Prezzo della Crisi del 23-12-2010: 'Riportando tutto a casa'
di Daniele Nalbone
Di certo, esistono almeno due cose al di sopra di ogni frontiera: una è il crimine, che, travestito da modernità, distribuisce la miseria su scala mondiale; l’altra è la speranza che la vergogna esista solo quando sbagliamo un passo di danza e non ogni volta che ci guardiamo allo specchio. Per porre fine al primo e far fiorire la seconda, bisogna lottare ad essere migliori. Il resto viene da sé e di solito è quello che va a riempire le biblioteche e i musei. Non è necessario conquistare li mondo, basta farlo nuovo…
Vale. Vi saluto, e sappiate che per l’amore il letto è solo un pretesto; per il ballo la musica è solo un di più. E per lottare la nazionalità è solo un accidente meramente occasionale.
Firmato: Don Durito della Lacandona.
Tornando ieri a casa dalla manifestazione studentesca, quella della beffa alla “zona rossa” messa lì, al centro di Roma, a mò di frontiera, è questo passo di Racconti per una solitudine insonne del Subcomandante Marcos a venirmi in mente mentre, in scooter, ri-attraversavo quella città sulla quale, poche ore prima, avevo camminato insieme ad altre quarantamila persone. Un po’ perché, appunto, la zona rossa a delimitare i palazzi del potere assomigliava molto alla “ogni frontiera” del Sup. Un po’ perché, quando si cammina fianco a fianco con quarantamila ragazzi per oltre sei ore, non si può sempre fare interviste, chiedere commenti, cercare notizie. Si parla. Ci si confronta. Tra coetanei, tra studenti, tra “solidali” al movimento, tra esponenti politici presenti (pochi). Così, quello che non può essere scritto come cronaca sul giornale, te lo porti dietro. Lo porti a casa con te e lo fai tuo. Così, tra le mille discussioni intrattenute ieri, tra un commento sulla vittoria della Roma a Milano di sabato scorso e una battuta su chi ritiene che non vi siano le condizione per uno sciopero generale che «se non ora, quando?» si è parlato di Europa. Di Europa come “potenti”, come patto di stabilità, come centralità economica che rende tutto subalterno ma, al tempo stesso, di Europa come Atene, come Parigi, come Londra. Dal 14 dicembre…come Roma. Si è parlato di rabbia e di necessità di agit-azione. Il 14 ha fatto scoppiare un casino nel movimento: un casino positivo. Nessuno ha giudicato “giusto” o “sbagliato”, ieri, quanto accaduto pochi giorni prima. Tutti hanno però la stessa sensazione: il 14 ha creato “immaginario”. Non un immaginario di violenza, beninteso, ma un immaginario di rabbia, di determinazione, di irrappresentabilità. Come spiegare, altrimenti, quarantamila persone in cammino nella Capitale di 22 dicembre, a facoltà chiuse, a studenti fuorisede molti rientrati a casa? Come spiegare tanta determinazione nell’aggirare, come in una seconda battaglia di una guerra “di tutti e nessuno”, la zona rossa e l’apparato repressivo dello stato? Come spiegare tanta voglia di esserci, di bloccare e riprendersi la città, di camminare laddove non si è mai camminato, su una tangenziale, su un’autostrada, su dei binari del tram? Come spiegare la “fame” di sciopero generale «per bloccare tutto il paese, come a Parigi, come a Madrid, come ad Atene? Magari un giorno come a Roma?». Lo si spiega così: la follia e il delirio si sono moltiplicati. Vale di nuovo.
Di certo, esistono almeno due cose al di sopra di ogni frontiera: una è il crimine, che, travestito da modernità, distribuisce la miseria su scala mondiale; l’altra è la speranza che la vergogna esista solo quando sbagliamo un passo di danza e non ogni volta che ci guardiamo allo specchio. Per porre fine al primo e far fiorire la seconda, bisogna lottare ad essere migliori. Il resto viene da sé e di solito è quello che va a riempire le biblioteche e i musei. Non è necessario conquistare li mondo, basta farlo nuovo…
Vale. Vi saluto, e sappiate che per l’amore il letto è solo un pretesto; per il ballo la musica è solo un di più. E per lottare la nazionalità è solo un accidente meramente occasionale.
Firmato: Don Durito della Lacandona.
Tornando ieri a casa dalla manifestazione studentesca, quella della beffa alla “zona rossa” messa lì, al centro di Roma, a mò di frontiera, è questo passo di Racconti per una solitudine insonne del Subcomandante Marcos a venirmi in mente mentre, in scooter, ri-attraversavo quella città sulla quale, poche ore prima, avevo camminato insieme ad altre quarantamila persone. Un po’ perché, appunto, la zona rossa a delimitare i palazzi del potere assomigliava molto alla “ogni frontiera” del Sup. Un po’ perché, quando si cammina fianco a fianco con quarantamila ragazzi per oltre sei ore, non si può sempre fare interviste, chiedere commenti, cercare notizie. Si parla. Ci si confronta. Tra coetanei, tra studenti, tra “solidali” al movimento, tra esponenti politici presenti (pochi). Così, quello che non può essere scritto come cronaca sul giornale, te lo porti dietro. Lo porti a casa con te e lo fai tuo. Così, tra le mille discussioni intrattenute ieri, tra un commento sulla vittoria della Roma a Milano di sabato scorso e una battuta su chi ritiene che non vi siano le condizione per uno sciopero generale che «se non ora, quando?» si è parlato di Europa. Di Europa come “potenti”, come patto di stabilità, come centralità economica che rende tutto subalterno ma, al tempo stesso, di Europa come Atene, come Parigi, come Londra. Dal 14 dicembre…come Roma. Si è parlato di rabbia e di necessità di agit-azione. Il 14 ha fatto scoppiare un casino nel movimento: un casino positivo. Nessuno ha giudicato “giusto” o “sbagliato”, ieri, quanto accaduto pochi giorni prima. Tutti hanno però la stessa sensazione: il 14 ha creato “immaginario”. Non un immaginario di violenza, beninteso, ma un immaginario di rabbia, di determinazione, di irrappresentabilità. Come spiegare, altrimenti, quarantamila persone in cammino nella Capitale di 22 dicembre, a facoltà chiuse, a studenti fuorisede molti rientrati a casa? Come spiegare tanta determinazione nell’aggirare, come in una seconda battaglia di una guerra “di tutti e nessuno”, la zona rossa e l’apparato repressivo dello stato? Come spiegare tanta voglia di esserci, di bloccare e riprendersi la città, di camminare laddove non si è mai camminato, su una tangenziale, su un’autostrada, su dei binari del tram? Come spiegare la “fame” di sciopero generale «per bloccare tutto il paese, come a Parigi, come a Madrid, come ad Atene? Magari un giorno come a Roma?». Lo si spiega così: la follia e il delirio si sono moltiplicati. Vale di nuovo.
Leggi tutti i prezzi della crisi...





