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Caso Milani, cade il castello di accuse. La procura di Modena decide di scarcerare il sindacalista del Si.Cobas
«Mi hanno tirato un tranello – sono le prime parole di Milani al momento di mettere piede fuori dal carcere di Modena – una persona s’era presentata dicendo che aveva collegamenti alla Levoni…». Milani, coordinatore nazionale del SiCobas, arrestato per estorsione assieme a un personaggio estraneo al sindacato di base, torna a casa con decisione della gip di Modena Eleonora De Marco, sebbene con obbligo di dimora in Lombardia e l’obbligo di firma. L’altro va ai domiciliari sotto scorta. Nell’udienza preliminare si è avvalso della facoltà di non rispondere, a differenza di Milani che ha ribattuto punto per punto. Daniele Piccinini, questo il nome dell’uomo, è legato a una delle cooperative che forniscono manodopera all’azienda dei fratelli Levoni. Il suo ruolo nella vicenda è ancora oscuro ma già dalle prime ore dopo l’arresto, il SiCobas aveva smentito la sua appartenenza al sindacato e s’era chiesto che cosa ci stesse a fare al tavolo della complessa trattativa.

I 52 licenziati di Alcar Uno, filiera Levoni, all’atto di fare richiesta di accesso alla NASPI, avevano scoperto che le cooperativa Alcar Uno, in appalto per Levoni, non aveva versato i contributi INPS utili a maturare l’assegno di disoccupazione. Milani ha chiesto che Levoni saldasse quest’ammanco, «ovviamente non certo consegnando del denaro liquido bensì versando le somme contributive mancanti attraverso le modalità previste dalla legge così come risultanti dai modelli F24!», specifica il SiCobas.

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