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Le inchieste di Controlacrisi, "Mare di nessuno": Sfruttamento e morte ai confini del mondo
“Few places on Earth are as free from legal oversight as the high seas”, scrive Ian Urbina, giornalista del New York Times, su uno dei quattro reportage (The Outlaw Ocean series) che raccontano un mondo che in pochi conoscono: quello dell’abbandono dei migranti nei mari e dello sfruttamento del lavoro, a bordo dei pescherecci.
Controlacrisi pubblica una inchiesta a puntate su questa realtà sconosciuta al grande pubblico. Grazie alle ricerche e al lavoro di selezione di Francesca Marras, giovane giornalista che ha tutta l’aria di volersi specializzare sul tema del lavoro internazionale, “Mare di nessuno” è il primo tentativo di focalizzare l’attenzione su una serie di vicende lontane dai riflettori del “mass media system”.

Abbiamo diviso tutta questa massa di informazioni in vari capitoli cominciando da uno degli aspetti più misteriosi e bizzarri, “la compravendita delle bandiere” (prima puntata), che in realtà nasconde reti di complicità e interessi davvero incredibili. Marras si è anche occupata della miserrima condizione dei lavoratori. E sono venute fuori situazioni che paragonarle allo schiavismo è in realtà renderle più accettabili alla nostra sensibilità. Si tratta di una filiera dello sfruttamento davvero sorprendente che può arrivare in qualche caso anche nei gangli delle multinazionali dell'alimentazione. Insomma, una inchiesta dai "toni forti". Un segno, comunque, del fatto che la sete di profitto può spingere i capitali in qualsiasi luogo, anche remoto e inaccessibile. E che il lavoro umano deve essere continuamente umiliato anche quando è così necessario.  

I mari e gli oceani vengono paragonati da Urbina al “wild west”, un mondo lontano in cui sembra non esistano leggi, in cui è possibile comunque violare le regole vigenti riuscendo a nascondere le prove, facendole sprofondare nelle acque e spesso insieme ai corpi di persone senza più un’identità. Migranti e marinai in cerca di migliori condizioni di vita, pescatori senza nome vittime di atti di pirateria, uomini sfruttati sulle navi per interessi commerciali ed economici.
Multinazionali degli oceani che sono in grado di utilizzare attraverso la violenza uomini e mezzi laddove ne hanno più bisogno, secondo la loro sete di profitto. Nel complesso, una “balena bianca” che divora vite umane, inquina a più non posso, distrugge ecosistemi e crea tassi di illegalità in luoghi “liquidi”, non governabili dalla legge.

Il traffico di "carne umana" è impressionante. Ogni anno migliaia di lavoratori, tra cui anche bambini e migranti attirati sulle barche con il raggiro, vengono costretti al lavoro forzato sui pescherecci. Si contano tra i 2000 e i 6000 morti ogni anno. Pescherecci della morte, quindi, coinvolti anche in traffici illeciti di tutti i tipi, con carichi e "scarichi" che, guarda caso, finiscono in mare, e contribuiscono sempre più a renderlo una pattumiera.

grafica di Alessandro Marras
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