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Rider, Ex Ilva, Whirlpool: i danni dei decreti «salvo intese»

Il caso. Ora Cinque Stelle e Lega si rinfacciano le responsabilità, ma tutta questa storia va raccontata diversamente

I rider, gli operai della Whirlpool e quelli dell’Ex Ilva a Taranto e Corigliano, i cassintegrati della Blutec di Termini Imerese che aspettano la proroga della cassa integrazione. Sono alcune delle vittime di uno dei principali lasciti del defunto governo Lega-Cinque Stelle . E, in particolare, di quello che passerà alla storia come lo stile del «salvo intese». Indecisi a tutto, perché squassati da una conflittualità insuperabile, gli ex complici hanno intrappolato migliaia di persone nelle loro beghe travestite da «contratto».

LA STORIA VA RACCONTATA diversamente perché, dopo la rottura del Papeete Beach, e in vista delle trattative per la formazione del nuovo governo con il Pd, LeU e le autonomie, soprattutto i Cinque Stelle stanno raccontando un’altra versione, speculare a quella raccontata dalla Lega. Da un lato, il partito di Salvini sostiene che il governo Conte sarebbe stato quello dei «No» alle sue proposte, mentre invece è vero il contrario. I Cinque Stelle hanno votato tutto, pur di mantenere il loro posto al governo. E, quando si è trattato del Tav, hanno mandato avanti Conte che ha fatto per loro il lavoro sporco, accettando l’Alta velocità Torino-Lione.

DALL’ALTRO LATO, i Cinque Stelle contrappongono un’altra narrazione, più verosimile, secondo la quale la rottura politica con il mojiito sulle spiagge ha impedito di approvare il cosiddetto «decreto imprese» ribattezzato anche «decreto Salva-Ilva» perché ridisegna e limita il sistema di immunità penale per i manager e i proprietari dell’ex Ilva, oggi Arcelor Mittal. Qui dentro si trovano anche le misure più volte annunciate in quattordici mesi di governo sui rider, e i 16,9 milioni in due anni necessari per salvare il sito di Napoli della Whirlpool. E ci sono anche le risorse per stabilizzare circa 400 ex precari storici dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal), protagonisti di un’incredibile vicenda paradossale che li vede ancora oggi impegnati a formare i «navigator» assunti con un contratto precario di due anni. Questi ultimi dovranno a loro volta cercare un lavoro ai disoccupati beneficiari dell’impropriamente definito «reddito di cittadinanza». Precari che formano precari e, insieme, cercano un lavoro ai disoccupati. È la metafora di un’economia che, come avrebbe detto Piero Sraffa, produce precari per mezzo di precari.

COM’È STATO COSTUME anche di questo governo, si tratta di un testo che contiene altri provvedimenti, come una matrioska, un milleproroghe in sedicesimo, un’arlecchinata legislativa, risultato del continuo conflitto tra contraenti di un contratto che non ha regolato nulla, ma ha sommato problemi. La pubblicazione del testo sulla Gazzetta ufficiale è stata ritardata in questi giorni, ma fino a ieri non è avvenuta. Lo ha confermato ieri Di Maio al Quirinale dove ha riproposto il modello narrativo: è colpa del «traditore» Salvini se queste persone restano sospese e il defunto governo non ha proceduto come promesso. Il problema è come si è arrivati a questo punto e perché, ad esempio, i precari storici dell’Anpal non sono stati stabilizzati quando il «reddito» è stato approvato con la legge di bilancio dell’anno scorso. E perché ai rider non sono stati riconosciuti i diritti con il «decreto dignità» approvato il 7 agosto 2018, per di più nella forma originaria di un’estensione del principio di subordinazione com’era stato brevemente ipotizzato in una bozza del provvedimento subito fatta sparire dalla circolazione per non irritare le aziende. Di Maio aveva promesso una concertazione con i sindacati e lavoratori che non è mai avvenuta. E, alla fine, ha creato uno sgorbio che lascia il cottimo e l’alterna con la paga oraria, contestato anche dagli stessi rider, va ricordato.

TUTTO QUESTO È ACCADUTO perché Di Maio ha esitato sempre, trasformando questo provvedimento da lui ritenuto un «simbolo» in un orfanello che è comparso, e scomparso, in molti altri provvedimenti. A cominciare da quello sul salario minimo, un altro capitolo delle sue recriminazioni contro Salvini che non lo ha mai sopportato, sbarrandogli la strada. Per evitare lo scontro, Di Maio lo ha nascosto più volte, rilanciando sempre l’ora X fino a quando è stato troppo tardi. Nel frattempo il governo è finito.

SULL’IMMUNITÀ per l’ex Ilva c’è stata una rissa epica tra i Cinque Stelle e la Lega. Il prossimo sei settembre scadrà per i vertici dell’azienda, in base a quanto stabilito dal «decreto crescita». Arcelor ha minacciato di lasciare a casa oltre 8mila dipendenti solo a Taranto. Salvini ha contrastato in ogni modo la decisione di eliminare l’immunità: «Se c’è un imprenditore che mette sul piatto centinaia di milioni di euro per riportare a norma uno stabilimento non puoi complicargli la vita, dovresti agevolarlo» ha detto. « Io non accetto ricatti» gli ha risposto Di Maio. Il ceo dell’azienda Jehl ha risposto ad entrambi: «Non siamo responsabili per problemi causati da altri». Alla fine i due contendenti al governo hanno trovato un compromesso.

IL SEI AGOSTO SCORSO, due giorni prima della vera fine del governo, il «decreto imprese» è stato approvato «salvo intese». L’ex esecutivo si era riservato di modificare il disegno di legge prima di sottoporlo al parlamento, il quale avrebbe potuto a sua volta emendarlo. In pratica, la stessa legge viene approvata, modificata, almeno due volte, se non di più. È già accaduto per il contestatissimo (tra i soci del «contratto) «decreto crescita» per il quale ci sono voluti due consigli dei ministri per arrivare a un testo che contiene tutto, tranne la famosa «crescita». Governare «salvo intese» significa fare coesistere gli opposti, non risolvere le contraddizioni e rinviare all’infinito ciò che interessa la vita delle persone. In tempi di definizione di nuovi, futuribili, governi questa non è una risorsa. È un monito.

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