Prezzo della Crisi del 17-06-2010: 'Cuba minacciata dalla marea nera (ma gli Usa pensano all'altro petrolio)'
di Serena Salucci
Nelle prossimi giorni la marea nera potrebbe raggiungere Cuba provocando un danno ambientale ed economico, che metterebbe ulteriormente a dura prova il paese.
Le ultime stime degli esperti che si occupano del disastro, riportate dal quotidiano cubano Granma, dipingono un quadro gravissimo: mediamente ogni giorno si starebbero disperdendo in mare circa 9 milioni e mezzo di litri di petrolio. In totale, fino a martedì scorso, la quantità massima di petrolio che può essersi rovesciata dall’esplosione del 20 aprile è calcolata in 116 milioni di galloni (439 milioni di litri), una valutazione verosimile, sia per gli scienziati cubani che per le fonti ufficiali del governo statunitense.
Intanto Cuba si prepara a proteggere la sua costa dal greggio che continua a fuoriuscire dal pozzo sottomarino della British Petroleum. Dal Venezuela sono giunti esperti di trattamento del petrolio, che vantano una lunga esperienza nel settore, mentre le popolazioni costiere sono allertate contro l'emergenza. Le prime chiazze sono già state avvistate ieri a circa 160 chilometri dalla costa nordoccidentale dell'isola spinte dalle correnti del Golfo. In pericolo c'è un intero ecosistema praticamente intatto, custode di molte specie a rischio estinzione: tartarughe marine, lamantini, squali. Non è la prima volta che Cuba, trovandosi in un'area battuta dalle petroliere, è costretta a fronteggiare questo tipo di emergenza, ma mai di queste dimensioni.
Tuttavia non è il disastro ambientale a interessare la stampa internazionale, quanto le implicazioni politiche che la catastrofe provocata dalla British Petroleum potrebbe determinare. L'”incidente” occorso alla BP costituisce un precedente che non potrà essere trascurato né dal governo cubano né da quello statunitense, in vista delle esplorazioni petrolifere che, in accordo con il governo cubano, la spagnola Repsol YPF si appresta a compiere non lontano da Cuba all'inizio del 2011, con l'impianto di piattaforme di fabbricazione cinese. L'ipotesi, quasi certezza, e che sotto il fondale marino cubano di petrolio ce ne sia tanto.
«Potrà la fuoriuscita di petrolio rafforzare le relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti?», a chiederselo è il premio Pulitzer Andres Oppenheimer, editorialista del Miami Herald che auspica uno scenario di “collaborazione” tra Cuba e Usa, in relazione al futuro impianto di piattaforme in acque cubane nel braccio di mare che fronteggia Florida del Sud. E in cosa dovrebbe consistere questa collaborazione? Il giornalista americano ricorda che l'embargo economico operato da Washington, impone alle compagnie statunitensi l'assoluto divieto di cooperazione con Cuba, perfino in caso di un disastro ambientale simile. Significa che, se il pozzo petrolifero esploso fosse stato cubano, nessuno sforzo per fermare la perdita e salvare l'ecosistema sarebbe stato compiuto dagli Stati Uniti. Quindi l'ipotesi di una revisione delle regole dell'embargo potrebbe essere giustificata da questa preoccupazione... oppure c'è altro. Secondo un'altra interpretazione raccolta da Oppenheimer, l'eventuale apertura degli Usa verso Cuba potrebbe essere una mossa per spezzare il sodalizio tra l'isola e il Venezuela, un sodalizio politico ed economico che la scoperta e lo sfruttamento del petrolio cubano renderebbe assai “pericoloso” per il mantenimento della pax americana.
Dove sarà la verità? A oggi sappiamo che mentre la popolazione di Cuba attende la marea nera, negli Stati Uniti qualcuno sembra avere più a cuore il petrolio che c'è sotto il mare cubano che quello che ci galleggia sopra.
Nelle prossimi giorni la marea nera potrebbe raggiungere Cuba provocando un danno ambientale ed economico, che metterebbe ulteriormente a dura prova il paese.
Le ultime stime degli esperti che si occupano del disastro, riportate dal quotidiano cubano Granma, dipingono un quadro gravissimo: mediamente ogni giorno si starebbero disperdendo in mare circa 9 milioni e mezzo di litri di petrolio. In totale, fino a martedì scorso, la quantità massima di petrolio che può essersi rovesciata dall’esplosione del 20 aprile è calcolata in 116 milioni di galloni (439 milioni di litri), una valutazione verosimile, sia per gli scienziati cubani che per le fonti ufficiali del governo statunitense.
Intanto Cuba si prepara a proteggere la sua costa dal greggio che continua a fuoriuscire dal pozzo sottomarino della British Petroleum. Dal Venezuela sono giunti esperti di trattamento del petrolio, che vantano una lunga esperienza nel settore, mentre le popolazioni costiere sono allertate contro l'emergenza. Le prime chiazze sono già state avvistate ieri a circa 160 chilometri dalla costa nordoccidentale dell'isola spinte dalle correnti del Golfo. In pericolo c'è un intero ecosistema praticamente intatto, custode di molte specie a rischio estinzione: tartarughe marine, lamantini, squali. Non è la prima volta che Cuba, trovandosi in un'area battuta dalle petroliere, è costretta a fronteggiare questo tipo di emergenza, ma mai di queste dimensioni.
Tuttavia non è il disastro ambientale a interessare la stampa internazionale, quanto le implicazioni politiche che la catastrofe provocata dalla British Petroleum potrebbe determinare. L'”incidente” occorso alla BP costituisce un precedente che non potrà essere trascurato né dal governo cubano né da quello statunitense, in vista delle esplorazioni petrolifere che, in accordo con il governo cubano, la spagnola Repsol YPF si appresta a compiere non lontano da Cuba all'inizio del 2011, con l'impianto di piattaforme di fabbricazione cinese. L'ipotesi, quasi certezza, e che sotto il fondale marino cubano di petrolio ce ne sia tanto.
«Potrà la fuoriuscita di petrolio rafforzare le relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti?», a chiederselo è il premio Pulitzer Andres Oppenheimer, editorialista del Miami Herald che auspica uno scenario di “collaborazione” tra Cuba e Usa, in relazione al futuro impianto di piattaforme in acque cubane nel braccio di mare che fronteggia Florida del Sud. E in cosa dovrebbe consistere questa collaborazione? Il giornalista americano ricorda che l'embargo economico operato da Washington, impone alle compagnie statunitensi l'assoluto divieto di cooperazione con Cuba, perfino in caso di un disastro ambientale simile. Significa che, se il pozzo petrolifero esploso fosse stato cubano, nessuno sforzo per fermare la perdita e salvare l'ecosistema sarebbe stato compiuto dagli Stati Uniti. Quindi l'ipotesi di una revisione delle regole dell'embargo potrebbe essere giustificata da questa preoccupazione... oppure c'è altro. Secondo un'altra interpretazione raccolta da Oppenheimer, l'eventuale apertura degli Usa verso Cuba potrebbe essere una mossa per spezzare il sodalizio tra l'isola e il Venezuela, un sodalizio politico ed economico che la scoperta e lo sfruttamento del petrolio cubano renderebbe assai “pericoloso” per il mantenimento della pax americana.
Dove sarà la verità? A oggi sappiamo che mentre la popolazione di Cuba attende la marea nera, negli Stati Uniti qualcuno sembra avere più a cuore il petrolio che c'è sotto il mare cubano che quello che ci galleggia sopra.
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