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"Non cedere alla vulgata dei padroni sulla produttività", Il domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti
La produttività del lavoro in Italia cala, Eurostat parla, per il 2016, di 0,8 punti percentuali in meno rispetto al 2015, un dato negativo in controtendenza rispetto agli altri paesi europei che continuano a crescere (Germania + 1,3 punti, Francia +1, Spagna + 0,7)

Prendiamo per buone le statistiche relative alla produttività per un'ora di lavoro ma evitiamo di cadere nel tranello della propaganda governativa per la quale la crisi del sistema italiano è legata alla mancanza di riforme strutturali. In questi anni ci hanno racontato che il problema da affrontare era quello della detassazione delle imprese, eppure i dati confermano che i posti di lavoro creati sono quasi tutti a tempo determinato e quelli indeterminati sono legati a gravi fiscali e finanziamenti a fondo perduto per le imprese. Ma, una volta terminati i benefici degli sgravi fiscali, le imprese hanno ripreso ad assumere poco e con contratti precari.I finanziamenti di Industria 4.0 rischiano di essere fondi destinati ad incrementare i profitti aziendali senza incremento della ricerca e della occupazione.

E' quindi arrivato il momento di indagare la ragione della debolezza del nostro sistema produttivo che si trascina da anni, ben prima del 2008. Con le privatizzazioni e la svendita del patrimonio pubblico è iniziata la crisi, con la tendenza del capitale italiano a delocalizzare produzioni in paese nei quali il costo del lavoro era ai minimi termini. La ricetta di Confindustria è nota, per restituire slancio al sistema produttivo italiano bisogna puntare sulle detassazioni, sullo smantellamento dei contratti nazionali, sulla contrattazione di secondo livello, sulla esasperazione della performance nel privato e nel pubblico per corrispondere salari differenziati a seconda della disponibilità a farsi sfruttare.Sono mesi che il Sole 24 Ore dedica intere pagine all'argomento.
Nel variegato mondo sindacale non esiste alcuna discussione su come rilanciare la produttività (ma per dirla tutta è un problema che dovrebbe porsi il sindacato? Noi pensiamo di no). E comunque evidente che l'assenza di idee e di una discussione sia il segnale della subalternità ai padroni. La contrattazione di secondo livello sta bene a Cisl e Uil ma neppure la Cgil la disdegna, il compromesso tra padroni e sindacati è stato costruito sulla previdenza e sulla sanità integrativa, sugli enti bilaterali, si è accettata la riduzione (per durata e beneficiari) degli ammortizzatori sociali, le politiche attive del lavoro sembrano ormai ridursi ai contratti di apprendistato che consentiranno a qualche giovane di entrare nel mondo produttivo e di acquisire in un secondo momento il titolo di studio della licenza superiore. Allo stesso tempo, la crisi di una azienda sarà annunciata con mesi di anticipo per farsi dare dallo stato qualche fondo per incentivare la mobilità volontaria o destinando i futuri esuberi a qualche corso di riqualificazione nella speranza (spesso vana) di un rimpiego.

La ricetta dei padroni per recuperare slancio e produttività esiste già, parte dalla cancellazione del diritto di sciopero per finire con lo smantellamento dei contratti nazionali ( o dal loro effettivo svuotamento) fino a regole ferree sulla contrattazione e sulla rappresentanza che andranno ben oltre il famigerato accordo del Gennaio 2014. Ma allo stesso tempo esiste una ricetta sindacale ? E al di là degli scioperi del sindacalismo di base, piu' diviso che mai, esiste una prospettiva conflittuale?
Niente di incoraggiante all'orizzonte e i sindacati rappresentativi si siedono ai tavoli per discutere solo delle proposte aziendali e governative, il loro realismo è s supina accettazione delle regole del gioco a uso e consumo dei profitti.

Per invertire la tendenza non ci vuole la bacchetta magica perchè di illusionisti il panorama politico e sindacale è pieno. Partiamo intanto da capire cosa sia accaduto nell’arco temporale 1995-2015, anni nei quali la produttività è cresciuta solo dello 0,3% a fronte del +1,6% dell’Ue a 28, dell’1,6% della Francia, dell’1,5% della Germania e dell’Inghilterra (fonte Istat).

Stiamo parlando degli anni nei quali l'età pensionabile è cresciuta e da poco piu' di 60 anni ed è passata quasi ai 70, anni nei quali si è bloccata la contrattazione nel pubblico impiego cancellando 500 mila posti nella PA,, anni nei quali il potere di acquisto dei salari e delle pensioni è diminuito, anni nei quali le tasse universitarie e i costi per la salute sono vistosamente aumentati. Negli ultimi due anni gli italiani all'estero o alla ricerca di lavoro o di una vita da pensionati migliori, sono piu' degli immigrati, un dato che da solo basta a confutare i luoghi comuni sulla invasione di cui parlano emitteni nazionali
Sono sufficienti questi pochi elementi per capire che la ricetta dei padroni non funziona , lo spostamento della ricchezza dai redditi da lavoro ai profitti non ha restituito competività al sistema Italia.

Inutile girare attorno al problema, sono proprio le politiche di contrazione della spesa, di austerità a determinare la crisi insieme ai mancati investimenti statali e aziendali per la innovazione e la tecnologia.

Le politiche fiscali restrittive, per quanto ne dicano gli economisti confindustriali, non hanno penalizzato gli investimenti necessari ad accrescere l’efficienza dell’apparato produttivo , hanno piuttosto mortificato il potere di acquisto dei salari, svuotato le aule universitarie peggiorando la qualità della nostra vita.

La politica di contenimento del debito ha distrutto posti di lavoro, chiuso ospedali e servizi, ma allo stesso tempo le privatizzazioni si sono rivelate ben poco incisive , anzi utili solo a far cassa, a pagare il debito, a rispettare i parametri europei, hanno fatto la fortuna di grandi marchi che poi hanno delocalizzato le produzioni.

L'attacco portato al diritto del lavoro, dalla Legge Biagi al Jobs act, è servito ai padroni per affermare il loro dominio ma è stato di scarso aiuto al rilancio della produttività . Un'altra spiegazione potrebbe essere quella del nanismo produttivo italiano, le PMI non crescono mentre in altri paesi europei hanno raddoppiato volumi e occupazione investendo anche sulla innovazione mentre in Italia hanno solo badato a contenere la dinamica salariale e a ricevere sovvenzioni a fondo perduto dallo Stato.

La disoccupazione, rispetto al 2008, è quasi raddoppiata (dal 6,5% all’11,2%), per gli under 25 è al 35,4% (il doppio della media Ue, l'occupazione femminile è al 48% e siamo ultimi tra i paesi Ocse. E per concludere in 10 anni si sono persi circa 670 mila lavori autonomi, il lavoro autonomo di seconda generazione si è rivelato per quello che era, una forma intensiva di autosfruttamento.

Alla luce di questi dati è opportuno non cedere alla narrazione padronale, e del Pd, sulla crisi e sulle pseudo riforme necessarie per il rilancio della produttività, allo stesso tempo sarà il caso di capire quali saranno le politiche sindacali e politiche per contrastare questi processi di ristrutturazione capitalista senza cedere alle sirene confindustriali di Industria 4.0

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