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Prezzo della Crisi del 15-06-2010: 'Costituzione, per il governo è carta straccia'
Insorgono tutti governatori contro la manovra governativa che taglia le risorse alle regioni, minando le basi dello stesso federalismo e mostrando evidenti tratti di incostituzionalità.

di Vittorio Bonanni
Normalmente, almeno secondo quanto prevede la nostra Carta Costituzionale, per cambiare gli articoli della stessa si dovrebbe seguire la procedura prevista dall’articolo 138. Ecco cosa dice questo punto della massima legge italiana: “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”. Insomma un procedimento non a caso complesso, finalizzato proprio ad evitare colpi di mano. Ma questo governo, che proprio di questa Costituzione vorrebbe sbarazzarsi, non fa altro che modificarla a colpi di semplici leggi evidentemente anticostituzionali o di manovra lesive appunto di alcune norme costituzionali. Se ne possono citare tanti di casi: dal lodo Alfano, poi giudicato appunto anticostituzionale, alla legge sulle intercettazione, che mina la libertà di espressione. Dall’attacco allo Statuto dei lavoratori fino alla messa in discussione dell’articolo 41, secondo il quale la libertà d’impresa non può entrare in contrasto con l’utilità sociale. In questo caso l’avallo governativo all’accordo Fiat su Pomigliano appare dunque palesemente anticostituzionale. Dulcis in fundo, ora arriva invece il conflitto tra l’esecutivo e i governatori delle regioni, i quali tutti, di destra e di sinistra, attaccano uniti il governo per i tagli ai trasferimenti contenuti nella manovra economica: in un documento approvato all’unanimità dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, i governatori denunciano il mancato coinvolgimento e il rischio appunto di incostituzionalità del provvedimento. Come dicevamo l’attacco è bipartisan e arriva da Vasco Errani, già alla testa dell’Emilia Romagna e ora presidente della Conferenza delle Regioni, come da Roberto Formigoni, Presidente della Lombardia, per il quale alle regioni «vengono tolti i soldi ma non le funzioni:
questo contraddice quanto disposto dalla Corte Costituzionale».
Nel documento approvato all’unanimità, i governatori denunciano inoltre la mancanza di condivisione delle misure decise, le quali inoltre «riducono fortemente i margini della riforma del federalismo fiscale», misura tra l’altro fortemente voluta da questo esecutivo e dalla Lega in particolare. Il quadro che ci appare è dunque
gravissimo: da un lato un governo che nei fatti vuole modificare la Costituzione, ignorando proprio quei passaggi previsti per modificarla e aprendo inoltre della contraddizioni laceranti al proprio interno. Dall’altro un’opposizione insufficiente, che non riesce ad approfittare di queste incongruenze, a fare quadrato intorno a quelle regole promulgate il 27 dicembre del ’47 e non capisce inoltre che poteri regionali e rispetto dei diritti dei lavoratori fanno parte di un unico insieme di norme democratiche che rischiano così di crollare come un castello di carte. Ed è ben strano, perché stiamo parlando di quell’opposizione che ha nel codice genetico il richiamo ai valori della Costituzione e le stesse modalità politiche con le quali ci si è arrivati.

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