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Mare di Nessuno, terza puntata. "Se Fido e Minou mangiano pesce pescato illegalmente"
La seconda puntata dell'inchiesta di Controlacrisi (qui il link) "Mare di nessuno" ha affrontato il tema dello sfruttamento del lavoro sui pescherecci, alimentato non solo da leggi inadeguate e scarsi controlli che lasciano spazio alla violazione dei diritti umani, ma anche dalla scarsa attenzione internazionale verso queste problematiche. Nel quadro che cerchiamo di ricostruire, partendo sempre dall’inchiesta del giornalista Ian Urbina (The Outlaw Ocean series: qui il link), inseriamo ancora un tassello, quello delle aziende alimentari che, consapevolmente o no, contribuiscono a mandare avanti questo sistema attraverso i legami commerciali con chi fornisce la materia prima.

Fido mangia pesce pescato illegalmente
Basti pensare che la maggior parte del pesce pescato in grossa quantità nei mari thailandesi, su pescherecci che operano nell’illegalità, viene mandata negli Stati Uniti e utilizzato per produrre il cibo destinato agli animali da compagnia, da fattoria e ai pesci d’allevamento che gli americani trovano poi sulla propria tavola. “The human misery feeds pets and livestock”, scrive Ian Urbina.
Il cibo per gli animali a base di pesce costituisce una grossa fetta delle esportazioni della Thailandia e gli Stati Uniti rappresentano il maggior acquirente di questi prodotti. Infatti dalle interviste realizzate risulta che una grossa quantità del pesce pescato illegalmente viene inviato alla Songkla Canning Public Company, una filiale dell’azienda Thai Union Frozen Products, la più grossa della Thailandia nel settore del pesce, di cui gli Stati Uniti sono clienti (Iams, Meow Mix and Fancy Feast sono alcuni dei marchi americani che utilizzano i prodotti dell’azienda thailandese, secondo i dati raccolti dai documenti della dogana degli Stati Uniti).

Il disastro ecologico procurato dalla pesca a strascico
La pesca viene praticata in un periodo di tempo molto lungo, in alto mare e per lo più con la tecnica chiamata “bottom trawling” – la pesca a strascico. Questa tecnica fa uso di grosse reti zavorrate e dotate di ruote metalliche che, dai fondali, trascinano e intrappolano tutto ciò che incontrano, dai pesci ai coralli, alle tartarughe marine e così via. Questo metodo di pesca, oltre che essere illegale in alcuni Paesi, è particolarmente dannoso anche per l’ecosistema marino, in quanto non permette una pesca selettiva, con la conseguente cattura e morte di altre specie che non costituiscono interesse commerciale, e causa un danneggiamento dell’habitat del fondale marino. I pesci che non possono essere venduti vengono poi gettati nuovamente in mare già morti o in procinto di morire e, talvolta, si tratta di specie in via di estinzione.

Il pesce pescato viene poi trasferito nelle cosiddette “motherships”, ossia le “navi d’appoggio”, dove viene conservato nei frigoriferi e in questa fase risulta difficile per le autorità portuali capire da dove arriva il pesce e se questo è stato pescato legalmente e nel rispetto dei diritti dei lavoratori.
Secondo le dichiarazioni di Sasinan Allmand, responsabile per la comunicazione della Thai Union Frozen Products, riportate da Ian Urbina, verrebbero effettuati periodici controlli sia nelle proprie aziende, sia nelle barche stazionate al porto da cui proviene il pescato, con particolare riguardo alle condizioni di lavoro. “Non tolleriamo nessun tipo di traffico umano né di violazione dei diritti umani”, ha dichiarato. Ma alla domanda su eventuali controlli effettuati sui pescherecci in alto mare non è stata data una risposta.
Ma la responsabilità di ciò che avviene nella filiera alimentare è attribuibile a tutti i soggetti economici che ne fanno parte, a partire dal fornitore di materia prima fino al consumatore finale, in quanto manca l’interesse per la provenienza di ciò che si sta comprando o consumando. In realtà si assiste a una maggiore attenzione dei consumatori verso la pesca illegale e la contraffazione degli alimenti, ma è ancora scarso l’interesse per il lavoro che sta alla base della filiera alimentare del pesce.

Anche i difensori dei diritti umani chiedono una maggiore attenzione delle aziende per l’origine della materia prima utilizzata nei propri prodotti a base di pesce e per le condizioni di pesca e di lavoro. Nonostante la difficoltà dichiarata dalle aziende, molte di queste si stanno impegnando nell’effettuare controlli sulla provenienza del pesce e sui contratti di lavoro forniti ai membri degli equipaggi dei pescherecci. Tra queste aziende, la Mars Inc., multinazionale statunitense del settore agroalimentare, è una delle più attive sul fronte e conta di arrivare a una completa eliminazione del pesce di dubbia provenienza entro il 2020, per acquistare solo pesce pescato legalmente o comunque certificato da enti di controllo.

Nestlé si giustifica, ma è poco convincente
La criticità maggiore, secondo quanto hanno spiegato le aziende stesse, risiede proprio nella difficoltà di tracciarne il percorso. La Nestlè, che tratta anche cibo per animali domestici (come Fancy Feast e Purina), pur dichiarando il proprio impegno nell’eliminazione di materia prima proveniente dallo sfruttamento del lavoro e dalla pesca illegale dai propri prodotti, ha sottolineato che il processo sarebbe stato molto lungo perché il pesce non arriva da un solo porto o da un solo peschereccio ed è, quindi, difficile controllarne la reale provenienza.

Si tratta, dunque, di un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Finché sarà semplice trarre profitto dal mercato illegale del pesce, sarà sempre minore il rischio che si corre nell’uso di pratiche di pesca scorrette e nello sfruttamento del lavoro. E finché ci saranno aziende, dalle più piccole alle grosse multinazionali, e consumatori che accettano questo sistema, o per trarne un profitto o per disinteresse, a pagare il costo più alto saranno come sempre l’ambiente e i lavoratori sfruttati.
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