Domenica 08 Dicembre 2019 - Ultimo aggiornamento 11:41
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi
In piazza i lavoratori pubblici: contratti e più servizi

Nella lunga primavera di mobilitazione del mondo del lavoro oggi tocca ai lavoratori pubblici. Che scendono in piazza a Roma una settimana dopo i pensionati preceduti dai presidi organizzati dai dipendenti delle imprese di pulizia. Un mese fa si erano mosse le categorie dell’agroalimentare. Ancora prima si erano fatti sentire gli edili.

SOTTO LO SLOGAN «IL FUTURO è servizi pubblici» i sindacati confederali Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl e Uil Pa chiedono il rinnovo di tutti i contratti, sia pubblici che privati, un piano straordinario di assunzioni nelle pubbliche amministrazioni, maggiori risorse per i servizi pubblici.
Manifestazione con corteo lungo le vie della capitale: concentramento alle ore 9 in piazza della Repubblica poi percorso ormai classico per arrivare a Trinità dei Monti e scendere a piazza del Popolo dove dalle ore 11 si terranno i comizi finali. Tempi stretti anche perché al pomeriggio c’è chi rimarrà in piazza per partecipare al Roma Gay Pride.
A intervenire dal palco, oltre una rappresentanza di lavoratrici e lavoratori dei servizi pubblici, i segretari generali delle quattro categorie: Serena Sorrentino (Fp Cgil), Maurizio Petriccioli (Cisl Fp), Michelangelo Librandi (Uil Fpl) e Nicola Turco (Uil Pa). Alla manifestazione parteciperanno anche i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo.

«IN PIAZZA PER CAMBIARE, perché c’è bisogno di migliori servizi pubblici per tutti. Questo l’obiettivo della manifestazione unitaria di domani 8 giugno a Roma». Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, in un video messaggio a sostegno della manifestazione. «Perché – aggiunge Landini – per avere il diritto alla salute e all’istruzione, per avere più sicurezza sui luoghi di lavoro e un sistema pubblico che funzioni meglio, c’è bisogno che chi ci lavora abbia dei diritti: non sia precario, abbia uno stipendio adeguato e contratti adeguati». Così come, prosegue Landini, «c’è bisogno anche che ci lavorino più persone, che si facciano assunzioni, che si investa, con meno privatizzazioni e più servizio pubblico, e che si rinnovino tutti i contratti». Per queste ragioni, «la battaglia che facciamo è per tutto il paese, perché uniamo la lotta per i diritti nel lavoro alla qualità dei servizi che debbono essere garantiti a tutte le persone. Venite in piazza del Popolo a Roma perché abbiamo bisogno di cambiare tante cose», conclude Landini.

D’ALTRONDE UN CONFRONTO tra i sindacati e il ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, non si è mai aperto. Tanto che a fine aprile i sindacati di categoria hanno scritto al premier Giuseppe Conte. Il ministero ha rivendicato la sua disponibilità e lo sforzo fatto in manovra per alimentare i fondi destinati ai rinnovi e all’occupazione.
A Cgil, Cisl e Uil non basta, visto che calcolano in 22 euro lordi la ricaduta in busta paga. Soprattutto temono che senza un ricambio generazionale i servizi pubblici, quelli sanitari inclusi, possano andare in tilt.
«Meno privatizzazioni e più servizio pubblico» è la ricetta di Landini. Di certo per Furlan «la politica dei tagli continui agli organici è una cosa intollerabile». Barbagallo aspira a una riforma «condivisa», anche perché, dice, «non è possibile che, prima, un governo tessa la tela e, poi, il successivo la scucia». Quella dei dipendenti pubblici è una protesta che non può non appellarsi direttamente al governo, in questo caso anche datore di lavoro.

LA PROSSIMA MOBILITAZIONE unitaria sarà sabato 22 giugno a Reggio Calabria per rilanciare le politiche per il mezzogiorno. Dal Sud partirà probabilmente l’ultimatum al governo. Si guarda già all’autunno e alla prossima manovra di bilancio. Se non ci sarà dialogo e se il sindacato non sarà ascoltato Cgil, Cisl e Uil parlano già apertamente di «sciopero generale». L’ultimo unitario risale alle criticatissime 3 ore contro la riforma Fornero e il decreto Salva Italia del 12 dicembre 2011, mentre quello precedente addirittura al 2004, sotto il governo Berlusconi. Stavolta toccherebbe al «governo del (falso o peggior) cambiamento» riuscire nell’impresa.

Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi