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Lavoro su piattaforma, istruzioni per l’uso

La contemporaneità è fatta non più di individui ma “individui interconnessi”, opporsi è illogico ma le categorie per interpretare le relazioni lavorative e non, vanno aggionate. Due testi fondamentali sono “Forza lavoro” di Roberto Ciccarelli e “Algoritmi di libertà” di Michele Mezza.

Tutte le innovazioni tecnologiche amano presentasi come una opportunità (parola topica, che nella “società del rischio” dovrebbe allarmarci) di liberazione del genere umano dalla fatica, dalla miseria, dal bisogno. L’ultima innovazione – la rivoluzione digitale, l’“industria 4.0” – è la più potente di tutte perché non solo permette di produrre sempre più velocemente e a più basso costo nuovi e più numerosi beni e servizi, ma perché, modificando il rapporto tra le persone e gli strumenti tecnologici, modifica le caratteristiche antropologiche dell’individuo contemporaneo, il modo di pensare se stesso in rapporto agli altri, alla natura, al cosmo. Basta guardarsi attorno per accorgersi che tutto ciò è vero. Occupazioni, comportamenti, stili di vita, mentalità, sentimenti e morale comune stanno cambiando di pari passo con la diffusione dell’informatizzazione dell’economia, della società, degli apparati politici di sorveglianza e di consenso. Come al solito, gli osservatori si dividono tra entusiasti e apodittici, comprendendo la vasta gamma delle posizioni intermedie. Ciò a conferma della contraddittorietà dei processi in atto.

Roberto Ciccarelli nel suo ultimo denso lavoro, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (Derive Approdi, 2018, pp. 219, 18 euro), ci propone di valutare la questione ponendo lo sguardo da un punto di vista andato oramai in disuso (o, per meglio dire, occultato a bella posta): quello del “lavoro vivo”, delle “persone viventi” che rendono possibile la produzione e alimentano la mega macchina digitalizzata. Considerando che ci troviamo veramente dentro una mutazione epocale dei rapporti sociali di produzione, Ciccarelli svolge il suo ragionamento su tre piani: l’analisi concreta delle condizioni del lavoro (forte di una osservazione quotidiana maturata come giornalista de il manifesto ); l’evoluzione dei concetti teorici di base (forte della sua preparazione filosofica); i risvolti politici, ossia, come fare a riaprire la dialettica sociale.

Ciccarelli è della stessa opinione di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, che paragona i nuovi dispositivi tecnologici al Mechanical Turk, l’automa con le sembianze orientali che giocava a scacchi per far divertire Maria Teresa d’Austria, nel secolo dei Lumi. Peccato che nascosto nel sedile del fantoccio meccanico ci fosse un maestro di scacchi vero di piccole dimensioni che muoveva gli ingranaggi senza essere visto. Come dire che, per quanto automatizzati e intelligenti siano, le nuove macchine hanno sempre bisogno di una Human Intelligence Task, di chi insegna loro come riconoscere simboli e immagini, come raccogliere, codificare e classificare i dati, come “nutrire gli algoritmi”. Le automobili potranno un giorno anche guidarsi da sole, ma nel back-office della piattaforma digitalizzata dovranno lavorare un nuvolo di oscuri omini ( cloud workes ) a mappare strade, installare sensori e radar, effettuare sopralluoghi, mantenere cavi e satelliti, implementare la sicurezza informatica. Tanto che Ciccarelli non è così sicuro che a livello macro la Quarta rivoluzione industriale distruggerà più lavoro umano di quanto ne richiederà di nuovo.

É comunque assodato che l’accresciuta, smisurata potenza di calcolo e capacità operativa dei nuovi dispositivi elettronici è capace di “mettere al lavoro” l’intera società. Vale a dire che l’“economia digitale” è capace di rendere le relazioni umane (non solo quelle “direttamente” produttive, contrattualizzate e salarizzate) sempre più funzionali alla valorizzazione dei capitali investiti. La prestazione lavorativa, quindi, cambia e con essa il concetto stesso di lavoro. Dall’“operaio-massa” fordista, ai crowd-workers : folla anonima di lavoratori occasionali, ma permanentemente a disposizione; flessibili, ma specializzati; free lance , ma vincolati al risultato; precari, saltuari, in somministrazione, intermittenti…, ma sempre sotto pressione, “alla spina”, come la birra.

Già la catena di montaggio taylorista (e il modello World Class Manufacturing applicato dalla Fca a Pomigliano non si discosta affatto) considerava i lavoratori appendici organiche della macchina, ora lo sono degli algoritmi, con l’aggravante che l’orario di lavoro non finisce mai, il luogo di lavoro è in ogni dove, il rapporto di lavoro è individuale e la remunerazione a cottimo. Il risultato è una accentuata subordinazione, alienazione e assoggettazione, oltre che impoverimento e sfruttamento. “La forza lavoro si accende e si spegne azionata da un dispositivo digitale”, così che “gli individui [sono] separati e incapaci di creare solidarietà”.

“Le piattaforme digitali sono l’infrastruttura della mobilitazione totale, della trasformazione della forza lavoro in folla” [p.53]. Accade così “il transfert della forza lavoro nel capitale” [185], il fenomeno per cui ogni singolo individuo si percepisce come “capitale umano” da spendere come “servizio umano” nei cicli di valorizzazione economici. In questo modo il capitale ottiene una volontaria subordinazione (anche) psichica della forza lavoro. Una forma di autodisciplina camuffata da libera scelta e di schiavitù più raffinata di quella salariale. Sotto la formula “dell’imprenditore di se stesso” si nasconde “l’imprenditorializzazione della vita”. Il dominato si domina da solo, si auto-controlla – scrive Ciccarelli. É questione antica, la spiegava già Étienne de La Boétie cinquecento anni fa: rendere i dominati contenti del loro stato è la più diabolica e astuta arte del regnante. In questo caso dei padroni degli algoritmi.

Per uscirne – argomenta Ciccarelli – serve tornare a indagare sui concetti di “personalità vivente” (cioè di individuo irriducibile alla sola dimensione di agente economico), di “forza lavoro” (come potenza e facoltà posseduta da ogni essere umano, come “proprietà inappropriabile”, come “insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente di un uomo[e di una donna, ndr]” – per tornare alla definizione data da Marx nel I libro de Il capitale ), di “lavoro” come atto, azione, impiego e dispiego di energie, messa all’opera della forza lavoro all’interno di rapporti produttivi determinati tecnologicamente, giuridicamente e culturalmente.

É in questo ambito propriamente politico che si instaurano disparità di potere e forme di dominazione che catturano, assoggettano e mercificano la forza lavoro degli individui. Tornare all’idea di autonomia della forza lavoro come “diritto fondamentale” ad “una soggettività potenzialmente autonoma”, ci consentirebbe di aprire un processo politico di emancipazione e liberazione delle lavoratrici e dei lavoratori in carne ed ossa. “La sofferenza del soggetto contemporaneo è provocata dalla continua verifica dell’assenza di una possibile alternativa etica, ancor prima che politica, alla sua condizione materiale e psichica” [181]. Serve far leva sugli elementi meta psicologici capaci di riappropriarci della forza lavoro e di dare un senso concreto al lavoro come produzione di valori d’uso e di relazioni umane non mercantili. “L’esperienza etico-politica della liberazione è basata sulla sperimentazione” [194], conclude Ciccarelli.

Michele Mezza nella sua documentatissima e schiumeggiante storia della rivoluzione digitale, Algoritmi di libertà. La potenza del calcolo tra dominio e conflitto , con prefazione di Giulio Giorello (Donzelli, 2018, pp. 277, Euro 18), vede uno scontro epocale di potere in corso tra le due autocrazie che oggi si fronteggiano a livello globale: le imperiali concentrazioni delle Big Data (le Over-The-Top, i monopolisti della rete, le Gafam: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) e i neo-nazionalismi degli stati sovranisti. L’unica via praticabile per salvare la democrazia è quella di considerare la potenza di calcolo come uno “spazio pubblico”, un bene comune, come l’acqua o i farmaci, l’informazione o la scuola, e farne la base di un “nuovo patto sociale fra calcolanti e calcolati”, tra Data barons e utenti – declinazioni contemporanee di oppressori e subalterni.

Ma ciò presume la emersione di una soggettività politica inedita capace di negoziare. All’“ottimismo” di un Paul Mason o di un Jeremy Rifkin, ma anche di Hardt e Negri, che ritengono le nuove tecnologie digitali oggettivamente incontenibili dentro la gabbia di ferro del paradigma proprietario capitalista e quindi destinate a superarlo “automaticamente”, Mezza ritiene che sia necessario che emerga una nuova sinistra capace di contendere gli algoritmi, di contrattare l’ingegnierizzazione del calcolo avvalendosi della forza degli “individui interconnessi” e della loro capacità di rimettere in moto e condizionare anche la politica istituzionale. “L’unico soggetto in grado di contrapporsi al dominio, apparentemente neutro, dei produttori e dei gestori dell’algoritmo sono le comunità di consumatori e utenti, tanto più se raggruppati in territori” [190].

Leggo Mezza nel mezzo delle vertenze dei riders e penso a quant’è importate la strada aperta dai ciclo-fattorini di Bologna che hanno costretto i vari Foodora, Justeat, Deliveroo a rivedere ritmi e compensi delle prestazioni richieste e l’amministrazione comunale ad emanare una Carta dei diritti e della sicurezza in città. Penso anche a quante sono le community che potenzialmente potrebbero porsi in una posizione contrattuale con i service provider , ad iniziare dal settore dell’informazione giornalistica e dal mondo accademico. Ma Mezza va più in là della ipotesi di una mera contrattazione tra utenti e fornitori di piattaforme informatiche. L’autore auspica una “nuova democrazia del calcolo”, “un nuovo ordine basato sul calcolo”[26] per rendere trasparenti e accessibili gli algoritmi, fino alla loro nazionalizzazione.

Anche Mezza, come Ciccarelli, è un giornalista che è stato alla Rai e che ora collabora alla comunità web www.mediasenzamediatori.org . Grande esperto della rete, insegna anche alla Federico II di Napoli. Rivendica una natura e una origine libertaria e potenzialmente rivoluzionaria della “cultura digitale”, già prima dell’avvento della Silicon Valley, quando, alla fine degli anni ’50, con Adriano Olivetti, era nata “l’idea che il calcolo fosse una via per la liberazione di tutti noi” [15]. Ma come è stato possibile che il “nuovo mulino” tecnologico digitale da mezzo di emancipazione sia diventato potentissimo strumento ordinatorio, di controllo e disciplinamento sociale e persino performativo dei nostri desideri, capace di entrare nei nostri cervelli? Mezza è tra i primi ad aver denunciato le possibilità manipolatorie nell’uso dei profili personali durante le campagne elettorali negli Stati Uniti e altrove, Italia compresa. Ma queste sono solo una applicazione della potenza di calcolo, come “tecnologia sociale”.

La vera frontiera del “totalitarismo digitale” è la medicina. Dopo l’“internet delle cose”, ecco l’“internet dei corpi”. Così da giungere alla ibridazione uomo-macchina. “La nostra vita è oggi organizzata e impaginata da algoritmi che ordinano i flussi di dati, sia in termini chimico-biologici che psico-intellettuali, programmano i processi concreti della nostra esistenza fisica e delle nostre relazioni sociali” [32]. “Siamo dunque oltre la General Knowledge” [35].

Mezza pensa che resistere e opporsi allo sviluppo e alla diffusione delle nuove tecnologie digitali – pur vedendone tutti i pericoli – sia una posizione senza senso. Non crede che le tecnologie siano strumenti neutri, ma le ritiene un campo aperto, contendibile nella lotta politica che si gioca tra chi le vuole privatizzare e sussumere dentro le logiche proprietarie del capitale e chi invece le vuole usare per aumentare il proprio potenziale di autonomo saper fare. E qui, mi pare ci sia un punto di contatto con l’idea di Ciccarelli. “Forza lavoro” e “individui interconnessi” non sono poi così distanti, solo se sapranno percepirsi come “personalità viventi”.

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