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Dopo Copenhagen. Nessun vincitore, molti sconfitti

La fine misera della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici mostra tutti i limiti di un sistema di governance mondiale incapace di produrre decisioni sui grandi temi.

Ci hanno fatto credere di poter gestire la globalizzazione. Non hanno saputo prevedere la peggiore crisi finanziaria degli ultimi settant’anni. Ci hanno spiegato che sarebbero intervenuti per sanare il sanabile. Hanno versato migliaia di miliardi di dollari nelle tasche delle grandi banche responsabili del disastro, inondando il sistema finanziario di denaro ma senza un accordo vincolante su regole e trasparenza, al punto che quel denaro è già rientrato nei meccanismi della finanza speculativa. Per produrre profitti, e tanti, per quegli stessi soggetti i cui comportamenti sono alla base della crisi economica e sociale che conosciamo.
Ci hanno illuso che avrebbero risolto la questione del cambiamento climatico, e l’avrebbero fatto con senso di responsabilità. Ci ritroviamo di fronte ad un accrocchio neanche approvato [i delegati «ne hanno preso nota»] che non ha neanche la dignità di riportare due cifre due di riduzione di emissioni, di tempistiche serie e di trasparenza e chiarezza sui finanziamenti: da dove arrivano? Come vengono distribuiti? Secondo quali obiettivi?
Non è soltanto un’occasione storica persa, quella di Copenhagen. E’ la dimostrazione palese dell’incapacità della classe politica globale di saper gestire e risolvere le crisi globali: non esiste al mondo un leader degno di questo nome. Neppure negli Stati Uniti, con un Barack Obama passato alla COP15 da un «yes we can» ad un «yes we could, but…».
Non c’è nessun vincitore, in questo fallimento, ma tanti sconfitti.
A cominciare dalla verità storica. Perché se persino Ban Ki-Moon, segretario generale delle Nazioni Unite, non ha il coraggio di chiamare le cose con il proprio nome, significa che il gioco dei ruoli e delle rappresentazioni non riesce ad incidere il diplomatichese. Troppo grande sarebbe l’imbarazzo.
Per continuare con i tanti Paesi del sud del mondo che stanno subendo le conseguenze di un modello di sviluppo che non hanno visto neppure con il binocolo. Loro chiedevano di mettere il limite ad 1.5°C all’aumento delle temperature medie, per evitare disastri, ed una delle poche cifre riportate sul «non accordo» è 2°C. Alla faccia del consenso.
E poi si parla di soldi, tanti soldi. Ma comunque insufficienti. Perché i Paesi del G77 chiedevano 400 miliardi di dollari, la metà del bail-out messo a disposizione dagli Usa per salvare Merrill Linch & company, ed i Paesi industrializzati ne hanno messi sul tavolo 30 miliardi fino al 2012. Che arriveranno a 100 nel 2020. Da dove arriveranno quei soldi non è dato sapere: da fonti pubbliche e private, bilaterali o multilaterali. Volete scommettere che ci metteranno lo zampino il Fondo Monetario e la Banca Mondiale da una parte, mentre alcune delle risorse deriveranno dall’ulteriore razzìa dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo?
Ancora una volta la società civile si è dimostrata anni luce avanti alla sua classe politica. Più preparata, più attenta, più propositiva. Forse è venuto il momento per questa miriade di realtà locali e non di rimettersi in moto come dieci anni fa, riconnettendo quei fili che negli ultimi anni sono stati lasciati penzolanti, e ricominciando a fare politica seria.
Ce lo chiede un futuro imprevedibile ed un presente preoccupante. Ma anche una classe politica che per il bene di tutti dovrebbe fare le valigie ed andarsene a casa.

Tags assegnati a questo articolo: Copenhagen, clima

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