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"Condannata a quattro anni di reclusione una caporale di Villa Castelli". Intervento di Angelo Leo
Bisogna ammettere che il disastroso governo del jobs act, dei voucher e di tutti i decreti neoliberisti varati contro i lavoratori, paradossalmente in materia di lavoro agricolo ha invece contribuito a invertire la rotta, con l’approvazione in Parlamento della legge 199/2016. Una legge rivendicata dal sindacato con mezzo secolo di lotte, dirette, a volte anche in solitudine, dalla Federbraccianti-Flai e dalla Cgil. Con il protagonismo, in particolare, delle braccianti agricole meridionali e, nell’ultimo ventennio, con l’organizzazione e la partecipazione al movimento di lotta dei migranti stranieri. Ma soprattutto con il sacrificio di tante donne perite tra le lamiere dei furgoni dei caporali e quelle morte nei campi, come la povera Paola Clemente.

La legge finalmente mette a nudo una verità a lungo negata. I caporali sono uno strumento nelle mani dell’imprenditoria agricola illegale (tanta purtroppo), che fonda la propria fortuna sul grave sfruttamento, fino a forme di vero e proprio schiavismo, nei confronti della manodopera locale ed estera, dal nord al sud del paese.

Senza il varo della legge 199/2016, probabilmente la caporale di Villa Castelli (Brindisi) non sarebbe mai stata condannata a quattro anni di reclusione. Era stata arrestata, insieme al figlio, il 12 aprile 2016, accusata di trasporto abusivo in soprannumero (persino nel cofano di un’auto), grave sfruttamento, maltrattamento, sotto salario, evasione contributiva, orari di lavoro illimitati, ricatti, e persino impedimento al bisogno fisiologico dei lavoratori durante il lavoro nei campi.

La legge 199/2016 non fa solo giustizia penale nei confronti degli odiosi caporali, ma estende il reato penale anche agli imprenditori agricoli disonesti che fanno uso del loro servigio. Questo elemento può diventare la chiave di volta in un comparto come quello agricolo, da troppi anni terreno fertile per gli investimenti della criminalità organizzata, alimentatosi con le truffe miliardarie all’Unione europea e il conseguente crescente controllo delle risorse agricole. E può contribuire a ribaltare i rapporti di forza e di classe, ridando ai braccianti e al sindacato quel potere contrattuale perduto proprio grazie al potere di ricatto dei caporali, grazie al monopolio del trasporto privato agricolo.

Il liberismo e le mafie, per esercitare la loro nefasta azione, hanno bisogno di un mercato del lavoro agricolo illegale, senza lacci e laccioli legislativi, contrattuali e sopratutto senza organizzazioni sindacali tra i piedi. I caporali rispondono esattamente a questo ruolo. I tentativi della lobby agroindustriale di stravolgere la legge e rimuovere la responsabilità penale dei datori di lavoro, lasciando ai soli caporali la responsabilità di quanto accade nel comparto, sono sempre più reiterati e pressanti sul governo e sulle forze politiche parlamentari. Un ritorno indietro sarebbe una iattura per i lavoratori, che finalmente hanno uno strumento di legge che li rende meno vulnerabili ai ricatti dei padroni e dei loro caporali.

Non solo: la legge e i primi arresti stanno avendo un benefico risultato nelle rivendicazioni vertenziali nei confronti degli imprenditori inadempienti in materia di versamento all’Inps delle giornate contributive in favore dei lavoratori, e delle differenze salariali di risarcimento. Va da sè poi che la legge 199/2016 deve essere accompagnata dall’avvio di linee pubbliche di trasporto agricolo, esperienze già sperimentate in passato e fatte fallire dalle pressioni della lobby agroindustriale. Ma già ora la tracotanza e la prepotenza esercitata dalla imprenditoria illegale, contro i braccianti agricoli in generale e nei confronti della manodopera straniera in particolare, inizia ad incrinarsi per timore della punibilità penale.

Non bisogna abbassare la guardia. Anzi sarebbe opportuno far sentire la voce dei lavoratori e di tutte le associazioni che fanno rete con noi - Libera, Arci, volontariato laico e religioso, forze politiche ed istituzionali - per promuovere un messaggio non solo di diritti sindacali, ma anche di giustizia e civiltà. Come rivendicato quotidianamente anche da papa Francesco.

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