Prezzo della Crisi del 14-06-2010: 'Ddl intercettazioni, la posta in gioco fra legalità e malversazione'
di Anna Maria Bruni
Fra la fiducia posta in Senato e la reazione montante della società civile, il ddl intercettazioni si sta rivelando un discrimine sostanziale del giro di boa che questo passaggio epocale chiede. Da una parte la battaglia si svolge tentando di emendare un testo che ha nei suoi fondamenti la limitazione sostanziale della libertà di parola, ovvero la possibilità di smascherare la realtà di cui il potere vorrebbe decidere la narrazione. Una logica che anche per la sinistra si è affermata fin dalla battaglia sulla legge 40, nella quale anche le più avvertite femministe si sono perse nei meandri di norme e codicilli, nel tentativo di emendare anche in questo caso l’inemendabile. Perché le leggi devono puntare a concretizzare nel senso più pieno la libertà umana, modulando il diritto di ciascuno nell’ambito dei diritti di una comunità. Una battaglia non a caso persa anche al referendum. Dall’altra invece c’è una società civile che di fronte a scandali e corruttele che sempre più ap!
paiono essere l’unica modalità su cui si regge l’economia del nostro paese, sempre più diffusamente si rende conto di quale vergognoso velo questa legge stenderebbe su tutto questo. Va in questa direzione anche la proposta del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti, che piuttosto che formulare una nuova legge, propone di utilizzare gli strumenti già in essere togliendo semplicemente la competenza al giudice territoriale, a tutt’oggi lo stesso che ha presumibilmente dato avvio alla fuga di notizie, fornendo informazioni prima del tempo al giornalista di turno.
Alla luce di una proposta così semplice, così come quella di attivare le sanzioni già previste dal codice sulla privacy, il ddl intercettazioni sempre più manifestamente appare in linea con la logica avviata dalla depenalizzazione del falso in bilancio. Una legge che ha segnato il primo passo verso il rovesciamento del sistema di diritti e di regole configurato dalla nostra Carta costituzionale e verso cui ha camminato la civiltà finora, condannando chiunque lavori ad accumulare profitti in modo illegale, speculando e truffando, anche perché lede i diritti della comunità sfruttando la quale invece si arricchisce. Di questo percorso il punto finale è la proposta di questi giorni – sempre del governo - di cambiare l’articolo 41 della Costituzione che, definendo “libera” “l’iniziativa economica privata”, altrettanto impone che essa non possa “svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Inoltre, l’arti!
colo chiarisce che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni” in modo da indirizzarla “a fini sociali”.
Fra il primo passo e il punto finale, c’è una lunga “pratica dell’obiettivo”, nell’ambito della quale corruzione, malversazione, truffa e speculazione, dai grandi ai piccoli appalti, dal voto di scambio alle scalate finanziarie, ha determinato una realtà che ora Berlusconi, primus inter pares in questo ambito illegale, con coerenza ritiene manchi solo la tutela della legge. E cosa meglio di un ddl che limita al ridicolo l’attività di intercettazione, e commina pene severissime ai custodi della libertà nonché a chi li assume – deterrente sostanziale – riducendoli a semplici ambasciatori di notizie ‘post mortem’? In questi giorni abbiamo risentito le telefonate fra i medici del Santa Rita di Milano, quelle fra Piscitelli e Gagliardi la notte del terremoto a L’Aquila, quelle fra Anemone e Bertolaso, abbiamo letto della casa di un Ministro pagata con soldi di un costruttore (Anemone) favorito negli appalti da un “provveditore alle opere pubbliche” (Balducci), soggetto attuatore !
delle opere per il G8 alla Maddalena con ordinanza della protezione civile (Bertolaso). Ma è inutile fare la lista. Solo che stiamo parlando di tutto quello di cui non saremmo a conoscenza se fosse in vigore il ddl in discussione, che è direttamente proporzionale ai limiti e alle sanzioni che impone. Ad ogni passo – materiale – sul territorio di questo paese corrispondono ormai corruttela e malversazione, costruite sul ricatto della disgrazia, del degrado o dello sfruttamento, che aumentano in modo esponenziale proprio perché sono il terreno favorevole al più florido arricchimento illecito.
L’usuraio, colui che specula sul giro di danaro che mette in movimento, condannato per secoli dalla Chiesa prima di essere ‘condonato’ con l’invenzione del purgatorio, alle soglie del Rinascimento prende le vesti legali del banchiere e, fissata ipocritamente in accordo con la Chiesa la linea di demarcazione fra profitto – lecito - e usura – illecita -, lavora in direzione ostinata e contraria all’affermazione di una società più giusta, più equa, e amministrata in modo tale da difendere i diritti dei più deboli e ridistribuire ricchezza. Ora siamo ad un passaggio epocale, dove gli argini di una civiltà ancora fragile sono erosi dalle forze di quelli che non a caso vengono definiti “poteri forti”, mentre franiamo sempre più velocemente indietro di millenni verso la barbarie della legge del più forte appunto, declinata attraverso i tasselli di una modernissima burocrazia autocratica. Un connubio che cementifica qualsiasi reazione, già resa un’impresa titanica dall’individualizz!
azione delle vite di ciascuno. La fragilità della nostra civilità sta proprio nell’ipocrisia su cui si fonda, quella che è stata materia di accordo tra Chiesa e “prestatori di denaro”, e che l’attuale dilagante sistema economico illegale mostra. E cioè che non c’è un confine lecito per il profitto, c’è uno scambio possibile di valori equivalenti e senza interesse, il cui risultato è la massimizzazione della relazione umana che produce, o c’è un mercato dove ciascuno lavora al proprio interesse sviluppando la capacità di fregare l’altro, e il cui risultato è la massimizzazione del profitto che il più forte ne ricava.
Siamo al bivio, e la drammaticità delle azioni del governo, spalleggiate da Confindustria, banche e più in generale dalle istituzioni centrali europee e internazionali come Ue Bce e Fmi, hanno l’unico pregio di rendere chiara la posta in gioco.
Fra la fiducia posta in Senato e la reazione montante della società civile, il ddl intercettazioni si sta rivelando un discrimine sostanziale del giro di boa che questo passaggio epocale chiede. Da una parte la battaglia si svolge tentando di emendare un testo che ha nei suoi fondamenti la limitazione sostanziale della libertà di parola, ovvero la possibilità di smascherare la realtà di cui il potere vorrebbe decidere la narrazione. Una logica che anche per la sinistra si è affermata fin dalla battaglia sulla legge 40, nella quale anche le più avvertite femministe si sono perse nei meandri di norme e codicilli, nel tentativo di emendare anche in questo caso l’inemendabile. Perché le leggi devono puntare a concretizzare nel senso più pieno la libertà umana, modulando il diritto di ciascuno nell’ambito dei diritti di una comunità. Una battaglia non a caso persa anche al referendum. Dall’altra invece c’è una società civile che di fronte a scandali e corruttele che sempre più ap!
paiono essere l’unica modalità su cui si regge l’economia del nostro paese, sempre più diffusamente si rende conto di quale vergognoso velo questa legge stenderebbe su tutto questo. Va in questa direzione anche la proposta del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti, che piuttosto che formulare una nuova legge, propone di utilizzare gli strumenti già in essere togliendo semplicemente la competenza al giudice territoriale, a tutt’oggi lo stesso che ha presumibilmente dato avvio alla fuga di notizie, fornendo informazioni prima del tempo al giornalista di turno.
Alla luce di una proposta così semplice, così come quella di attivare le sanzioni già previste dal codice sulla privacy, il ddl intercettazioni sempre più manifestamente appare in linea con la logica avviata dalla depenalizzazione del falso in bilancio. Una legge che ha segnato il primo passo verso il rovesciamento del sistema di diritti e di regole configurato dalla nostra Carta costituzionale e verso cui ha camminato la civiltà finora, condannando chiunque lavori ad accumulare profitti in modo illegale, speculando e truffando, anche perché lede i diritti della comunità sfruttando la quale invece si arricchisce. Di questo percorso il punto finale è la proposta di questi giorni – sempre del governo - di cambiare l’articolo 41 della Costituzione che, definendo “libera” “l’iniziativa economica privata”, altrettanto impone che essa non possa “svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Inoltre, l’arti!
colo chiarisce che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni” in modo da indirizzarla “a fini sociali”.
Fra il primo passo e il punto finale, c’è una lunga “pratica dell’obiettivo”, nell’ambito della quale corruzione, malversazione, truffa e speculazione, dai grandi ai piccoli appalti, dal voto di scambio alle scalate finanziarie, ha determinato una realtà che ora Berlusconi, primus inter pares in questo ambito illegale, con coerenza ritiene manchi solo la tutela della legge. E cosa meglio di un ddl che limita al ridicolo l’attività di intercettazione, e commina pene severissime ai custodi della libertà nonché a chi li assume – deterrente sostanziale – riducendoli a semplici ambasciatori di notizie ‘post mortem’? In questi giorni abbiamo risentito le telefonate fra i medici del Santa Rita di Milano, quelle fra Piscitelli e Gagliardi la notte del terremoto a L’Aquila, quelle fra Anemone e Bertolaso, abbiamo letto della casa di un Ministro pagata con soldi di un costruttore (Anemone) favorito negli appalti da un “provveditore alle opere pubbliche” (Balducci), soggetto attuatore !
delle opere per il G8 alla Maddalena con ordinanza della protezione civile (Bertolaso). Ma è inutile fare la lista. Solo che stiamo parlando di tutto quello di cui non saremmo a conoscenza se fosse in vigore il ddl in discussione, che è direttamente proporzionale ai limiti e alle sanzioni che impone. Ad ogni passo – materiale – sul territorio di questo paese corrispondono ormai corruttela e malversazione, costruite sul ricatto della disgrazia, del degrado o dello sfruttamento, che aumentano in modo esponenziale proprio perché sono il terreno favorevole al più florido arricchimento illecito.
L’usuraio, colui che specula sul giro di danaro che mette in movimento, condannato per secoli dalla Chiesa prima di essere ‘condonato’ con l’invenzione del purgatorio, alle soglie del Rinascimento prende le vesti legali del banchiere e, fissata ipocritamente in accordo con la Chiesa la linea di demarcazione fra profitto – lecito - e usura – illecita -, lavora in direzione ostinata e contraria all’affermazione di una società più giusta, più equa, e amministrata in modo tale da difendere i diritti dei più deboli e ridistribuire ricchezza. Ora siamo ad un passaggio epocale, dove gli argini di una civiltà ancora fragile sono erosi dalle forze di quelli che non a caso vengono definiti “poteri forti”, mentre franiamo sempre più velocemente indietro di millenni verso la barbarie della legge del più forte appunto, declinata attraverso i tasselli di una modernissima burocrazia autocratica. Un connubio che cementifica qualsiasi reazione, già resa un’impresa titanica dall’individualizz!
azione delle vite di ciascuno. La fragilità della nostra civilità sta proprio nell’ipocrisia su cui si fonda, quella che è stata materia di accordo tra Chiesa e “prestatori di denaro”, e che l’attuale dilagante sistema economico illegale mostra. E cioè che non c’è un confine lecito per il profitto, c’è uno scambio possibile di valori equivalenti e senza interesse, il cui risultato è la massimizzazione della relazione umana che produce, o c’è un mercato dove ciascuno lavora al proprio interesse sviluppando la capacità di fregare l’altro, e il cui risultato è la massimizzazione del profitto che il più forte ne ricava.
Siamo al bivio, e la drammaticità delle azioni del governo, spalleggiate da Confindustria, banche e più in generale dalle istituzioni centrali europee e internazionali come Ue Bce e Fmi, hanno l’unico pregio di rendere chiara la posta in gioco.
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