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Un corteo a Livorno contro le morti in carcere

Domani a Livorno un corteo contro le morti in carcere e il nuovo piano del governo, promosso dalla madre di Marcello Lonzi.

Partirà sabato 16 gennaio da Piazza della Repubblica alle ore 11 la manifestazione livornese per ricordare le morti avvenute nelle carceri e chiedere verità e giustizia. Quella di sabato è una manifestazione voluta in primo luogo da Maria Ciuffi, la madre di Marcello Lonzi (il ventinovenne morto per le conseguenze di un violento pestaggio l’11 Luglio del 2003 nel carcere di Livorno sebbene l’autopsia parlò di cause naturali del decesso dovuto a improvviso arresto cardiaco), “per chiedere alla Procura di Livorno di chiudere le indagini e andare al processo per omicidio per la morte del figlio”, come lei stessa ha precisato alla conferenza stampa di presentazione del corteo di sabato tenuta lo scorso 12 gennaio presso la sala sindacale del Comune di Livorno.

Risulta evidente come l’importanza dell’evento vada oltre il caso singolo, al quale si aggiungono i numerosi casi di omicidi, pestaggi e insabbiamenti che hanno caratterizzato il 2009, che passa alla storia come l"annus horibilis" dell’ultimo decennio anche per i 71 suicidi avvenuti nei nostri istituti penitenziari. Il tragico e vergognoso caso di Stefano Cucchi ha avuto l’effetto che in tutta Italia si è ricominciato a parlare dei molti casi ancora aperti.

La Ciuffi fa dunque appello ai livornesi “a scendere in piazza con me e con tutti i familiari delle vittime, con la famiglia Giuliani, Bianzino, Gatti, Eliantonio, Comuzzi, Frapporti, Grigion, Associazione Fausto e Iaio”. L’appello comunque sembra essere arrivato fuori dai confini della regione ela manifestazione sta montando piano piano e, ad oggi, sembra dover portare a Livorno diverse centinaia di persone da fuori regione. Sono previsti infatti pullman da Milano, Torino, Padova e Rovereto, oltre alle tantissime adesioni individuali che si riscontrano da tutta Italia. La questura stessa di Livorno si è detta sorpresa del tam-tam che sta circolando e sta predisponendo un “servizio” maggiore rispetto alle attese.

La manifestazione infatti si inserisce bene nel contesto dell’attualità politica nazionale. Nei giorni scorsi, il governo ha proclamato lo “stato d’emergenza” per far fronte alla difficile situazione carceraria. I detenuti hanno superato le sessantamila unità e la popolazione carceraria cresce mensilmente di oltre settecento unità. Vista la gravità della situazione, il governo sembra aver preso coscienza del dramma dei penitenziari e ha presentato un piano carceri per risolvere il problema del sovraffollamento, prima causa del malessere e del disagio all’interno dei nostri istituti penitenziari. Lo confermano alcuni dati elaborati dal dottor Francesco Ceraudo, direttore del centro clinico del Don Bosco di Pisa, riguardanti non soltanto la realtà di Pisa ma anche le altre 18 carceri della toscana, che a fronte di una eccedenza di presenza di oltre 1200 reclusi in più rispetto alla disponibilità delle strutture, descrivono un vero e proprio bollettino di guerra fatto di suicidi, tentativi di suicidi aggressioni e abusi di terapie.

Il piano carceri, battezzato così dal premier Silvio Berlusconi per il quale “La situazione nelle carceri è diventata intollerabile”, prevede quattro punti centrali. Il primo consiste nella dichiarazione dello stato di emergenza fino al dicembre 2010, periodo entro il quale dovranno essere realizzati 47 nuovi padiglioni all’interno delle carceri attuali. Incaricato di seguire gli ampliamenti realizzati con 500 milioni di euro stanziati dalla Finanziaria oltre ai 100 milioni del Dicastero di via Arenula, sarà il capo del Dap, Franco Ionta.

Il secondo passo consiste nella costruzione ex novo di istituti carcerari sul modello di quello abruzzese dell’Aquila. Anche grazie a finanziatori privati verranno costruite nuove carceri, nel biennio tra il 2011 e il 2012, in modo da aumentare di 21.749 posti la capienza delle carceri e raggiungere così la quota di 80 mila unità.

Il terzo punto è sempre rivolto all’esigenza di arginare i problemi di sovraffollamento. Due gli articoli previsti dal Ddl: gli arresti domiciliari per i detenuti con pene inferiori ad un anno e la cosidetta “messa alla prova” ovvero quella stessa norma che solo un anno fa aveva avuto in Consiglio dei Ministri, l’altolà da Lega e An. Norme che per il ministro “serviranno a "deflazionare” il sistema giustizia sia sul piano carcerario che su quello processuale. Infine, il piano Alfano prevede l’aumento degli organici della Polizia Penitenziaria di 2 mila unità: necessari per dare “un grande sollievo ai 40mila e oltre che già lavorano nel Corpo”.

Sebbene orientato ad affrontare dunque la tragica questione del sovraffollamento, il piano carceri, presentato dal Consiglio dei ministri come una sorta di panacea in grado di risolvere tutti i problemi della detenzione in Italia, non è esente da numerose critiche. “E’ un piano inutile e dannoso – sostiene Patrizio Gonnella presidente dell’Associazione Antigone, da diversi anni impegnata nei penitenziari italiani per denunciare gli abusi e tutelare i diritti dei detenuti – inutile perché non si è mai visto in Italia che in sei mesi si costruisca un carcere. A Gela ci sono voluti cinquant’anni. Dannoso perché alimenterà nuove ondate di affollamento penitenziario”. Rispetto alle presenza di privati nel management penitenziario Gonnella mette in guardia il governo, alla luce di altri “tentativi falliti del passato”.

Rincara la dose il responsabile comunicazione di Antigone Susanna Marietti, per la quale “lo stato di emergenza serve a secretare le procedure di concessione degli appalti per la costruzione dei nuovi penitenziari. Non ci sarà una gara d’appalto condotta alla luce del sole e questo ci inquieta”. Inoltre i conti del piano di edilizia carceraria del governo sembrano non tornare. Il Cdm sostiene di aver stanziato seicento milioni per l’edilizia carceraria, ma il Dap, dipartimento di amministrazione penitenziaria, ha detto che per costruire un carcere da circa duecento posti servono venti milioni. Quindi, si chiede la Marietti “con queste cifre com’è possibile in un solo anno portare a 81mila i posti nelle carceri, come, invece, predica il Guardasigilli? I detenuti crescono a ritmo di oltre 700 unità al mese e questi padiglioni non serviranno mai a sanare il problema del sovraffollamento”.

Per ciò che riguarda l’aumento degli organici della Polizia penitenziaria Eugenio Sarno , segretario Generale dell’UILPA Penitenziari a Panorama.it. sembra scettico sul numero delle assunzioni: “Due mila agenti sono pochi per un piano di ampliamento carceri così com’è stato descritto. Ne servirebbero almeno 5mila”. Ma mentre il Consiglio dei Ministri dichiarava lo stato di emergenza e annunciava l’intenzione di assumere 2000 agenti di polizia penitenziaria, Abellativ Sirage Eddine, 27 anni, detenuto straniero nel reparto infermeria del carcere circondariale di Massa, si impiccava con un lenzuolo annodato al tubo della doccia. Il quinto suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno rischia di evidenziare ancor più la mancata assunzione, da anni e anni, di educatori e psicologi. “Proprio quegli operatori che potrebbero risultare essenziali per ridurre il numero dei suicidi”, dichiara Luigi Manconi, presidente di ‘A Buon Diritto’ dopo l’ultimo caso di suicidio avvenuta nel carcere di Massa Carrara. “Mai ho detto e mai dirò che la responsabilità di questa strage infinita debba attribuirsi al ministro della Giustizia – conclude Manconi – ma non ho taciuto e non tacerò sul fatto che l’immobilismo delle autorità politiche e amministrative rischia di farsi complicità”.

Le dure critiche espresse dalle associazioni pongono molti dubbi e gettano un’ombra di scetticismo sulle trionfali ed esageratamente ottimistiche previsioni del ministro Alfano. Gli articoli previsti dal Ddl che riguardano gli arresti domiciliari per i detenuti con pene inferiori ad un anno e la cosidetta “messa alla prova”( quella stessa norma che solo un anno fa aveva avuto in Consiglio dei Ministri, l’altolà da Lega e An), sebbene entrino in contraddizione con la volontà del governo di non far ricorso a indulti e amnistie, sembrano le uniche in grado di valorizzare i processi di scarcerazione e di presa incarica del detenuto per promuovere effettivi percorsi di reinserimento sociale. Tuttavia le mosse del governo, che non prevedono l’assunzione di educatori e assistenti sociali, non dovrebbero garantire esiti positivi in tal senso. Questo è il punto che vuole essere evidenziato dall’Associazione Antigone che denuncia l’utilizzo dei soldi della cassa delle ammende per la costruzione di nuove carceri: “E’ indecente – afferma ancora il presidente Gonnella – spendere il denaro destinato alla risocializzazione dei detenuti per la costruzione di nuove carceri”.

L’esigenza primaria per affrontare senza ipocrisia dunque i problemi di affollamento nelle nostre carceri resta la necessità di rivedere le norme che da anni sono la vera causa del sovraffollamento carcerario: la legge sulle droghe Fini-Giovanardi, la normativa con il maggior impatto sul sistema penale e penitenziario, per favorire l’accesso alle misure alternative per i tossicodipendenti; poi, la legge sulla immigrazione che apporta grandi numeri al carcere senza apportare sicurezza; e la terza legge che dovrebbe essere modificata per allentare la pressione sulle nostre carceri è la legge ex-Cirielli, diventata famosa come “legge salva-Previti”. Essa non ha soltanto ridotto i termini di prescrizione dei reati, ma ha dato nuova forma e contenuto alla figura del “recidivo” e inventato la disciplina del “recidivo reiterato”.

Per queste ragioni è importante una manifestazione come quella di Sabato 16 gennaio a Livorno che, oltre a chiedere verità e giustizia per tutte le morti, le violenze subite oltre le sbarre, chiede a viva voce processi veri di liberazione e soprattutto una politica carceraria consapevole di una realtà complessa, che non si limiti a costruire solo carceri. Sempre più carceri.

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