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Prezzo della Crisi del 08-03-2010: '8 marzo, l’autonomia e la libertà delle donne fa ancora paura'


di Anna Maria Bruni

La legge 903 sulla “parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro”, è del 1977. Andando ancora più indietro, l’articolo 37 del titolo III della Costituzione italiana, che stabilisce che “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”, è in vigore dal 1 gennaio 1948.

In questa giornata dell’8 marzo, perciò, invece di festeggiare le donne, potremmo festeggiare i 62 anni dall’entrata in vigore di questo articolo, (senza contare gli articoli 3, 31 e 117 che definiscono la pari opportunità in tutti i campi della vita pubblica, civile e sociale) o i 32 anni dall’entrata in vigore della legge 903, rinvigorita dal Testo unico sulle pari opportunità che nel 2006 ha riorganizzato, in un unico codice appunto, tutta la normativa in materia di pari opportunità. Potremmo festeggiare questo patrimonio letterario, dicevamo, dato che, come il mito, supera di gran lunga la realtà, fatta di donne in carne e ossa, oltre ad aggiornare il nostro immaginario costituito da eroine volitive come Jane Austen o Jane Aire, permettendoci di fantasticare di un mondo dove le donne lavorano nello stesso numero degli uomini, con pari diritti, pari retribuzioni, pari opportunità appunto, di accesso al lavoro e alla carriera.

Peccato che poi arrivi a svegliarci l’ultimo Report del World economic forum, che nella classifica della parità uomo-donna nel mondo del lavoro mette l’Italia al 72esimo posto su 134 paesi, esattamente fra il Vietnam dove, dice il Report, regna più uguaglianza, e la Tanzania. E non basta, perché il trend è negativo: dal 2008, anno in cui l’Italia si trovava al 67esimo posto, l’Italia ha perso ben 5 punti. Che non vanno addebitati alla crisi. Sì certo, nella generale perdita di posti di lavoro, inutile dire che anche le donne sono state travolte. Ma neanche in questo caso c’è parità. Perché nella verticale perdita di terreno dei diritti del lavoro che sta accompagnando la sua distruzione, sono proprio i meno tutelati a perdere di più. Licenziamenti facili, lavoro nero, retribuzioni al minimo: questo è il campo minato nel quale si muovono in larga maggioranza le donne. E questa non è letteratura.

Non a caso, nella riforma del lavoro elaborata dal ministro Sacconi sono tornate le dimissioni in bianco. Ricatto tutto al femminile per le donne che vogliano un lavoro, al momento dell’assunzione: se rimangono incinte hanno firmato il loro licenziamento. Senza avere nulla a pretendere”, mai, e in nessun campo. Fatta salva la rivendicazione tutta governativa dell’adeguamento alla normativa europea per il rispetto, “troppo a lungo disatteso” delle pari opportunità per le donne, accompagnato dall’elevazione dell’età della pensione. E questa non è letteratura.

Mentre il tasso di occupazione femminile è, al 46,6 %, fra i più bassi d’Europa, di cui il 40 è costretta a casa, ma vorrebbe lavorare. E di quella cifra, circa un terzo di donne casalinghe è diventata alcolista, raddoppiando il numero in quattro anni. Perché oltretutto, dice una ricerca dell’Enaip, l’ente nazionale delle Acli per l’istruzione professionale, sono le donne che lavorano quelle che fanno figli, non quelle che stanno a casa. Perché la vita costa troppo, non ci si può affidare al lavoro, precario, limitato nel tempo, in una parola insicuro, di uno solo. E questa non è letteratura.

E nella desolazione di una società dalle possibilità sempre più esigue, sempre più rivolta al Medioevo, dove il ricatto, esercitato dalla legge del più forte così ben esemplificata dalla maggioranza, prende il posto del diritto, aumentano a dismisura gli uomini che si sentono accreditati nell’esercitarla, liquidando le proprie pulsioni con uno stupro, o il proprio orgoglio ferito con un omicidio. Di una donna, di tante donne, che ancora, in solitudine, reclamano la propria autonomia e la propria libertà. E questa non è letteratura.
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