Prezzo della Crisi del 16-03-2010: 'Le elezioni regionali in Francia'
di Stefano Galieni
Le elezioni regionali in Francia, tenutesi poche settimane prima di quelle nostrane, aprono numerosi scenari di riflessione. Ci vorrà tempo per elaborare i dati, conoscere nei dettagli cosa è cambiato, ma alcuni elementi sono incontrovertibili. La destra di Sarkozy (UMP) perde sonoramente consenso. No ha affrontato la crisi, non ha mantenuto le promesse populiste di ordine e di novità incarnate nel Presidente e i risultati sono stati disastrosi. Non solo per il risultato complessivo, 26,1% ma perché a recarsi alle urne è stata una percentuale bassissima di elettori. A non votare è stato oltre il 53% dei francesi, una scelta netta fatta soprattutto fra i ceti popolari e fra i giovani. Il partito del presidente era poi riuscito durante la campagna elettorale per le presidenziali a far convergere di se i voti della destra xenofoba di Le Pen, promettendo fuoco e fiamme contro immigrati e cittadini francesi di origine straniera. Una tolleranza zero che si è scontrata con la necessità di mantenere un profilo decente a livello europeo – problema ignorato dal governo Berlusconi da noi – e con l’inapplicabilità di tante promesse compresa la legge sull’immigrazione che porta il suo nome. Col risultato che i voti sono tornati al Front National, (12% dei consensi che decolla in alcune regioni) e aprendo un varco fra destra con i guanti e destra con le mazze.
Si può legittimamente dire che ha vinto la sinistra? Anche qui tante perplessità. Il Partito Socialista ha riacquistato credibilità spostando a sinistra il proprio asse, ha superato il 29% dei consensi e potrebbe ritrovarsi a governare in tutte le regioni in cui si è votato tranne che in Alsazia. Potrebbe perché può contare in seconda istanza sull’appoggio dei verdi (12,5%), in calo rispetto alle aspettative ma comunque forti e sulle scelte che faranno le due liste di sinistra. Il Fronte della Gauche, che ha visto unirsi oltre al vecchio Partito Comunista, il Partito della Sinistra e la “Sinistra unitaria”, ha sfiorato il 6% mentre l’Npa di Olivier Besancesnout non è andata oltre il 2,5%. Ma se le due forze della sinistra rappresentano prospettive di cambiamento è significativo il fatto che nel Partito Socialista siano stati candidati alla presidenza tutti i vecchi presidenti o ex candidati, segno inequivocabile dell’assenza di un rinnovamento strutturale di cui i socialisti hanno bisogno.
Insomma il quadro francese, al di là della sconfitta di un governo di destra, offre una “sinistra” con poco popolo al seguito, segnata ancora da divergenze nette e incalzata da una destra in cui l’elemento razzista e nazionalista ha fatto ancora più presa. Jean Marie Le Pen, dopo i tanti dissidi interni al proprio partito, ha ora una erede, la figlia Martine, che fa presa soprattutto fra i lavoratori sfiduciati tanto dalla destra per bene quanto dalla sinistra moderata. Si apre allora una sfida, la sinistra vera deve ridiventare capace di connettersi con bisogni e aspirazioni di classe, costruire unità ( laddove le due sinistre radicali si sono unite, come nel Limousine si raggiunge il 13.3%) e ritornare nelle periferie e nei luoghi di lavoro per opporsi al nuovo fascismo. Dare insomma una prospettiva alternativa e convincente. Si parla della Francia ma anche attraversando le Alpi il discorso non muta troppo.
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