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"Thyssenkrupp, una strage senza giustizia". Intervento di Giorgio Sbordoni
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 si è consumata una delle più drammatiche stragi sul lavoro nella storia recente del nostro Paese: sette operai morti e, ancora, nessuna giustizia. Non voglio morire. 12 anni dopo il rogo della ThyssenKrupp a Torino, quell‟urlo resta ancora il monumento all‟opera incompiuta di questo Paese derelitto. Quella della messa in sicurezza della vita dei lavoratori. Il grido disumano di Rosario Rodinò, 26 anni appena, la sesta delle sette vittime di quell‟incidente, morto in ospedale dopo 13 giorni di agonia, lo si distingue chiaramente nella concitazione della telefonata al 118. In quella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 nella quale siamo ancora immersi e che ancora non ha visto l‟alba. Da allora sono stati oltre 17 mila – avete letto bene, 17 mila – i morti nei luoghi di lavoro o nel tragitto da e verso casa. Quelli che – sarebbe retorica dirla così, se non fosse che è vero – la mattina salutano ed escono, diretti al lavoro, ma non tornano mai più. Vite spezzate dalla paralisi di una politica in prima fila quando si tratta di piangere e condannare, in ultima quando si tratta di decidere, di stanziare.

Mentre scrivo e ricordo la visita allo stabilimento ormai dismesso di Corso Regina Margherita, ai margini di Torino, il sindacato torna a mobilitarsi contro l‟emergenza quotidiana dell‟Ispettorato nazionale del lavoro, con parole che non lasciano dubbi e sottolineano le carenze. Di risorse, di strumentazione, di personale. Queste risorse negate, temiamo, siano le stesse che spende il sistema sanitario nazionale per curare e tamponare i danni causati dalla scarsissima attenzione alla salute di chi lavora. Dietro alle migliaia di morti, infatti, non possiamo dimenticare le centinaia di migliaia di coloro che ogni giorno scoprono di avere una patologia di origine professionale, che sia un fatale mesotelioma da esposizione all‟amianto o un banale, con tutto il rispetto, tunnel carpale da movimenti ripetuti. Una storia, quella dei soldi risparmiati sulla prevenzione e spesi sulle cure, che fa pendant con il ritornello sulle leggi, che in Italia ci sono, per carità, ma quasi mai si riescono a far rispettare.

In primo piano il timore che quell‟acciaieria in dismissione che si portò via sette vite assomigli paurosamente a questo scorcio di industria italiana venduta a saldo nel mercimonio delle multinazionali che vengono, vedono e liquidano, senza alcun rispetto per i lavoratori, la loro professionalità e la loro vita. Che quando uno stabilimento diventa solo un capannone da svuotare e un elenco di nomi da rabbonire con qualche mese di cassa integrazione per cessazione, a chi volete che importi se, negli ultimi istanti di vita produttiva, si utilizzino i dispositivi di protezione e si lavori in sicurezza. Leggetevi le testimonianze degli operai della ThyssenKrupp di Torino, in quegli ultimi mesi in cui si aspettava solo la chiusura. In tanti giurano che l‟ecatombe del 6 dicembre 2007 sarebbe potuta accadere poco prima o poco dopo, ma, di certo, sarebbe successo.

E adesso pensate a queste settimane di Ilva, di Whirlpool e di qualsiasi grande fabbrica preda delle cordate internazionali e della loro cupidigia. Nel cuore e negli occhi quelle immagini raccapriccianti, di corpi fumanti straziati dall‟incendio della maledetta linea 5, bruciata come un fiammifero prima che chiunque potesse fare qualcosa, nella notte gelida di un dicembre torinese. Un presagio nel quale la città industriale per eccellenza mostrava, senza trucchi, lo stato di abbandono in cui aveva lasciato i suoi figli migliori. Una maledizione che poco dopo, con l‟inizio della crisi economica, ha contagiato l‟intero Paese, permettendo al precariato, all‟appalto selvaggio e al lavoro nero di dilagare, cancellando ogni tutela che, al massimo, adesso può dirsi crescente, neanche fosse la carta fedeltà di un supermercato in cui i diritti aumentano con l‟aumento dell‟anzianità. Di guardia alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, con una coperta corta come la civiltà e il respiro di questo vecchio Stivale, sono rimasti i sindacati da soli, a lottare, denunciare, manifestare e chiedere tavoli con i governi. Aspettando che qualcosa si muova, qualcosa succeda, prima della prossima strage sul lavoro.
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