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"Coop sociali, da lavoro pieno di senso a lavoro usa e getta". Intervista ad alcuni operatori
In occasione della presentazione a Pisa del libro di Renato Curcio “la Rivolta del Riso”, edito da Sensibili alle Foglie, abbiamo intervistato alcuni lavoratori delle cooperative sociali aderenti ai cobas.

Perché il libro di Curcio?
Tra l’autunno del 2013 e quello del 2014 si è tenuto, a Milano, un cantiere di socioanalisi narrativa sulla condizione di chi lavora nelle imprese sociali. Un gruppo di lavoratori e lavoratrici del settore decide di mettersi insieme e autoorganizzare una ricerca sulle proprie condizioni di lavoro. Da qui prende vita il libro, dalle testimonianze dirette di operatori che vivono sulla loro pelle una condizione di sfruttamento, di ricatti e alienazioni.

L’analisi socio narrativa è lo strumento che consente di affiancare l’intervento sindacale ad una inchiesta sul campo: capire, conoscere il lavoro sociale è indispensabile, il sindacato confederale e anche quello di base hanno strumenti limitati, per questa ragione l’inchiesta e le testimonianze raccolte da Renato Curcio sono una cassetta degli attrezzi indispensabile Tutto ciò fuori da ogni logica di mercato e dai binari seguiti dalla quasi totalità delle agenzie e dei centri studi che in Italia vengono accreditati a fare ricerca sociale. Dovendo dare un titolo all’esplorazione compiuta e quindi al libro, la scelta è caduta su una delle storie raccontate: la piccola rivolta di un gruppo di ragazzini ai quali, in un Centro diurno, era stato dato da mangiare del riso immangiabile.
In quel caso, l’operatore è stato indotto a sedare la rivolta ed assumere un ruolo di controllo che non era previsto esplicitamente nel suo mandato, rivolto piuttosto all’aiuto.

I “non detti” che determinano il lavoro nel sociale emergono così come il ruolo effettivo che le imprese sociali, al di là dei loro miti originari, svolgono effettivamente dopo la liquidazione dello Stato sociale.
Quello narrato nel libro è quindi un percorso originale che, oltre il suo orizzonte, lascia intravedere o quantomeno allude a una prospettiva più ampia. Come la lavoratrice o il lavoratore sociale qui impegna se stesso nella ricerca di sé, del suo senso attuale e del suo ruolo dentro una società che cambia velocemente e spiazza le convinzioni originarie intorno a cui nei decenni passati s’era imperniato il lavoro nel sociale, così anche “il lavoro sociale” come settore del mercato del lavoro, viene chiamato in causa per ridefinire il suo profilo. Nel libro sono presi in esame alcuni momenti critici dell’esperienza lavorativa: la soglia d’ingresso, il mandato, l’impatto con gli utenti-clienti, gli affidamenti.

Qual è la condizione di vita e di lavoro nelle cooperative sociali?
Ci siamo posti una domanda: perché nelle cooperative sociali operano moltissimi i militanti di movimento, di realtà sociali, attivi fuori ma silenti nei luoghi di lavoro? E’ possibile che una volta entrati nelle cooperative sociali la militanza politica, sindacale finisca ?
Le risposte sono numerose e spesso contraddittorie: il socio lavoratore vive una scissione, prima è socio poi lavoratore, disposto a subire ricatti (se sollevi problemi, rivendicazioni salariali non tuteli la cooperativa che a sua volta perdendo l’appalto cancella i posti di lavoro, un ricatto morale…)
I\le soci lavoratori sono schiacciati tra gli enti pubblici e i vertici delle cooperative, costretti\e a recitare un ruolo che spesso va contro le ragioni sociali del loro stesso lavoro, obbligati\e ad accettare la riduzione delle ore e del salario, a subire passivamente lo svilimento di un servizio sempre più legato all'abbattimento dei costi con utilizzo dei voucher e delle partite iva ormai fuori controllo.
Cooperative che si uniscono e arrivano a 600\1000 soci con molteplici contratti, i piu’ disparati, una sindacalizzazione ridottissima, pochi gli iscritti ai sindacati e rari gli attivisti, gli accordi di miglior favore cancellati nella fusione, l’utilizzo della banca delle ore arbitrario (non per le eccedenze orarie ma per occultare il mancato raggiungimento dell’orario contrattuale). C’è poi chi confonde le assemblee dei soci con quelle dei lavoratori, una confusione costruita ad arte per impedire rivendicazioni forti. Un dipendente delle cooperative nel migliore dei casi arriva a 1300 euro, è quasi sempre part time. Le cooperative sono in Toscana il terreno provilegiato del Pd, in provincia di Pisa esprimono anche una candidata al consiglio Regionale, una autentica lobby che di sociale ha ormai ben poco, basti ricordare che il padre del jobs act è il monistro Poletti che è stato per lustri uno dei massimi dirigenti delle coop

Proviamo a fare alcuni esempi?
Chi opera nelle cooperative vorrebbe svolgere un lavoro prettamente sociale ma nella maggior parte dei casi assolve una funzione di controllo e di pacificazione, di contenimento del danno, sempre piu' lontani dai problemi dell'utenza, a subire progetti che vivono una scissione traumatica tra la teoria e la realizzazione pratica. Chi opera nelle scuole è chiamato a tenere buoni i ragazzini, non ha spazi di autonomia, strumenti per un lavoro educativo e sociale degno di questo nome. Chi si occupa di marginalità è perfino costretto a chiedere alla cooperative dei controlli sanitari che dovrebbero far parte di una procedura operativa per garantire la salute e la sicurezza degli operatori. Se poi il committente è la sanità pubblica potresti aspettarti una maggiore attenzione ma sbaglieresti….
Le cooperative ormai accettano progetti senza alcuna possibilità di interagire sui contenuti, sulle modalità e sulle finalità degli stessi, regna sovrana la improvvisazione (soprattutto laddove la particolarità del servizio richiederebbe prestazioni particolari e accurate).
Ormai dominano gli appalti al ribasso nei quali agli operatori viene imposto di recitare un copione senza mettere mai in discussione le modalità e le finalità del servizio, un ruolo passivo e mai critico.
Siamo lavoratori usa e getta, buoni per ogni attività a discapito della formazione che in molte cooperative è inesistente, o si limita a corsi obbligatori e di rito spesso funzionali solo ad acquisire accrediti e certificazioni senza i quali non è più possibile lavorare con la pubblica amministrazione . Capita sovente che i finanziamenti siano ridotti nel corso dell'appalto mettendo in crisi le cooperative e costringendole a ridurre orari, prestazioni e retribuzioni, e allo stesso tempo chiedendo una sorta di compartecipazione agli utenti che subiscono la riduzione dei servizi.
Volete un esempio? Alla fine di un appalto scatta la continuità per alcuni mesi salvo poi scoprire che l'appalto è stato prorogato a un costo minore mettendo in difficoltà le cooperative e costringendo i soci lavoratori ad una ulteriore riduzione delle ore lavorative. In questo modo si abbatte la qualità dei servizi e si riduce il costo del lavoro e gli stipendi degli operatori (meno ore fanno, meno salario avranno)
Avremmo molto ancora da dire ma ci limiteremo ad una considerazione sulle società della salute e sulla Regione Toscana che ormai va ridimensionando i servizi socio sanitari con la riduzione dei posti letto negli ospedali e la cancellazione di progetti sociali, con il lavoro volontario che prima di Expo è stato introdotto dalle cooperative e dal terzo settore. Fatevi un giro tra Misericordia, Pubblica assistenza eassociazioni simili, cooperative e troverete molti volontari a rimborso o volontari che sperano dopo un anno o due di avere un contratto precario, insomma lavoro gratuito per un curricumul vitae e per un contratto precario Il terzo settore e le cooperative sociali hanno anticipato Expo.
A fare le spese di questa situazione gli operatori impegnati sul campo e la cittadinanza utente dei servizi. Questa è la Toscana del Governatore Rossi.

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