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La trappola della precarietà. Anche l'Fmi si accorge che la povertà è in progressione geometrica. E cerca di correre ai ripari...
Ben due studi sull‟andamento dell‟occupazione in Italia, la nota congiunturale mensile dell'Osservatorio sul lavoro in somministrazione Ebitemp/Formatemp e il rapporto realizzato dalla Fondazione Di Vittorio metotno in evidenza il record dei contratti a tempo determinato, e la valutazione sugli occupati a livello del 2008 "ma con molte meno ore lavorate", la crescita del part time involontario, il calo del lavoro autonomo.

I due studi mostrano con chiarezza le ombre dietro al risultato apparentemente positivo dell'occupazione totale, che nel luglio 2017 recupera il buco occupazionale della crisi, risalendo ai livelli dell'estate 2008. Emergono, quindi, chiaramente tre fatti:
a) il dato complessivo degli occupati include un'incidenza dei rapporti a termine (sia diretti che in somministrazione) assai superiore e in crescita;
b) conseguentemente, si sta ampliando la differenza tra occupati e Unità di lavoro (full time equivalent);
c)  all'interno della componente a termine, cresce il peso dei rapporti di lavoro a durata breve, inferiore ai sei mesi (dato Istat) e addirittura inferiore al mese. 

Ne consegue una componente intrinseca al modello produttivo, di maggiore precarietà implicita, che denota una trasformazione probabilmente strutturale del mix occupazionale nelle imprese, con rilevanti riflessi sulla vita delle persone coinvolte. Per questo le indicazioni di lungo periodo elaborate dalla Cgil (Piano del Lavoro e Carta dei diritti universali) assumono sempre più il significato di risposte strategiche al modello produttivo esistente e cartina tornasole per le forze politiche che si candidano alla guida del Paese.

Il World economic Outlook e il Fiscal monitor sono due dossier, pubblicati in questi giorni, del Fmi da cui emerge con nettezza che su salari, progressività delle tasse e, addirittura, sul reddito di cittadinanza e, non ultima, l'occupazione siamo ormai al redde rationem. Il Fondo lancia in primo luogo l’allarme sull’emergenza lavoro a livello mondiale, anche perché crescita del Pil e condizione dei lavoratori non stanno andando di pari passo. Complessivamente la crescita degli stipendi è stata, dal 2008-2009, sotto al 2 per cento, quando nel decennio precedente si raggiungeva il doppio. Le cause? Scarsa produttività, politiche di deregolamentazione, ma anche una debolezza contrattuale, dovuta alla recessione, che ha fatto emergere un altro fenomeno preoccupante che noi chiameremmo precariato: cresce il part time involontario, in media fino a punte del 5-6 per cento in più rispetto al decennio pre crisi; diminuiscono le ore lavorate  (2 punti in meno sotto i livelli del 2007); aumentano i contratti di lavoro temporaneo.

Christine Lagarde, con un occhio implicito al piano taglia tasse proposto da Trump, arriva poi su uno dei tabù dell’ortodossia economica: il fisco. Le tasse stanno scendendo un po’ troppo. Nel 1981, ha detto anticipando i dati del Fiscal monitor, la media delle aliquote marginali, cioè le più alte, era al 62 per cento e nel 2005 è scesa al 35 per cento. Questo fa barcollare l'altro grande tema legato alla condizione dei più poveri, il reddito di cittadinanza. Il rapporto discute la questione senza pregiudizi: anzi, dice, aumenta la domanda e i consumi, ma va applicatao solo in casi particolari. 

Così se da un lato il reddito universale può servire per combattere la povertà, dall’altro non sempre è economicamente sostenibile. Oltre a rischiare di scoraggiare la ricerca di lavoro, come si legge nell’ultimo report Fiscal Monitor, l’Ubi (universal basic income) avrà un certo impatto sui conti pubblici, impatto molto variabile ma con costi che lievitano soprattutto nelle economie avanzate.

Nel caso di un reddito di cittadinanza pari al 25% del reddito medio pro capite, il conto per le finanze pubbliche può arrivare al 6,5% del Pil nel caso dei Paesi economicamente più sviluppati, ma anche al 3,75% nelle economie emergenti e in via di sviluppo.

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