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"Non uno sciopero qualsiasi ad uso e consumo dei sindacati e dei loro giochini di potere ma uno sciopero per far ripartire la lotta per il salario di tutte le categorie". Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti
Prima di scrivere il consueto domenicale mi sono chiesto quale fosse l'argomento della settimana da trattare ma poi, sopraffatto, dalla rabbia (o dalla impotenza?) per i morti da covid, per la agonia degli anziani contagiati nelle rsa, indignato davanti al teatrino mediatico sulla pandemia, ho chiuso pc e libri assaporando l'idea di non scrivere alcun pezzo .

La scrittura, e quella che un tempo definivamo controinformazione, restano tra i pochi ambiti di ribellione alla vulgata ufficiale, al pensiero unico neoliberista che nel corso degli anni ha distrutto giornali, riviste, blog , aree culturali. Numerose pubblicazioni hanno chiuso i battenti non trovando adeguata distribuzione e pubblicità nel settore librario, piccole radio hanno abbandonato l'etere non avendo fondi sufficienti per vivere in un mondo rapace che ricorda lo stato di natura hobbesiano.

La ribellione individuale non è mai sufficiente tuttavia la sopravvivenza di alcune testate, come appunto Controlacrisi. org, è un segnale di resistenza in tempi di crisi politica e sociale, la scrittura diventa frutto di agire collettivo per offrire letture altenative a quelle ufficiali nella convinzione che quanto leggiamo, o ascoltiamo, quotidianamente sia solo intrepretazione manipolata della realtà.

E cosi', consapevoli del nostro piccolo (residuale a detta di qualcuno) ma combattivo baluardo di resistenza alle banalità del neoliberismo, dedichiamo questo domenicale ai\lle dipendenti della Pubblica amministrazione a alla polemica settimanale sui rinnovi contrattuali.

Cgil Cisl Uil hanno promosso lo stato di agitazione e lo sciopero ma dopo la convocazione il segretario Cgil Landini ha fatto intendere, al pari degli altri, che i margini per ricomporre la trattativa sono nelle mani del Governo dal quale si attendono stanziamenti aggiuntivi.

Tra i dipendenti pubblici, molti dei quali da settimane in smart, serpeggia malumore non solo per la mancata firma del nuovo contratto scaduto da quasi 24 mesi, non solo per le decurtazioni economiche imposte a quanti lavorano a casa, ma registriamo un certo disorientamento verso questa indizione di sciopero anche a fronte dell'incessante tam tam mediatico atto a dimostrare che le offerte del Governo sono fin troppo vantaggiose specie se guardiamo alla crisi pandemica, alla chiusura di tante attività commerciali con lavoratori\trici in ammortizzatore sociale o con pochi euro di bonus.

Il vero problema non è dato dallo sciopero ma dal fatto che tutto fa pensare all'ennesimo fuoco di paglia per conquistare risorse economiche aggiuntive per firmare un contratto la cui parte normativa resta sconosciuta anche i dipendenti della Pa.

E, fatevelo dire da un dipendente e delegato sindacale della Pa, il settore pubblico è forse il solo a non avere subito i contraccolpi di una crisi economica e sociale che farà arretrare il potere di acquisto, e di contrattazione, per anni.

Questo fatto non sia mai alibi per far cassa sui pensionati e sui lavoratori pubblici o per sottoscrivere dei contratti al ribasso dopo i 9 anni di blocco della contrattazione nel decennio passato.

Ma i peggiori difensori dei loro diritti restano proprio i dipendenti pubblici, al loro interno sempre piu' disuniti come dimostra la assenza di solidarietà verso il personale della sanità in epoca pandemica.In giro non vediamo alcuna manifestazione a sostegno della sanità pubblica, la paura del contagio sembra avere avuto il sopravvento su rabbia, sdegno e solidarietà.

E i\le dipendenti della Pa dimenticano la condizione della forza lavoro negli appalti e nei servizi esternalizzati ove le condizioni retributive e lavorative risultano in costante peggioramento.

Motivi validi non per mettere in discussione la legittimità di uno sciopero (gli scioperi sono sempre legittimi per capirci) ma per entrare nel merito di una querelle della quale sappiamo ben poco anche come diretti interessati.

Da mesi i sindacati rappresentativi siedono al tavolo con il Governo rappresentato dall'Aran ma di queste trattative si sa poco o nulla, solo quanto traspare da scarni comunicati nazionali.

La scarsa consapevolezza dei dipendenti pubblici non aiuta a costruire la coscienza cosiddetta di classe (in questo caso non operaia ma potremmo definirla media senza dimenticare l'impoverimento della stessa da 30 anni a questa parte), decisivo, e in termini negativi, è il ruolo del sindacato.

Come si tutela la pubblica amministrazione? Attraverso enti bilaterali, sanità e previdenza integrativa, accordi di secondo livello che poi hanno un ruolo decisivo anche nei contratti pubblici? Oppure dividendo la questione dei rinnovi contrattuali da una battaglia complessiva per la stabilizzazione dei precari, per un piano assunzionale negli enti di ricerca, nella sanità e ovunque gli organici siano deficitari, piani di assunzione da sottrarre ai vincoli di spesa ancora vigenti e dettati dalla BCE e dal criterio della sostenibilità finanziaria.

Una divisione non fittizia perchè agli occhi della opinione pubblica ben presto gli aumenti contrattuali della Pa diventeranno una sorta di privilegio a discapito di nuove assunzioni, di investimenti nel settore pubblico, di potenziamento dei servizi portati al collasso negli anni di blocco delle assunzioni e da trentennali riduzioni di spesa. Per nove anni i sindacati sono stati fin troppo accondiscendenti verso i Governi di turno quando si consumava il dramma del blocco delle assunzioni e del potere di acquisto, nasce cosi' la voragine di organici accresciuta anche dalle varie spending review sanitarie.

In Calabria la sanità non ha ancora i conti in regola, leggevamo giorni fa su qualche giornale, ma a forza di ridurre la spesa oggi non ci sono ospedali e posti letto in numero sufficiente, perfino l'analisi dei tamponi viene mandata a 350 km di distanza. Una situazione catastrofica a conferma che lo Stato ha abidcato al suo ruolo di garante della salute e sicurezza dei cittadini e, se passerà l'autonomia delle Regioni, questo ruolo verrà ulteriormente indebolito .

Il sindacato rappresentativo per sua natura non è in grado di condurre una battaglia politica, sindacale e sociale per la difesa e il potenziamento dei servizi pubblici, chiedere fondi statali per i rinnovi contrattuali quando poi si accettano previdenza e sanità integrative è un segnale di preoccupante involuzione anche rispetto alla tutela del servizio pubblico.

Il problema non è costituito dallo sciopero nella Pa (ammesso che poi si faccia davvero) ma dal fatto che questo rinnovo contrattuale non sia accompagnato da rivendicazioni valide erga omnes, dal sistema previdenziale alla difesa del servizio pubblico, dalla salvaguardia del potere di acquisto fino alle assunzioni. In assenza di una difesa forte e reale del servizio pubblico, i rinnovi contrattuali nella Pa rischiano di essere visti come una sorta di privilegio proprio per come sono trattati dai sindacati rappresentativi.

E il personale della Pa oggi ha bisogno di collegarsi alle istanze sociali piu' avanzate, sono pubblici i dipendenti della sanità contagiati e morti per il Covid, pubblici i vigili del fuoco periti nel salvare vite umane, pubblici i dipendenti che tengono aperti i servizi a rischio della loro stessa salute.

Uno sciopero per riuscire nei propri intenti ha bisogno di piattaforme chiare e di pratiche conseguenti, sta qui il vero problema perchè se chiedi, a ragione, aumenti contrattuali non puoi tacere per mesi davanti a decurtazioni economiche per la forza lavoro in smart, non puoi far finta di nulla rispetto alla assenza di organici e a investimenti governativi inadeguati per le assunzioni.

O la dinamica salariale è parte integrante di una rivendicazione piu' ampia di carattere sociale e politico oppure appare agli occhi della pubblica opinione una sorta di privilegio di casta quando invece le caste degli intoccabili dormono sonni tranquilli, in assenza di una Legge Patrimoniale che il Governo rifiuta prerendo dedicare, nella Legge di Bilancio, ampi spazi alla politica dei bonus e degli incentivi.

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