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Gerusalemme est, l'ira dei palestinesi. Continua la crisi diplomatica tra Washington e Tel Aviv.


La rabbia dei palestinesi. A Gerusalemme Est proteste contro i nuovi insediamenti israeliani. L'inviato Usa Mitchell rinvia il viaggio in Israele.

di Victor Castaldi (Liberazione del 17/03/2010)
E' il giorno dell'ira, della rabbia collettiva dei palestinesi che contestano duramente il piano di espansione coloniale del governo israeliano il quale vuole costruire 1600 nuovi insediamenti nei quartieri di Gerusalemme est in barba ai diritti degli arabi, alla legalità internazionale e anche all'(ex?) alleato americano. Ma è anche il giorno degli scontri che incendiano le strade della città santa. Manifestanti palestinesi e poliziotti israeliani si sono infatti affrontati ieri mattina in diverse zone di Gerusalemme. Una quarantina di palestinesi si sono dovuti far medicare per le ferite lievi riportare negli scontri, feriti anche due poliziotti. Almeno 31 i cittadini arabo-israeliani fermati dalle forze dell'ordine. La polizia da venerdì scorso ha infatti bloccato gli accessi alla Spianata delle Mosche e ha rinforzato le misure di sicurezza in tutti i quartieri di Gerusalemme Est, in previsione dei disordini preannunciati dal governo di Hamas a Gaza.
La protesta di ieri nasce dalla contestazione contro l'inaugurazione di una storica sinagoga nel quartiere ebraico della Città Vecchia: si tratta della 'Hurvà (rovina, in ebraico), una sinagoga inaugurata nella notte dopo esser stata ricostruita per la terza volta negli ultimi 250 anni. Un'antica profezia collega la terza inaugurazione con il periodo del Terzo Tempio, per cui alcuni gruppi radicali ebraici hanno approfittato per rivendicare il diritto a entrare nella Spianata delle Mosche, dove Duemila anni fa sorgeva il tempio biblico. Ma i palestinesi considerano una provocazione le pretese dei gruppi nazionalistici ebraici e Hamas ha dunque proclamato la Giornata della Rabbia, come avveniva nella seconda e terza Intifada. Gli scontri, che vanno avanti da alcune settimane, si sono intensificati dopo la decisione israeliana di costruire 1600 case per ebrei nelle zone occupate di Gerusalemme Est. Una decisione che ha irritato profondamente anche Washington innescando la peggiore crisi diplomatica tra israele e gli Usa degli ultimi 25 anni. Ieri è arrivata una nuova mazzata sui rapporti bilaterali: l'inviato Usa, George Mitchell, ha rinviato a data da destiinarsi il previsto viaggio nella regionee. E' un segnale dell'irritazione crescente della Casa Bianca per il rifiuto di Israele di fermare la costruzione di case per ebrei nel quartiere ortodosso di Gerusalemme Est.
Secondo il Washington Post, gli Usa hanno posto a Israele tre condizioni per riprendere a mediare: revoca del via libera alla costruzione delle nuove case a Ramat Shlomo, un «gesto sostanziale» verso i palestinesi e una dichiarazione pubblica che nei colloqui saranno affrontate «tutte le questioni», compreso lo status di Gerusalemme. Per ora Israele non si piega. Anzi, il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, ha lamentato che è «la comunità internazionale che non tiene conto degli sforzi e dei passi positivi compiuti da Israele nel corso dell'ultimo anno». E mentre gli Usa, attraverso Hillary Clinton, ribadiscono il «pieno impegno» per il negoziato di pace, l'Organizzazione per la conferenza islamica ha accusato Israele di voler «sprofondare la regione in una guerra di religione»
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