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Prezzo della Crisi del 22-10-2010: 'Discariche e inceneritori. Ecco la vera emergenza rifiuti italiana '
di Ylenia Sina
Discariche e inceneritori. E manganelli. È questa la ricetta magica che, ieri come oggi, viene usata per non-risolvere l’emergenza rifiuti. Una ricetta perfetta che, anche senza una situazione emergenziale da “tamponare”, da non risolvere, viene applicata in tutta Italia con conseguenze devastanti per i territori ma favorevoli per chi ci deve guadagnare. Perché le alternative per uscire da questa crisi esistono. Lo hanno spiegato i comitati campani in questi anni. Lo ribadiscono e lo rivendicano decine di comitati che ogni giorno fanno assemblee, presidi, ricorsi per difendere i propri territori. Lo dimostrano con la pratica le amministrazioni virtuose del nostro Paese. Perchè le alternative potrebbero davvero risolvere il problema dei rifiuti e dire basta a un sistema malato che si autoalimenta assicurando così sempre nuovi guadagni. È questo il caso del Lazio, dell’inceneritore di Albano e della prossima chiusura della discarica di Malagrotta che sta già facendo parlare di siti alternativi nella regione. Discariche e inceneritori appunto. Contro l’impianto di Albano, approvato durante l’era Marrazzo e acclamato con forza dalla Giunta Polverini, scenderanno in piazza domani i cittadini dei Castelli Romani per far sentire la propria voce in vista dell’udienza del Tar in programma per il 27 ottobre. Una data essenziale per la battaglia contro il gassificatore che porta con sé tutta la storia, non propriamente lineare e pulita, dell’approvazione dell’impianto. A partire dal “fuorionda” di una puntata di Report dell’ottobre del 2008 durante il quale l’ex-assessore con delega ai rifiuti, Mario Di Carlo, spiegava la trasformazione della Valutazione di Impatto Ambientale da negativa in positiva con sole due parole: “abbiamo risolto”. Del resto, come hanno più volte spiegato gli attivisti del Coordinamento, l’impianto andava approvato e i lavori iniziati prima della fine del 2008 per poter accedere ai finanziamenti Cip6: 400 milioni di euro. Caso esemplare di rilettura delle leggi europee all’italiana in cui anche gli inceneritori sono stati classificati per anni come fonti rinnovabili da finanziare. Fatto questo, con un’ordinanza commissariale del presidente Marrazzo, nonostante fossero già esauriti i suoi poteri commissariali nell’ambito dei rifiuti, il Coema, formato dalla Pontina Ambiente di Cerroni, da Ama e Acea, viene investito del compito di avviare i lavori per la costruzione dell’inceneritore. Le stesse identiche società che Panzironi, amministratore delegato dell’Ama, in alcune dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana «forse per esercitare qualche pressione sul Tar?» si chiedono gli attivisti del Coordinamento contro l’inceneritore di Albano, ha indicato come possibili vincitrici di una gara d’appalto qualora il Tar ne sbloccare l’iter. Una gara d’appalto da indire, secondo l’ad, a iter autorizzativo concluso. A chiudere il quadro laziale, che è solo uno degli esempi più chiari di come viene gestita la “questione rifiuti” in tutta Italia, le parole del sindaco Gianni Alemanno, appoggiato dalla presidente Polverini, in relazione alla necessità di aprire altre discariche nel territorio regionale: «mi auguro che rispetto a questa necessità ci sia la massima responsabilità e che non succeda come a Napoli dove è stato detto “qua no, qua no, qua no”».

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