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"Basta pazienza". Gli operai agricoli e i florovivaisti scendono in sciopero
“Impossibile ormai proseguire il negoziato”: dopo un lungo confronto durato cinque mesi, Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil scelgono la via della protesta contro lo stallo nelle trattative per il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro degli operai agricoli e florovivaisti.
Sarà, dunque, sciopero nazionale venerdì 15 giugno, per otto ore e in tutt’Italia, con manifestazioni e volantinaggi in diverse città. Per la Lombardia si terrà un presidio a Milano, davanti alla Prefettura in corso Monforte a partire dalle ore 14.30. A quest’iniziativa parteciperà anche una delegazione di lavoratori e sindacalisti da Bergamo.
La mobilitazione di venerdì nella provincia orobica sarà preceduta da una serie di assemblee a partire da oggi (poi proseguiranno domani e giovedì, in diverse aziende del territorio). In bergamasca, secondo i dati dell’INPS, nel 2017 erano attivi 2.268 operai agricoli e florovivaisti a tempo determinato (OTD). Per quelli a tempo indeterminato (OTI), invece, il dato disponibile si ferma al 2015 quando erano 1.541 secondo quanto riferito dal Rapporto dell’Osservatorio della Fondazione Metes. La stima, dunque, è che nel settore siano impegnate circa 3.800 persone.
“Dopo una lunga fase di confronto, ora registriamo il rifiuto al proseguimento della trattativa da parte di Confagricoltura, Coldiretti e Cia che manifestano una totale indisponibilità a discutere dell'aumento del salario e che respingono gran parte delle altre richieste contenute nella piattaforma sindacale unitaria” hanno spiegato Valentino Rottigni, segretario generale della Flai Cgil, Gianluigi Bramaschi, leader di Fai Cisl, e Rossella Valente di Uila Uil di Bergamo. “Avevamo avanzato la richiesta di aumentare i permessi e i congedi, l'integrazione per la maternità e la tutela dei lavoratori colpiti da malattie gravi. Ma anche di incrementare le tutele per i lavoratori degli appalti, dove non sembra ancora essere una priorità quella di promuovere norme capaci di frenare il dilagante fenomeno di esternalizzazione della manodopera senza adeguata copertura contrattuale. Avevamo, inoltre, chiesto di valorizzare i temi che riguardano il collocamento, il trasporto e le azioni positive che possono essere messe in campo dalla Legge 199/2016, che agisce contro lo sfruttamento e il caporalato. Si tratta, infatti, di una legge che abbiamo fortemente voluto e che abbiamo ottenuto con iniziative unitarie negli scorsi anni. Su questi e altri temi abbiamo avuto risposte negative”.
La trattativa si è complicata, poi, con le richieste che le controparti hanno avanzato: “Ci sono stati rivolti gli inaccettabili inviti a cancellare l'orario giornaliero di 6,30 ore e a prevedere un salario minimo nazionale che scardinerebbe l'attuale modello contrattuale agricolo” proseguono i sindacalisti. “Un’ipotesi del genere sulla definizione dell’orario metterebbe a rischio la contribuzione previdenziale per il calcolo della indennità di disoccupazione e non si avrebbe più alcun controllo sulla durata dell'orario giornaliero. Il salario minimo a livello nazionale, poi, non tiene conto della struttura retributiva esistente nel settore che affida la titolarità della definizione dei salari contrattuali alla contrattazione provinciale, rischiando di determinare condizioni peggiorative”.
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