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Uber-pop ancora poco analizzato l'aspetto della precarizzazione del lavoro. Intervento di Vincenzo Comito
La recente sentenza di un tribunale italiano che ha dichiarato illegale l’attività nel nostro paese di Uber e la parallele controversie che si sono manifestate in diversi altri paesi, europei e non, sulla stessa questione possono contribuire a fare luce su di alcuni aspetti dell’evoluzione del mondo del lavoro che non appaiono del tutto rassicuranti, che sembrano anzi molto inquietanti.
Già un recente studio dell’ILO sull’evoluzione generale recente delle questioni del lavoro nel mondo, su cui avevamo informato i lettori di questo sito qualche settimana fa, dipingeva un quadro mondiale di aumento generale della precarietà, dei bassi salari e della disoccupazione. Ora l’analisi della controversia sulla Uber, cui forse non si sta dando da parte dell’opinione pubblica nazionale tutta l’attenzione che merita, ci permette di approfondire alcuni aspetti del quadro complessivo.

Dunque il tribunale di Milano ha confermato qualche giorno fa le motivazioni di una sentenza del 26 maggio che decretava la proibizione su tutto il territorio nazionale del servizio Uber-pop, servizio che mette in relazione i clienti del servizio di trasporto con degli autisti non professionisti al volante dei loro stessi veicoli. Il tribunale ha parlato nella sua sentenza di concorrenza sleale e di abusivismo. Ma la battaglia sul fondo della questione non è terminata. Mentre è stata fissata una nuova udienza il 7 luglio, alcune associazioni di consumatori, come Codacons e Altroconsumo, chiedono al governo un atto che legalizzi il servizio e sostanzialmente la stessa cosa chiede anche l’autorità per i trasporti. Teniamo presente che la Uber, in Italia come in altri paesi, mette al lavoro sulla controversie giudiziarie alcune delle migliori menti giuridiche.

Ma il dibattito nel nostro paese, mentre si concentra forse troppo sulle questioni di concorrenza e sui possibili vantaggi per i consumatori del servizio, trascura a nostro avviso degli altri lati, meno positivi, di quelle attività che, al di là dello stesso caso Uber, si vanno sviluppando nel mondo con il nome di “economia della condivisione”. Tra l’altro, come al solito, dietro delle parole accattivanti si nascondono spesso delle trappole.

Oltre ad Uber e ad altre società che operano nel mondo nello stesso settore, sotto il capitolo di “economia della condivisione” ricordiamo ad esempio i casi di Airbnb, servizio di affitto degli appartamenti in giro per il mondo, o di Amazon Turk, che mette in relazione imprese e persone con qualche competenza pagate a prestazione (ad esempio per tradurre dei testi con remunerazione standard, in genere bassa, per ogni pagina) o infine delle molte società specializzate nella consegna dei pacchi.
L’economia della condivisione significa, tra l’altro, la presa in mano silenziosa di interi business a livello mondiale da parte di poche imprese, il più delle volte statunitensi, e, contemporaneamente, la degradazione del lavoro, la crescita del dumping fiscale, l’aumento delle diseguaglianze.

La società Uber, che opera oggi in 311 città in 58 paesi, anche se in diversi di essi ha in corso delle contestazioni giudiziarie, dovrebbe fatturare almeno 10 miliardi di dollari nel 2015 come business complessivo, impiegando nel mondo soltanto 1000 persone. Il suo valore di Borsa è cresciuto di recente sino a 50 miliardi di dollari. Essa sta ad esempio avendo un successo clamoroso in Cina, dove riesce ormai ad attirare un milione di clienti al giorno. Gli autisti, in genere persone comuni senza licenza, sono pagati per ogni singola corsa, con Uber che trattiene il 20% del prezzo. Nel frattempo sta espandendo il suo business in varie direzioni, in particolare nella consegna di pacchi e corrispondenza e sta seguendo con attenzione lo sviluppo delle tecnologie dei veicoli senza autista.

I vantaggi per le imprese come quella citata nel settore della condivisione sono molteplici: niente salario minimo, niente tariffe orarie più elevate per il lavoro straordinario, niente contributi sanitari e così via.
Ma gli autisti di taxi regolari, dei quali peraltro ricordiamo le alte tariffe, il frequentemente basso livello di servizio e il freno alle concessioni di nuove licenze che sarebbero necessarie per aumentare il servizio, devono pagare una licenza, l’assicurazione contro i danni, sopportare dei costi fissi. Molte persone che aderiscono ad Uber ottengono una flessibilità oraria che può facilitare diversi tra di loro che hanno magari un altro impiego poco pagato, o quelli che hanno problemi di orario legati a questioni familiari. Ma spesso quella di Uber è la loro sola fonte di reddito, di un reddito precario e con tariffe molto basse. Così quelli che lavorano nel servizio alimentano le schiere crescenti dei lavoratori poveri.

D’altra parte, gli incassi della società passano per i Paesi Bassi e poi attraverso altri paradisi fiscali sottraendosi così sostanzialmente alle imposte. Anche la sede per le controversie legali è fissata nei Paesi Bassi.
Alla fine, così, ci troviamo di fronte ad un altro aspetto in forte sviluppo della precarizzazione del lavoro a livello mondiale e della polarizzazione dei lavoratori in due classi sempre più distanti tra di loro. Temiamo che i tribunali non siano sufficienti a bloccare il fenomeno in giro per il mondo.
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