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Crisi economica, il manifatturiero continua a perdere colpi. Per molte tute blu si prospetta un Natale davanti ai cancelli
Oltre 600 posti a rischio alla Bosch di Bari (su 1.800 addetti). Il settore è quello del Diesel. Un'altra multinazionale tedesca, la Mahle, sempre nello stesso settore, vuole chiudere i due stabilimenti piemontesi in cui si producono pistoni: 450 posti in bilico, tempo fino al 7 febbraio per trovare una soluzione. L'allarme è stato più volte sollevato da Confindustria e ora è rilanciato con
urgenza dal sindacato dei metalmeccanici (ieri è toccato alla Fiom, guidata da Francesca Re David). Sullo sfondo la fusione Fca-Psa. Ma il Mise ha comunicato che per la convocazione del tavolo sull'automotive si aspetta gennaio.

Altri 50 esuberi per le turbine Franco 'I'osi a Franco Tosi rischia di sparire. A Legnano resta l'attività di service, cioè di servizi e manutenzione. Ma per come stanno evolvendo le cose nello stabilimento in provincia di Milano difficilmente tornerà alla produzione delle turbine con il marchio che aveva reso famosa l'Italia nel mondo. L'affitto della Franco Tosi in amministrazione straordinaria (costata 16 milioni in cinque anni) è stato accordato al gruppo Presezzi nel 2015. L'accordo prevedeva il passaggio da 350 addetti a 210. Ora gli occupati sono 177. Ma il gruppo ha appena dichiarato 47 esuberi. La Fiom punta il dito contro il Mise che non ha accordato l'acquisto di tutta l'area in affitto a Presezzi. Aprendo così la strada alla riduzione del personale.

Ieri pe rla vicenda Mahle c'è stato il primo incontro a Roma, al ministero dello Sviluppo economico, tra i sindacati e la proprietà dell'azienda, che ha l'headquarter a Stoccarda. Per ora Mise e metalmeccanici hanno ottenuto dalla Mahle la sospensione, per trenta giorni, della procedura di licenziamento collettivo per chiusura degli stabilimenti. A breve ci sarà un incontro in Regione Piemonte e poi si tornerà a Roma nel mese di gennaio. Sono più di 450 gli addetti coinvolti in una delle principali crisi industriali del Piemonte. Sin dall'inizio, come ricordano le rappresentanze sindacali, l'azienda ha motivato la decisione di chiudere le due fabbriche italiane, specializzate nella produzione di pistoni per i motori a gasolio, facendo riferimento al trend negativo registrato sul mercato del diesel e alle conseguenti perdite di fatturato. Il punto però, secondo i rappresentanti dei lavoratori, è la scelta di chiudere i due poli italiani in realtà per spostare le produzioni in altri stabilimenti del Gruppo, in Turchia o nell'Europa dell'Est. Con 79mila addetti e oltre u miliardi di ricavi, la multinazionale Mahle in Piemonte ha uno stabilimento produttivo a La Loggia, alle porte di Torino, e una fonderia a Saluzzo, nel Cuneese.

«Per ora siamo riusciti a disinnescare "la pistola alla tempia" per le fabbriche italiani della Mahle, il ministero ha sostenuto la nostra
richiesta e abbiamo ottenuto una sospensione della procedura di licenziamento per 3o giorni, dal 7 gennaio al 7 febbraio, un tempo
necessario a convocare un tavolo in Regione Piemonte per riaprire la questione industriale e poi tornare al ministero a gennaio» spiega Michele De palma della segreteria nazionale della Fiom-Cgil. Quali le possibili soluzioni industriali per la Mahle? In realtà le
vie di fuga sono poche: se c'è un problema di volumi in calo, dicono i sindacati, allora si utilizzino gli ammortizzatori sociali e si apra
una fase di discussione sulle future possibili produzioni nei due stabilimenti italiani. Un proccesso simile a quallo avviato, non senza
problemi e ostacoli, per lo stabilimento Bosch di Bari. «L'impatto sociale - ricorda in una nota la Fiom - rischia di essere drammatico in una Regione già attraversata da una forte crisi industriale e sociale, su cui le istituzioni locali devono prestare maggiore attenzione». L'incontro in Regione Piemonte è già stato fissato per il 9 dicembre prossimo mentre al Mise si tornerà a gennaio. La scommessa a questo punto è che azienda, sindacati e istituzioni riescano ad avviare una fase di reindustrializzazione e di parziale riconversione delle produzioni italiane del Gruppo, per garantire un futuro alle fabbriche e ai lavoratori piemontesi.
L'immediato ritiro della procedura di licenziamento è stata posta, sia dai sindacati che dal ministero, come «condizione per poter aprire un negoziato libero tra le parti per garantire l'occupazione anche attraverso ammortizzatori sociali ordinari» recita la nota della Fiom diffusa nel tardo pomeriggio. «È necessario avviare un tavolo sulla crisi strutturale del diesel nel suo complesso» dice la Fiom. «Servono investimenti straordinari per affrontare la fase di transizione industriale a tutela dell'occupazione e di un settore strategico come l'automotive». I metalmeccanici della Cgil, in particolare, hanno proposto di utilizzare la cassa integrazione ordinaria proprio con l'obiettivo di prendersi il tempo necessario per cercare quegli «strumenti straordinari» da mettere in campo per affrontare l'emergenza e garantire l'occupazione. La scommessa della reindustrializzazione, dunque, la stessa scommessa che nei mesi scorsi si è cercato di vincere per i lavoratori della ex Embraco, altra emergenza industriale in Piemonte, ma nel settore degli elettrodomestici, con oltre 400 addetti coinvolti e un orizzonte ad oggi assolutamente incerto. I lavoratori della ex Embraco saranno in presidio a Milano davanti alla sede di Whirlpool, Gruppo a cui faceva capo l'Embraco di Riva di Chieri. una iniziativa organizzata durante le assemblee dei giorni scorsi, per richiamare la multinazionale alle sue responsabilità.

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