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Prezzo della Crisi del 17-02-2010: 'Le tre carte di Tremonti'

17/02/2010 17:25 | POLITICA - ITALIA

Fabio Sebastiani
Lo scudo fiscale ha riportato a casa 85 miliardi. Ma sarà vero? La domanda è lecita, non tanto per quel che riguarda il dato in sé, inoppugnabilmente autentico se lo si considera da un punto di vista contabile. Il nodo è un altro: quanti altri “85 miliardi” sono pronti a prendere la strada delle banche svizzere o di qualche altro paradiso fiscale. Non è questo il primo scudo fiscale. E non sarà l’ultimo. Ogni volta ci sentiamo ripetere che il governo ha riportato a casa un pezzo di ricchezza che appartiene al paese. E ogni volta, puntualmente, altre decine di miliardi scappano via. Sembra ormai chiaro che il problema non è riportare a casa tutte quelle risorse, ma non lasciarle andar via. La crisi finanziaria del 2007 aveva lasciato l’amaro in bocca della assoluta mancanza di regole e controlli sui movimenti di capitali. Da due anni non è successo niente. Anzi, si sta assistendo a una ripresa dei movimenti speculativi, come insegna il caso di Grecia, Portogallo e Spagna.
Ottantacinque miliardi sono tanti. Ad occhio e croce valgono circa due finanziarie e circa il 6% del prodotto interno lordo. Non sono proprio molliche. Bene, se questi miliardi venissero impiegati in modo produttivo dovrebbero concorrere a risollevare le sorti dell’economia italiana in modo molto vigoroso. Ma questo non accadrà. E non è una previsione, ma una constatazione. Non è accaduto nel precedente scudo fiscale. E non si capisce perché dovrebbe accadere oggi. E non sembra nemmeno che Confindustria si sia spesa, e si spendi, a fare in modo che da quel ben di dio di risorse ne esca qualcosa per l’economia del Bel Paese.
La provenienza non proprio lecita di questi 85 miliardi non lascia certo immaginare chissà quali impieghi. Probabilmente torneranno da dove sono venuti, ovvero dagli impieghi strettamente finanziari. La scarsissima propensione all’investimento del sistema Italia non si cambia da un giorno all’altro. Purtroppo è una malattia molto radicata, cronicizzata dagli incoraggiamenti dei vari esecutivi e della stessa classe imprenditoriale. C’è da aspettarsi, quindi, che ben pochi miliardi del “malloppo” andranno a creare qualche posto di lavoro. C’è poi il discorso sulla produttività e sull’innovazione. Spesso ci sentiamo ripetere che la produttività è il risultato della fatica dei lavoratori. E questo è smentito da quindici anni di concertazione. Nei fatti la produttività è il concorso di diversi fattori, il primo dei quali è rappresentato proprio dagli investimenti. Questo è scritto nei manuali di economia. Se parte della quota dei profitti continuano a prendere la via dei paradisi fiscali invece di trovare impieghi più proficui nel Bel Paese perché poi si parla tanto di produttività che manca? E’ proprio tanto difficile capire per “lor signori” che la responsabilità di tale sfacelo ha soltanto un nome, una classe imprenditoriale che quando va bene è inetta e nel peggiore dei casi preferisce praticare lo sport della speculazione finanziaria?


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