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"Urgente rompere da sinistra l'austerità con la lotta, altrimenti accadrà da destra". Intervista a Sergio Bellavita
La vittoria di Syriza in Grecia e il duro confronto sull'austerità aperto da Tsipras pongono dei precisi interrogati al movimento sindacale europeo. Secondo te in che termini e con quali tempi...
L'affermazione di Syriza rappresenta un elemento di straordinario valore sulla scena Europea. Per la prima volta nella storia della costruzione dell'Unione Europea un paese sceglie di rompere con le politiche imposte dai trattati rimettendo al centro i diritti del lavoro, i bisogni sociali. I primi provvedimenti annunciati dal governo Tsipras sono uno schiaffo sonoro al dogma del libero mercato e delle politiche monetarie che stanno distruggendo il modello sociale europeo. Il popolo greco ha dimostrato una tenacia ed una determinazione tutt'altro che scontata. Le pesanti mortificazioni e umiliazioni imposte dalla Troika con il memorandum non era scontato producessero una poderosa spinta politica nel segno della giustizia sociale, della solidarietà. Segno che le lotte sociali di questi anni sebbene sconfitte hanno contribuito a costruire una critica di massa all'austerità che oggi si è imposta su e contro ogni deriva puramente nazionalista, autoritaria e xenofoba di gestione della crisi. Tuttavia il popolo Greco ha dovuto fare tutto da solo. L'assenza di una qualsivoglia risposta del movimento sindacale e della sinistra a livello europeo è stata ed è tuttora vergognosa. Non solo perché ciò testimonia il ripiegamento nazionalistico del sindacalismo dei singoli paesi, l'abbandono di ogni riferimento di classe nella propria iniziativa e la scomparsa, se mai fosse esistito, del movimento sindacale europeo, ma anche perché la partita è solo all'inizio. O la vittoria di Syriza e l'avanzata di Podemos impongono davvero la rottura delle politiche d'austerità da sinistra o le stesse cadranno da destra sotto la spinta dei movimenti xenofobi e nazionalisti aprendo così ad una nuova barbarie. Lo scontro è durissimo, non siamo davanti ad una semplice battaglie delle idee ma a interessi concreti che non hanno nessuna intenzione di farsi indietro. Per queste ragioni è più che mai urgente che in ogni singolo paese della Ue riparta il conflitto sociale, così come è urgente uno sciopero generale europeo contro le politiche d'austerità. Non si può ancora lasciare da solo il popolo greco a combattere una guerra che è negli interessi di tutti i popoli europei. Non basta essere solidali e vicini alla loro lotta, bisogna lottare anche da noi. Di fronte alla pochezza ed alla complicità delle centrali sindacali nella gestione delle politiche d'austerità andrebbe ripreso quel terreno di costruzione dal basso del conflitto nella dimensione europea come era stato efficacemente sperimentato nella seconda metà degli anni novanta del secolo scorso con la rete delle marce europee. Un percorso che presuppone tempo, quel tempo che non abbiamo più. Siamo in estremo ritardo.

In Cgil, dopo la mobilitazione di dicembre sembra palesarsi un immobilismo pericoloso. Lo spostamento dell'accento sul livello aziendale non fa che depotenziare il movimento sindacale nel suo complesso.
L'elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica segna, a mio avviso, un cambio di fase nella vita politica del paese. L'ovazione che il palazzo, dentro e fuori il parlamento, ha tributato al neo presidente della repubblica ne è la rappresentazione plastica. La parte più impopolare dell'azione del governo Renzi è alle spalle. Ora le classi dominanti lavoreranno, sempre se il quadro internazionale ed il contesto economico lo consentiranno, a ricucire i pesanti strappi di questo primo anno dell'era Renzi. Il lavoro più cruento è stato fatto, il modello sociale è destrutturato. Si tratta ora di formalizzare il nuovo assetto modificando la costituzione e restituendo una parvenza di dignità, almeno l'onore delle armi, a organizzazioni profondamente sconfitte e logore come la Cgil, ma non solo. Sergio Mattarella serve esattamente a questo. Tutti coloro che da sinistra inspiegabilmente gli hanno reso sperticate lodi non colgono la natura di questo passaggio. Non è un caso che la breve parabola di conflitto della Cgil si sia fermata proprio nel momento di maggior tensione con il Pd. Il rischio molto concreto, come peraltro già accaduto dopo la criminale opera di governo di Monti Fornero, è che la Cgil accetti passivamente il nuovo quadro riposizionando la sua iniziativa, nelle compatibilità date, al solo scopo della semplice sopravvivenza d'organizzazione. Renzi ha vinto una partita importante e la Cgil ne esce a pezzi. Se Renzi ha potuto cancellare lo Statuto dei lavoratori con il suo Jobs Act è perché la Cgil e la Fiom non hanno affrontato la sconfitta del 2012 e ricostruito una linea contrattuale adeguata. Avevamo visto lungo quando abbiamo criticato lo sciopero prenatalizio del 12 dicembre a cui, peraltro, abbiamo lavorato tenacemente.

La Cgil rischia un cruciale passaggio di trasformazione interno?
Oggi la Cgil è in un pesante stato confusionale. Le roboanti dichiarazioni di guerra all'applicazione del Jobs Act sul terreno aziendale testimoniano esattamente la fine della fase di conflitto su scala generale. Non c'è alcuna strategia su come affrontare questa fase inedita, non c'è nessuna seria volontà di definire politiche contrattuali nuove. Come si riconquistano i diritti cancellati? Come si difende il lavoro nel quadro della totale ricattabilità definito dal Jobs Act? Interrogativi tanto ineludibili quanto semplicemente ignorati. Renzi esce vincitore dalla prova di forza con la Cgil, approva il suo Jobs Act e si ripulisce l'immagine con Mattarella presidente, riuscendo persino a dare un colpetto a Berlusconi per la gioia di tutti gli orfani dei bei tempi in cui si poteva addebitare tutto al caimano. Il rischio è che alla Cgil ciò sia sufficiente per abbellire la resa. Questo non vuol dire che non si riapriranno tensioni con il governo, ne che la Cgil starà ferma nei prossimi mesi. Tuttavia qualunque iniziativa, anche di lotta, che non sia preceduta da una riflessione profonda e rigorosa sulla sconfitta e su come ripartire con scelte nette e radicali serve solo a parare la mesta ritirata. Se non si rimette al centro la ricostruzione dell'opposizione sociale, se non si riafferma l'identità anticapitalista del sindacato in un nuovo rapporto di reti, di mutualismo, di riappropriazione dei bisogni negati il sindacato è destinato a accettare, più o meno passivamente, la sua lenta estinzione, la sua progressiva perdita di senso e ruolo nella vita di chi vuole rappresentare. Il doppio regime sociale che Renzi ha imposto con il Jobs Act, tra vecchi dipendenti e neoassunti senza più diritti rende bene l'idea della residualità di un sindacato, non solo la Cgil evidentemente, chiuso in un fortino con i suoi, sempre meno, vecchi iscritti.

Landini sembra proporre una formula mista nel tentativo di uscire dall'angolo, ovvero un'alleanza con la società civile. Cosa ne pensi?
Ho colto nelle dichiarazioni di Landini sul partito sociale il tentativo di una riflessione importante. Siamo nel pieno della conclamata crisi della rappresentanza sociale e politica del lavoro da cui non se ne esce con la pur necessaria radicalità formale. Pratiche, ricostruzione di senso, efficacia e rispondere ai bisogni sociali al tempo della ricattabilità del lavoro dovrebbero essere i temi di fondo su cui impegnarsi davvero. Occorre ridefinire una strategia di medio lungo periodo per riaffermare la contrattazione come uno degli strumenti dell'emancipazione progressiva dal lavoro subordinato. Ragionare di rappresentanza dentro e fuori i luoghi di lavoro in tempi in cui sarà sempre più complicato anche solo essere iscritti al sindacato visto che si può essere licenziati su due piedi. Così come il tema della riunificazione degli interessi di classe destrutturati dalla durezza della restaurazione capitalistica non è più rinviabile.
Quello che non mi convince del ragionamento di Landini è quello che manca. In primo luogo la necessaria rottura con il modello dell'accordo del 10 gennaio, quello cioè che consente la spoliazione di diritti e salario dei lavoratori. In secondo luogo servono le lotte. Senza il conflitto su larga scala, senza la ricostruzione molecolare di nuovi rapporti di forza non c'è alcun partito sociale. Non è la sommatoria di soggetti che rende l'efficacia ma la radicalità di un percorso che deve essere unificante e volano dell'iniziativa. Lo dimostra l'esperienza della Grecia. Le innumerevoli lotte dei lavoratori greci hanno sedimentato coscienza, critica di massa, rabbia e hanno permesso di provare a rappresentare sul piano politico quei bisogni. Se in Italia non c'è sinistra politica è perché non c'è stato alcun conflitto e la sinistra politica e sociale è percepita, a torto o a ragione, come parte di chi governa l'austerità non di chi si oppone ad essa. In questo senso davvero non comprendo la dichiarazione di Landini a favore dell'elezione di Mattarella. Senza una rottura con il palazzo, di cui Mattarella è parte, non c'è ricostruzione.
Mi chiedo e chiedo a Maurizio Landini se non sia giunta l'ora di rompere ogni ritrosia e indugio a lanciare una grande manifestazione contro l'austerità e in solidarietà al popolo greco. E' stato un errore affidarsi alla presunta svolta della Camusso, ora bisogna tornare alla Fiom che promuove l'incontro di un vasto fronte sociale, a prescindere dalle scelte della Cgil. Bisogna tornare alla Fiom che lotta sul serio.

Il percorso dello sciopero sociale riprende proprio in questi giorni. Che possibilità ci sono lì?
L'originalità positiva del percorso che ha portato al 14 novembre va mantenuta, arricchita e rilanciata. Certo l'approvazione del Jobs Act pone un problema a tutte le soggettività che vogliono davvero contrastarlo e insieme ricostruire una cornice di diritti del lavoro in tutte le sue forme. Bisogna riflettere sul come dare gambe concretamente alla lotta in una fase di pesante passività sociale e di immobilismo delle grandi organizzazioni. Le mobilitazioni contro l'Expò 2015 devono divenire parte importante di questo percorso proprio nella città che diverrà simbolo del capitalismo usa e getta, del lavoro a salario zero. Siamo parte di questa bella e importante esperienza e continueremo a sostenerla insieme al resto del sindacalismo conflittuale.

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