilità sociale e ambientale?
Chi scrive è convinto che il Pd non da oggi sia un’entità irriformabile dai contorni centristi, e che perciò sia indispensabile percorrere altre strade allo scopo di costruire una sinistra all’altezza dei tempi. Questa convinzione si rafforza seguendo il percorso di Fassina nell’analisi dei fatti. Egli dichiara che «va fatto un profondo ripensamento rispetto alla tradizione “clintonian-blairiana” del libero mercato» (p. 68). Non c’è dubbio. Ma questo è stato, ed è, il concreto approdo della socialdemocrazia europea, che ha cancellato su questioni di fondo ogni differenza tra destra e sinistra, e ha coperto con un linguaggio sedicente di sinistra scelte di destra. Se il liberismo è stato per lungo tempo, e continua a essere, l’ideologia prevalente della socialdemocrazia, questo ci dice che per costruire una sinistra nuova in Europa e in Italia non basta sottoporre a critica i principi del liberismo. Occorre andare oltre le coperture ideologiche del capitale e smontare criticamente il suo modo di essere e di funzionare.
Riflettiamo sul tema che pone Fassina, il quale va in cerca di un umanesimo laburista in cui il lavoro si coniughi con la libertà. Se stiamo ai fatti e osserviamo la realtà che ci circonda, nel dilagare della disoccupazione, della precarietà, dell’impoverimento che cresce, inevitabilmente si presenta un problema: può essere libera una persona che non dispone delle condizioni della sua riproduzione? Vale a dire dei mezzi necessari alla produzione delle sue condizioni di vita? E che quindi è costretta a mettersi sul mercato per vendere le proprie attitudini e capacità? Evidentemente no. Ecco allora che la questione del rapporto di produzione, ossia del rapporto di proprietà, che definisce la natura del capitale, oggi diventa centrale. E come si libera, questa persona, se non è in grado di associarsi politicamente per determinare gli indirizzi economici e politici, volti a cambiare le condizioni della sua riproduzione, cioè della sua vita?
Bisognerebbe riprendere il discorso là dove lo ha lasciato Enrico Berlinguer. Berlinguer della rivoluzione copernicana da realizzare in politica: prima i contenuti e poi gli schieramenti. Che davanti ai cancelli della Fiat dice agli operai: sto dalla vostra parte. Berlinguer che lotta per costruire una «terza fase» del movimento operaio in Europa dopo l’esperienza sovietica, crollata per le sue interne contraddizioni, e quella socialdemocratica, inidonea a mettere in discussione il sistema di sfruttamento del capitale. Si tratta di aprire un’altra strada – sosteneva – «e di aprirla, prima di tutto, nell’occidente capitalistico». «Con l’obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni». Un «nuovo socialismo»(3). E una sinistra nuova.


(1)  P. Togliatti, «Sul progetto di Costituzione» in Discorsi parlamentari I, Camera dei Deputati, Roma 1984, p. 63
(2)  K. Marx, Il Capitale, Libro terzo, Editori Riuniti, Roma 1965, pp. 927-28 e «Critica al programma di Gotha»in Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 962
(3) E. Berlinguer, Un’altra idea del mondo, Antologia 1969-84 a cura di P. Ciofi e di G. Liguori, Editori Riuniti University Press, Roma 2014, p.279, 306, 271

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