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Prezzo della Crisi del 17-12-2010: 'C'è un giudice a Voghera'
di Stefano Galieni
C’è un giudice a Berlino, qualche volta capita ancora con buona pace dei fautori della tolleranza zero. In questo caso, più modestamente si tratta di un giudice a Voghera, cittadina più nota come esempio di cittadinanza disinformata a cui far capire le cose semplici “la casalinga di Voghera”. Capita appunto in tal paesotto che una signora si ritrovi a vivere in un sottoscala, con temperature che scendono sotto lo zero, senza servizi né riscaldamenti, non per scelta ma per una delle malattie croniche provocate dalla crisi. Si chiama povertà. Si dia il caso che questa donna, di cui non si forniscono le generalità per non darla in pasto agli sciacalli natalizi, sia anche cittadina non comunitaria, più volte soggetta a provvedimento di espulsione perché irregolare. La donna, arrestata, avrebbe dovuto scontare una pena fra i 4 e i 5 anni per il mancato ottemperamento all’ordine di abbandono del territorio nazionale, peccato che il giudice, impugnando il pacchetto sicurezza del luglio 2009 e in particolar modo l’applicazione del reato di clandestinità, abbia rimandato tutto alla Corte costituzionale. Risultato? La corte ha dovuto constatare che la donna non aveva i mezzi per lasciare l’Italia, le condizioni di indigenza in cui vive le impediscono di obbedire alle ingiunzioni. Non solo, costei è punibile solo se l’inottemperanza all’ordine abbia avuto luogo senza giustificato motivo. Quindi non solo non è espellibile ma neanche punibile. Trattasi di un “giustificato motivo” anche se non previsto nelle modifiche introdotte dal pacchetto sicurezza. La Corte costituzionale ha quindi censurato la mancata previsione di tali motivazioni nella definizione del provvedimento legislativo. La sentenza, n 359 recita in questa maniera:«Si tratta di una clausola destinata in linea di massima a fungere da valvola di sicurezza del meccanismo repressivo. È manifestatamente irragionevole che una situazione ritenuta dalla legge idonea ad escludere la punibilità,in occasione del primo provvedimento di espulsione, perda validità se permane nel tempo. Esiste infatti un ragionevole bilanciamento fra l’interesse pubblico all’osservanza dei provvedimenti dell’autorità,in tema di controllo dell’immigrazione illegale e l’insopprimibile tutela della persona umana». In altri termini, secondo una normativa dettata dalla necessità di fare propaganda xenofoba e scritta da persone che evidentemente non hanno superato esami di diritto costituzionale, si può restare in Italia anche se destinatari di un decreto di espulsione, se non si può lasciare il Paese per cause di forza maggiore- indigenza – ma queste cause perdono di validità se arriva un ulteriore provvedimento simile. Come se il secondo decreto di espulsione corrispondesse ad una fuoriuscita da condizioni di povertà. Si tratta in sintesi di un altro colpo portato a quell’obbrobrio giuridico che va sotto il nome di reato di clandestinità. Che si tratti di un provvedimento iniquo e inapplicabile è chiaro a gran parte delle procure italiane che ignorano tali disposizioni. Per provvedere all’arresto, al processo e al rimpatrio di tutti coloro che sono fermati in assenza di titolo di soggiorno e magari in presenza di uno o più provvedimenti di espulsione, non sarebbero sufficienti né i corpi di polizia mobilitati per un anno solo a tale scopo, né le risorse di una manovra finanziaria, un rimpatrio viene a costare dai 5000 ai 15 mila euro a persona. La discrezionalità nell’applicazione della normativa permette di tenere in Italia decine di migliaia di persone in condizioni di indigenza e di ricatto, comunque sfruttabili nell’economia sommersa e alcuni capri espiatori da mostrare nei territori per dimostrare che “contro i clandestini si fa sul serio”. Ma si tratta solo dell’ennesimo esempio di lotta contro i poveri e non contro la povertà, della repressione come strumento di regolazione del mercato del lavoro. Ogni tanto qualche granello di polvere però, riesce a rallentare il mostro giuridico e culturale in cui questo paese è precipitato.

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