Martedì 22 Maggio 2012 - Ultimo aggiornamento 16:51
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Prezzo della Crisi del 15-12-2010: 'London calling'
di Ylenia Sina
«Il termine Black Bloc non individua una particolare e specifica associazione di soggetti». «Al di là del modus operandi l’unico elemento soggettivo che ne accomuna i fautori è l’uso di abbigliamento e di maschere neri». «Risulta evidente che non esiste una sorta di “tipo di autore” Black bloc, e come tale individuabile senza ombra di dubbio per il solo colore dell’abbigliamento usato». Queste frasi sono tratte da una descrizione della Corte di Appello di Genova nelle motivazioni della sentenza di secondo grado sui fatti della scuola Diaz durante il G8 del 2001. Eppure dalle dichiarazioni dei politici e dagli articoli di giornali sui fatti di ieri i “Black bloc” sono tornati. Basta guardare le immagini riportate dagli stessi mezzi di informazione per capire che ieri per le strade di Roma non c’erano i professionisti della guerriglia ma una generazione arrabbiata. Certamente è molto più facile rispolverare il fantasma cattivo dei Black Bloc che compare dal nulla, distrugge tutto quello che gli capita sotto mano, in particolare i “simboli del capitalismo”, sporcando con i propri atti una mobilitazione “pacifica e gioiosa”, piuttosto che raccontare i motivi di una piazza esasperata e stanca di questo Paese. Di un Paese ingessato e immobilizzato da una classe politica che ormai non rappresenta altro che sé stessa, attenta solo agli equilibri di palazzo, ai propri interessi imprenditoriali o “da cricca” e che non pensa nemmeno a prendere in considerazione chi chiede misure concrete per fronteggiare la crisi. Una crisi che non è un fantasma utile da tirare fuori all’occorrenza, come i Black Bloc, ma è concreta, precarizza il presente e distrugge il futuro. Da troppo tempo non c’è nessuna considerazione da parte di chi governa per precari, studenti, lavoratori, attivisti in difesa dei propri territori. Le politiche nazionali e locali vanno da tutt’altra parte creando una distanza incolmabile tra le necessità di chi della crisi è vittima e gli interessi di chi dalla crisi vuole guadagnare il più possibile: dal fattore economico a quello del controllo dei territori. Dalle macerie dell’Aquila alle mobilitazioni di Terzigno fino al tetto della Regione Lazio, dai lavoratori delle fabbriche alla grande mobilitazione del mondo della scuola e dell’università. Indifferenza e manganello sono le uniche risposte. Come è accaduto il 30 novembre scorso quando centinaia di studenti romani sono scesi in piazza contro il ddl Gelmini e arrivati davanti a Montecitorio si sono ritrovati davanti un muro sordo fatto dai blindati della polizia messi di traverso. Lo stesso blindato che ieri, in Piazza del Popolo, è bruciato senza pietà in uno spettacolo apocalittico di fumo nero e fiamme. Nell’autunno caldo appena trascorso ci sono stati i giorni delle grandi assemblee e quelli del confronto, i giorni delle azioni simboliche e dei flash mob, e quelli dei presidi e delle contestazioni, i giorni in cui sedersi a un tavolo e discutere per costruire alternative e autogoverno nelle università così come nei territori. Ieri è stato il giorno della rabbia.

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