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Thyssenkrupp, dieci anni di dolori e ingiustizie. Imputati a piede libero e sicurezza sul lavoro peggio di allora. Operai potete solo morire!
Torino, 5 dicembre 2007. Nello stabilimento siderurgico della Thyssenkrupp divampa un incendio per la fuoriuscita di olio bollente in pressione che aveva preso fuoco. Muoiono sette operai: Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi. "E’ giusto ricordare i loro nomi perché è una ferita che non può rimarginarsi accettare che si possa morire sul lavoro e per il lavoro", ha detto ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. 

L'inchiesta coordinata dal pm Raffaele Guariniello e dagli altri magistrati del suo pool, Francesca Traverso e Laura Longo, viene condotta a tempo record. Nel gennaio 2009 si apre il processo in Corte d'Assise, prima tappa di un complesso iter giudiziario, nel quale non sono mancati i colpi di scena, che si conclude nel maggio 2016, quando la Cassazione conferma le condanne nei confronti dei sei imputati, tra cui l'ad Harald Espenhahn, a pene tra i 9 anni e 8 mesi e i 6 anni e 3 mesi. Gli imputati sono tutti a piede libero. 

Tra gli elementi emersi durante il processo c'è il fatto che lo stabilimento Thyssen fosse in via di dismissione, ma si continuava a lavorare per produrre fino all'ultimo risparmiando sulla sicurezza.

"Dopo dieci anni, e cinque gradi di giudizio, in Germania ci sono ancora due assassini a piede libero. Andremo là, a parlare col governo tedesco, che guardandoci negli occhi dovrà dirci perché non abbiamo ancora avuto giustizia", dice Rosina Platì, mamma di Giuseppe Demasi, in occasione della presentazione delle iniziative per il decennale della tragedia. "Facciamo appello al ministro Orlando perché ci sostenga", aggiunge la donna.

“A dieci anni dal rogo alla Thyssen, è grave e impressionante che il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro ancora non sia percepito come prioritario, e che la giustizia non sia riuscita a compiere del tutto il suo corso”, sottolinea il segretario confederale della Cgil Franco Martini in occasione del decennale dalla strage della ThyssenKrupp di Torino, stabilimento in dismissione in cui persero la vita sette lavoratori.

Per il dirigente sindacale “non solo indigna che i manager tedeschi condannati in via definitiva non abbiano scontato un solo giorno di pena in Germania, ma preoccupa e addolora constatare che quella immane tragedia avvenuta in nome del profitto non abbia radicalmente segnato le coscienze e l’operato quotidiano nel mondo del lavoro e dell’imprenditoria”. Martini sottolinea infatti che “i dati dimostrano una ascesa del trend infortunistico, che è tornato a salire proprio nel momento in cui si registra una crescita della produzione”. “È necessario riflettere rigorosamente su questo binomio - sostiene il segretario confederale - perché significa che né la crescita in atto, né l'innovazione, sbandierata come la nuova frontiera dello sviluppo, assumono come vincolo l'obiettivo del miglioramento delle condizioni di lavoro”.

“La Cgil, insieme a Cisl e Uil - prosegue - considera questo obiettivo sempre più centrale nella contrattazione e nel confronto con tutte le associazioni datoriali e istituzionali, e sosterrà l’impegno dei rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza, per imporre il pieno rispetto di tutte le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro”. “Lo dobbiamo ad Antonio, Angelo, Roberto, Rosario, Giuseppe, Rocco e Bruno, ai loro familiari, e a tutti coloro che continuano a morire o ferirsi nei luoghi di lavoro”, conclude Martini.

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