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Disparità di genere: non è solo una questione di salario. I dati della ricerca del Cnel parlano chiaro
Al seminario “L’uguaglianza non ha genere”, svoltosi a Roma nella sede dello stesso Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, alla presenza di esperti, accademici e sindacalisti, tra cui Susanna Camusso, ex segretaria generale della Cgil, è stato evidenziato come la disparità retributiva è solo uno degli elementi di sperequazione di genere. Perché “la condizione della donna lavoratrice è” pure “penalizzata dalla rigidità dell’organizzazione del lavoro e dalla inadeguatezza del welfare aziendale: dati Ocse 2016 imputano l’adozione di adeguati livelli di flessibilità e di servizi di welfare (asili nido aziendali e servizi sociali di assistenza, ricreativi e di sostegno) solo al 66% dei datori di lavoro italiani, posizionando l’Italia di 2 punti percentuali al di sotto della media mondiale, con oltre 15 punti di scarto rispetto ai paesi scandinavi”.
È soprattutto la difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro a portare al 48,5% la quota dell’occupazione femminile italiana (tra i 15 e i 64 anni), ben al di sotto della media UE del 60,4%: una sperequazione che risulta ancor più evidente se si considera che sono le lavoratrici-madri a caratterizzare per il 54,3% la disoccupazione femminile e che la quota di donne madri indotte ad abbandonato il lavoro per prendersi cura dei figli è pari al 27%, di gran lunga superiore alla quota degli uomini nella stessa condizione, pari allo 0,5%.

Secondo gli ultimi dati Istat, le lavoratrici italiane guadagnano in media il 71,7% del salario degli uomini; il trend di contrazione del divario stipendiale previsto è così lento che la prospettiva di assorbimento del differenziale richiede diversi decenni. 

Al ridotto tasso di occupazione femminile, sottolinea sempre il Cnel, si aggiunge il dato della minore durata media della vita lavorativa delle donne (24,5 anni contro i 39,6 degli uomini, con uno scarto del 38%, tra i più alti in Europa), con conseguenti distorsioni di genere, ad esempio nel differenziale medio fra le pensioni percepite dalle donne rispetto a quelle degli uomini (pari al 33%), nelle prestazioni assicurative di natura sostitutiva della retribuzione (ad esempio INAIL in caso di malattia), nella disciplina del riscatto dei periodi contributivi facenti riferimento alla durata della vita media, superiore nella donna.

Alla valutazione di iniquità della disparità di genere del mercato del lavoro, il Cnel ricorda che vanno accompagnate considerazioni sul “valore economico delle donne”: nel periodo 2010-2015 l’imprenditoria femminile è cresciuta nel nostro paese di 35mila unità, rappresentando ben il 65% dell’incremento complessivo del tessuto imprenditoriale nazionale: ad oggi conta 1 milione e 312 mila imprese femminili. E si tratta, in genere, di realtà lavorative più dinamiche, digitali, giovani, multiculturali, che danno lavoro a circa 3 milioni di persone. Tuttavia questi dati costituiscono appena il 27% del totale. Con un’alta “mortalità” delle micro imprese femminili registrata in concomitanza della nascita di figli e in ragione di necessità di accudimento di anziani.

Non corso del seminario, i consiglieri del Cnel hanno presentato alcune proposte per superare questa tendenza, così da muovere azioni di contrasto ai divari di genere nelle imprese e nel lavoro. La prima azione è l’avvio di una politica concreta di pari opportunità atta a conseguire un benessere sociale più equo e sostenibile e a recuperare l’apporto del “valore economico delle donne” alla crescita del paese: questo presuppone l’adozione di un Piano d’azione di contrasto al Gender Gap, globale e integrato, dotato di adeguate risorse finalizzato all’inclusione e alla creazione di lavoro attraverso investimenti pubblici. Ne consegue la necessità che il governo italiano si doti di strumenti di rilevazione di dati di genere diffusi sul territorio e di valutazione d’impatto delle azioni politiche.
In tal senso, il disegno di legge Cnel “Disposizioni in materia di statistiche e politiche di genere” dell’ottobre 2013 individuava, esattamente nella rilevazione delle statistiche di genere, uno strumento fondamentale per la necessaria valutazione d’impatto delle normative sulle politiche di pari opportunità.

Perché l’azione di contrasto alla disparità di genere abbia carattere strutturale, il Cnel è dell’avviso che occorra anche muovere azioni capaci di modificare gli stereotipi culturali che relegano la donna alla cura familiare, sia promuovendo campagne e iniziative di sensibilizzazione sull’importanza dell’apporto di lavoro delle donne alla crescita del paese sia dando impulso, per quanto riguarda i percorsi formativi e scolastici, a politiche di orientamento diffuse che mirino a superare scelte formative “segreganti”.
Servirebbe poi ripristinare, continua il Cnel, forme di sgravio fiscale e incentivi di carattere strutturale a sostegno dell’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, ma anche ridisegnare con approccio nuovo un sistema moderno di servizi per la famiglia, proposto non più in risposta alle esigenze delle donne lavoratrici bensì quale elemento cardine del nostro modello di benessere sociale e di crescita economica. Infine, occorrono “adeguate risorse finanziarie atte a garantire le necessarie agevolazioni ai servizi di cura e di assistenza e con estensione delle stesse al settore privato, affinché i costi di un nuovo welfare familiare non siano posti solo a carico delle imprese.
Il Cnel, riguardo al fenomeno della violenza di genere e all’obiettivo della salvaguardia delle condizioni delle lavoratrici che ne sono vittime, ritiene grave il “vuoto” registrato dalla legge di bilancio 2019 e chiede venga reintrodotto il fondo d’indennizzo previsto dal D.Lgs. 80/2015 a copertura del congedo per le donne vittime di violenza di genere e che questo sia riconosciuto anche alle imprenditrici. Tra le proposte, c’è anche quella di ampliare da 3 a 6 mesi il periodo di congedo per le vittime di violenza, confermare gli incentivi per le cooperative sociali che assumono donne vittime di violenza estendendo detto incentivi anche alle altre aziende che intendono assumere donne vittime di violenza; ripristinare i fondi per le vittime di femminicidio.
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