Prezzo della Crisi del 26-11-2010: 'Casco e manganello non sono le risposte'
di Ylenia Sina
Precarietà, disoccupazione, emergenza abitativa, sanità, reddito minimo, nocività che devastano i territori. La Regione Lazio di Renata Polverini non ha nessuna risposta da dare alle 10mila persone che ieri hanno assediato per tutto il pomeriggio il palazzo della regione a Roma dopo aver sfilato per le strade del quartiere di Garbatella. Se dalla parte della piazza i contenuti hanno dato vita a una piattaforma ampia e generalizzata che merita eco e approfondimenti a livello nazionale e che esige risposte urgenti per fronteggiare una crisi irreversibile, dall’alto, nelle stanze istituzionali, i rappresentanti della Regione Lazio non sapendo dare risposte alle richieste dei movimenti e dei sindacati di base hanno lasciato che fossero le forze dell’ordine a rispondere. Quella di trasformare le problematiche sociali, economiche e politiche in questioni di ordine pubblico è una “scusa” vecchia come il mondo. Ma mai si era assistito, prima di ieri, a un’irruzione di una trentina di agenti antisommossa per portare fuori da una sala della Regione occupata simbolicamente dei sindacalisti, dei cittadini “qualsiasi” che chiedevano misure adeguate di welfare (in primis, il pagamento delle prime mensilità per quanti vincitori del bando per il reddito minimo garantito), dei portavoce di comitati territoriali, degli attivisti dei movimenti. Diecimila persone hanno chiesto di incontrare la Giunta Regionale per avviare dei tavoli “anticrisi” ad hoc sui vari temi presenti in piazza. Diecimila persone sono state rappresentati da una delegazione di 18 persone che, una volta salita al terzo piano del palazzo regionale, si è trovata al cospetto di semplici funzionari di segreteria, gabinetto e dipartimento. Una sola la richiesta della delegazione: fissare un incontro con la presidente Polverini e la Giunta Regionale. Una sola la risposta dalla ex “sindacalista”: sgomberare quella sala, identificare i manifestanti, sciogliere il concentramento di oltre tremila persone rimasto, quando erano le 19, ancora fuori dalla regione. Così, una volta sbattuti fuori dal palazzo simbolo di un’istituzione ormai “privatizzata”, i diciotto hanno trovato ad attenderli una piazza ancora piena di manifestanti che non si è lasciata intimorire dalla pioggia e da un palazzo militarizzato e letteralmente blindato. Pochi minuti di “assestamento” e via in corteo, di ritorno, fino alla metro San Paolo da dove era partito il “corteo dei diecimila”. Pensare che la soluzione alle istanze portate in piazza ieri, in maniera unitaria, da lavoratori, precari, senza casa e attivisti che difendono i propri territori sia chiudersi in un palazzo blindato e sgomberare chi al suo interno chiede “solo” un incontro con i vertici regionali è una scelta evidentemente miope, di chi preferisce lasciare che siano le forze dell’ordine a sedare il dissenso e non la politica. Una scelta miope che non potrà che ritorcersi contro perchè le istanze portate in piazza ieri sono reali, sempre più forti e determinate. Destinate a non indietreggiare di fronte ad uno schieramento di polizia in tenuta antisommossa.
Precarietà, disoccupazione, emergenza abitativa, sanità, reddito minimo, nocività che devastano i territori. La Regione Lazio di Renata Polverini non ha nessuna risposta da dare alle 10mila persone che ieri hanno assediato per tutto il pomeriggio il palazzo della regione a Roma dopo aver sfilato per le strade del quartiere di Garbatella. Se dalla parte della piazza i contenuti hanno dato vita a una piattaforma ampia e generalizzata che merita eco e approfondimenti a livello nazionale e che esige risposte urgenti per fronteggiare una crisi irreversibile, dall’alto, nelle stanze istituzionali, i rappresentanti della Regione Lazio non sapendo dare risposte alle richieste dei movimenti e dei sindacati di base hanno lasciato che fossero le forze dell’ordine a rispondere. Quella di trasformare le problematiche sociali, economiche e politiche in questioni di ordine pubblico è una “scusa” vecchia come il mondo. Ma mai si era assistito, prima di ieri, a un’irruzione di una trentina di agenti antisommossa per portare fuori da una sala della Regione occupata simbolicamente dei sindacalisti, dei cittadini “qualsiasi” che chiedevano misure adeguate di welfare (in primis, il pagamento delle prime mensilità per quanti vincitori del bando per il reddito minimo garantito), dei portavoce di comitati territoriali, degli attivisti dei movimenti. Diecimila persone hanno chiesto di incontrare la Giunta Regionale per avviare dei tavoli “anticrisi” ad hoc sui vari temi presenti in piazza. Diecimila persone sono state rappresentati da una delegazione di 18 persone che, una volta salita al terzo piano del palazzo regionale, si è trovata al cospetto di semplici funzionari di segreteria, gabinetto e dipartimento. Una sola la richiesta della delegazione: fissare un incontro con la presidente Polverini e la Giunta Regionale. Una sola la risposta dalla ex “sindacalista”: sgomberare quella sala, identificare i manifestanti, sciogliere il concentramento di oltre tremila persone rimasto, quando erano le 19, ancora fuori dalla regione. Così, una volta sbattuti fuori dal palazzo simbolo di un’istituzione ormai “privatizzata”, i diciotto hanno trovato ad attenderli una piazza ancora piena di manifestanti che non si è lasciata intimorire dalla pioggia e da un palazzo militarizzato e letteralmente blindato. Pochi minuti di “assestamento” e via in corteo, di ritorno, fino alla metro San Paolo da dove era partito il “corteo dei diecimila”. Pensare che la soluzione alle istanze portate in piazza ieri, in maniera unitaria, da lavoratori, precari, senza casa e attivisti che difendono i propri territori sia chiudersi in un palazzo blindato e sgomberare chi al suo interno chiede “solo” un incontro con i vertici regionali è una scelta evidentemente miope, di chi preferisce lasciare che siano le forze dell’ordine a sedare il dissenso e non la politica. Una scelta miope che non potrà che ritorcersi contro perchè le istanze portate in piazza ieri sono reali, sempre più forti e determinate. Destinate a non indietreggiare di fronte ad uno schieramento di polizia in tenuta antisommossa.
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