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"Cosa si cela dietro alla campagna per la riduzione dell'orario". Intervento di Federico Giusti
Le ultime statistiche non ammettono dubbi: in Italia si lavora piu' di altri paesi europei, il problema è piuttosto legato alla scarsa produttività derivante dai mancati investimenti in tecnologia. Gli italiani non sono fannulloni, lavorano di sicuro piu' di tanti altri lavoratori dei paesi Ue , la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario potrebbe essere non solo una provocazione a mezzo stampa ma un obiettivo a cui lavorare per ringiovanire la forza lavoro tanto nel pubblico impiego che nel privato. Nel recente passato la riduzione oraria è già stata sperimentata ma non a parità di salario, anzi numerose aziende hanno fatto approvare dai sindacati complici accordi aziendali nell'ottica di ridurre l'orario, e il salario, alla forza lavoro piu' anziana con il risultato di produrre effetti nefasti sugli assegni previdenziali. Redistribuire ricchezza e aumentare l’occupazione è una ricetta vecchia ma sempre valida se alla base esiste un accordo tra le parti sociali nell'ottica di accrescere il potere di acquisto dei salari e delle pensioni, per rafforzare il welfare e favorire nuova occupazione; se invece l'obiettivo è quello di disfarsi, per altro a buon mercato, della forza lavoro piu' avanti negli anni con nuove assunzioni precarie e attraverso contratti sfavorevoli, se il fine non è quello di sostituire aumenti salariali con welfare aziendale, questo accordo sarebbe non solo sbagliato ma controproducente per la forza lavoro attuale e futura.
I dati Ocse dimostrano che in Italia si lavora piu' che in altri paesi Ue, ci superano solo Grecia e Estonia, 33 alla settimana, praticamente 7 ore in piu' che in Germania, praticamente si lavora un giorno in piu' percependo salari inferiori del 30%.

Bisogna chiedersi la ragione per la quale si lavori di piu' e sicuramente la risposta è legata alla tendenza del capitalismo italiano di sfruttare gli ammortizzatori sociali e di investire ben poco, e male, nei processi innovativi. Paghiamo lo scotto delle delocalizzazioni produttive, dei processi di privatizzazione costruiti solo sulla riduzione del costo della manodopera, sono questi i risultati del capitalismo made in Italy
Anche il potere d’acquisto degli stipendi italiani è in calo, un punto in percentuale meno di dieci anni fa stando ai dati sindacali (European Trade Union Confederation).

La finalità di questi dati è tuttavia degna della nostra attenzione perchè l'obiettivo dei sindacati e delle associazioni datoriali è ottenere dallo stato la riduzione del costo del lavoro e delle tasse sul lavoro, attenzione non si aggrediscono i profitti e il capitale parassitario, non si attacca la speculazione finanziaria e i mancati investimenti, si chiede solo allo Stato di ridurre le tasse alle imprese e a ruota le tasse sui salari. La merce di scambio è quella di tagliare il welfare per sostituirlo con il welfare aziendale, meno soldi alle pensioni e alla sanità per rafforzare sanità e previdenza integrativa, questo è il patto sociale che mette insieme padroni e sindacati complici. Ecco spiegata la campagna per ridurre le tassazioni sui salari, per ridurre il prelievo fiscale sulle famiglie , soprattutto quelle con un solo lavoro visto che la famiglia monoreddito in Italia è tra le piu' tartassate dei paesi Ocse. Ma attenzione: non si parla di aumento del potere di acquisto, crescita dei salari e delle pensioni, il compromesso all'orizzonte vede lo scambio tra salario e welfare aziendale, la riduzione dell'orario per la forza lavoro piu' anziana ma con una contrazione del salario e dei contributi previdenziali, la riduzione delle tasse sulle imprese con qualche beneficio anche sui nostri salari. Un compromesso sociale che rafforzerà soprattutto le imprese senza restituire dignità al lavoro e ai salari, riducendo il nostro welfare e con un controllo del capitale sempre piu' ossessivo. Siamo allora certi di volere accettare questo ennesimo compromesso sociale a perdere?

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