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Prezzo della Crisi del 02-03-2010: 'Primo marzo 2010: una giornata indimenticabile, ma è solo l'inizio.'


di Stefano Galieni
Il bilancio potrebbe essere definito come un “bicchiere quasi pieno”. La giornata del primo marzo, che alludeva ad una mobilitazione per i diritti dei migranti invocando lo sciopero come forma alta di affermazione di un problema irrisolto, ha portato nelle oltre 60 piazze italiane, in momenti diversi, oltre 300 mila persone, a quanto si apprende dai primi, complessi calcoli. In numerose realtà lavorative, soprattutto al nord, alcune camere del lavoro e diverse Rsu hanno indetto una vera e propria astensione dal lavoro, supportate soprattutto da Fiom e sindacalismo di base. Tante le iniziative degli studenti, gli incontri, le piazze che sono divenute per una giornata intera luoghi da attraversare, spazi pubblici di incontro e di conoscenza. Molti i cortei, rumorosi, colorati, non solo del giallo – il colore scelto per la giornata – ma con le bandiere dei paesi di provenienza, con gli striscioni dei gruppi organizzati, pieni di musiche meticcie come meticcia è stata l’intera giornata. Tanti i palloncini gialli che sono volati verso il cielo ma tante le proposte e le rivendicazioni politiche che in ogni territorio si sono definite di comune accordo. Parole d’ordine spesso di puro buon senso ma che nel contesto italiano appaiono come eversive e radicali, con buona pace di chi ha accusato i promotori di massimalismo e di genericità nei contenuti. Multiformi le presenze e le composizioni, costruite in base alle relazioni presenti nei territori, rispettose delle reciproche autonomie- tranne alcune eccezioni – e forti della propria pluralità. Una giornata di lotta e di festa insomma, ma da analizzare con attenzione anche per rispondere alle giuste domande che Stefania Ragusa, presidente del comitato nazionale “primo marzo 2010, una giornata senza di noi”, poneva domenica scorsa in un editoriale apparso su Liberazione.
Se in assenza di una e generalizzata copertura sindacale, in una condizione di ricatto perenne, tante donne e tanti uomini hanno deciso, in un giorno feriale, di uscire allo scoperto, significa che molto può ancora cambiare, perché accada è necessario che altri attori scendano in campo con maggiore determinazione. Con i tempi e i modi che saranno necessari, è necessario che le forze sindacali realmente interessate ad estendere la soglia dei diritti esigibili dei migranti e quindi a rafforzare anche quella degli autoctoni, si impegnino realmente a costruire una vera giornata di sciopero. Non una astensione simbolica, quella non si nega a nessuno, ma una giornata di lotta diversa, di quelle che ad esempio il sindacato di Di Vittorio considerava fondamentali. Si fanno e vanno continuati a fare scioperi in difesa dei salari, per strappare qualche euro in più alla contrattazione. Ma si deve tornare a mobilitarsi anche per questioni che impongano una scelta, una presa di posizione, che parlino di diritti e provino a reintervenire nella cultura che ci domina. Non si tratta e non si è mai trattato di proporre, coma una certa vulgata ha voluto fare, di “uno sciopero etnico” ma di una giornata in nome di un principio sostanziale, quello di eguaglianza. Questo significa dover discutere nei luoghi di lavoro smontando i luoghi comuni, significa affrontare anche il razzismo che è penetrato, in forme diverse ma sempre dannose, in tante realtà anche vicine. Ma significa anche affrontare una crisi, che non è solo economica, pensando al futuro, alla prospettiva che in parte è già e che sarà sempre più determinante, quella di una società meticcia in ogni sua componente.
Ma non si tratta di responsabilità ascrivibili solo ai sindacati. Il sasso è stato lanciato, non è neanche il primo, ma questo potrebbe produrre effetti virtuosi a partire da un impegno comune: forze politiche e sociali, movimenti e associazioni, individui anche ma soprattutto donne e uomini migranti. La loro capacità di costruire auto organizzazione non separata ma contigua e permeabile è forse la sfida che riguarda tutti. Chi ieri è sceso in piazza ma anche chi è rimasto a casa o al lavoro

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